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Chronicle (2012): da un grande potere derivano grandi calamità

Smettetela di riprendervi con lo smartphone e alzate lo sguardo al cielo, ci sono tizi volanti intorno alla Bara. Uno è Quinto Moro che ci parla del film di oggi.

Ci sono film che nascono (e muoiono) nel tempismo dell’uscita al momento giusto. Era il 2012, il mondo aveva fame di eroi e stava per farne indigestione. Il grande disegno del MCU consacrava il cinecomic presso il pubblico di massa con gli Avengers. Kick-Ass aveva già provato a smontare le logiche e i cliché del filone supereroistico, cercando di rispondere alla domanda “perché nel mondo reale nessuno ha mai pensato di fare il supereroe?”, mentre “Chronicle” rilanciava: cosa accadrebbe se dei veri adolescenti ottenessero i superpoteri? E non gli adolescenti infoiati stile American Pie, né quelli pieni di buone intenzioni stile Disney. Quanti hanno provato a raccontarceli in un contesto realistico, immersi nella banalità e nelle miserie della provincia americana? Prima di diventare famigerato per quel disastro che fu il Fantastici 4 del 2015, ci aveva provato Josh Trank, partendo da quella provincia che misura la distanza tra la realtà e il sogno americano, con il tipico contesto scolastico di giovani più o meno popolari e più o meno emarginati.

Adolescenti: bestie strane in ogni epoca e luogo

L’ottimo casting valorizza l’assortimento del trio di protagonisti, c’è l’esplosivo Steve, il più popolare della scuola con ambizioni elettorali fatto a forma di Michael B. Jordan, quando non era ancora alto e grosso come il figlio di Apollo Creed (qui sembra il Mini Me di sé stesso). Poi c’è il tipo normale, Matt, interpretato da Alex Russell, con sottotrama romantica che vorrebbe dare profondità al personaggio ma non riesce a renderlo più interessante. La vera funzione narrativa di Matt è fare da contraltare al cugino emarginato Andrew, un Dane DeHaan che sembrava un giovane DiCaprio in versione disturbata. DeHaan è perfetto nel ruolo del tormentato, fragile e un po’ sfigato, capace di esprimere il malessere di Tetsuo Andrew, ma anche il suo delirio di onnipotenza.

All’inizio della storia i tre non sono propriamente amici, ma ad un rave (che nel nostro Paese non si possono più fare, ecco perché non abbiamo film decenti sui nostri supereroi!) allontanandosi nel bosco trovano un misterioso oggetto alieno che donerà loro i superpoteri. Ed essendo adolescenti li useranno principalmente per fare quello che qualunque adolescente di ieri o di oggi farebbe: lo scemo, trollando la gente e filmando le proprie gesta.

Il sogno di chi ha guardato troppi film western

Ricordo un servizio di non so quale Tg nostrano indignato perché ommioddio che scandalo questa gioventù che invece di usare i superpoteri per fare del bene li usa per cazzeggiare, dando il cattivo esempio, dove andremo a finire!

“Chronicle” usa un tocco spettacolare e una confezione vendibile per un film sul disagio adolescenziale, l’emarginazione (sia quella che viene dall’esterno che autoindotta), sui modelli sociali distorti che si vengono a creare sin dall’ambiente scolastico, ma anche sui danni che una famiglia incasinata infligge ai figli. Ne parla senza paternalismi, e mostra come la violenza non nasca dal nulla. I poteri sono uno strumento narrativo che non altera il contesto sociale e familiare dei tre ragazzi, le cui vite non cambiano. Di fatto, nessuno sa cosa fare coi nuovi talenti tranne Andrew, perché nessuno che stia bene con sé stesso e col mondo ha bisogno di quel genere di potere.

Un modo costruttivo di usare i superpoteri

“Chronicle” fa qualcosa di raro nel cinema hollywoodiano – specie del filone supereroistico – scavando nella psicologia di un ragazzo solo, umiliato e arrabbiato, qualcuno che di base è vittima di un mondo di merda e finisce per trasformarsi in carnefice. Andrew non compra una videocamera per aspirazioni artistiche ma per rinchiuderci dentro lo schifo della sua vita. Dal minuto uno conosciamo il suo mondo: un padre ubriacone, una madre malata, un cugino che se lo porta a scuola probabilmente perché spinto dalla famiglia, ed è la cosa più vicina ad un’amicizia “porzione singola” che dura il tragitto da casa a scuola. Al minuto due si parla di Schopenhauer e di volontà, non perché fa figo ma per dire che Andrew non è il più sveglio né il più interessante, non è il genio incompreso. Serve anche da dichiarazione d’intenti per i sottotesti filosofici e psicologici del film, che non sono pochi. Al minuto quattro la solitudine, al quinto l’immancabile atto di bullismo. Una qualunque serie tv ci avrebbe succhiato cinque ore di vita, “Chronicle” dura 80 minuti scarsi e fila come un treno…

…o come un autobus volante scagliato in cielo da una ruggente furia vendicativa.

Josh Trank, classe 1984, da buon esordiente fa di necessità virtù, e potendo contare su un budget di 15 milioni (tanti per un’opera prima, pochi per un film tanto ambizioso) rinchiude gli effetti visivi in un misto tra found footage, mockumentary e analog horror, tanti modi per dire che si fa un film fingendo che sia tutto vero, con gli attori che si riprendono da soli, ripresi da videocamere di sorveglianza etc.

Trank esaspera la tecnica (come aveva fatto pure Neill Blomkamp qualche anno prima) ma riesce a renderla organica e parte integrante del racconto, non un mero espediente per risparmiare sul budget o per fare il verso ad altri titoli che hanno spaccato al botteghino. Il legame patologico di Andrew con la videocamera è sì un espediente per usare il found footage ma è fondamentale nell’evoluzione del personaggio da timido ragazzo alla versione con superpoteri di Aguirre furore di Dio.

Piccoli Norman Bates crescono.

La sceneggiatura è farina del sacco di Max Landis, figlio d’arte in fissa coi fumetti che prende a modello Akira ma scava molto più a fondo nella psicologia del protagonista. Non è un caso se nella prima parte del film Andrew appare raramente nell’inquadratura, riprendendosi continuamente da metà in poi, quando inizia a sentirsi qualcuno grazie ai poteri, costruendoci attorno la nuova immagine di sé. Perciò la scena nel gran finale sul grattacielo, quanto attrae a sé tutti i cellulari e le fotocamere non è solo un espediente figo, è l’apice della sua ossessione e della sua caduta: che tutti vedano cos’è diventato e di cos’è capace.

Andrew diventa il più dotato del trio perché i poteri sono l’unica cosa bella nella sua vita, l’unica che lo faccia sentire importante, perciò cerca di perfezionarli e trovarci un significato (cosa che gli altri non fanno). Eppure non può risolvere i problemi familiari, non può guarire la madre malata che non può permettersi le medicine, né trasformare quella testa di cazzo del padre in una persona decente. Schernito e bullizzato, sia fuori che dentro casa, Andrew fa quello che molti adolescenti americani hanno fatto prima di lui: esplode, ma per sfogarsi non ha bisogno di comprare un fucile per posta. Tra le fonti di ispirazione del film ci vedo anche la sparatoria della Columbine High School, con gli attentatori che avevano prodotto un cospicuo numero di video diari, chiedendosi perfino quando sarebbe stato fatto un film su di loro.

Prove tecniche di distruzione

Il gargantuesco incasso al botteghino (quasi dieci volte il costo della pellicola) non bastò a produrre il sequel annunciato e poi mandato in soffitta. E va benissimo così. Peccato che la soffocante quantità di cinecomic abbia eclissato quelli più particolari e fuori dalla logica delle grandi saghe, e che come questo hanno qualcosa da dire. Ha i suoi momenti leggeri, cazzari e divertenti, intrattiene e offre la sua dose di spettacolo in un finale caciarone ma comunque drammatico e a fuoco sui personaggi e risultando molto più vero e realistico di tante produzioni mainstream.

Essendo un found footage girato in digitale con tecnologie datate mal si presta a farsi apprezzare sugli schermi ad alta definizione, per l’abbondanza di grana pixelosa che si fa notare soprattutto negli effetti speciali. La visione vale comunque lo sforzo, fidatevi.

Vi ricordo che avevamo già dedicato attenzioni a questa pellicola sul podcast dei Tre Caballeros che potete riascoltare QUI. Grazie a Quinto Moro per aver approfondito e vi invito a scoprire i suoi racconti atterrando QUI.

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