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Cigarette Burns (2005): Hai da fumare?

Bruciature di
sigaretta, un tabagista convinto come il nostro Johnny, poteva esserci una
combinazione migliore di questa? Direi proprio di no! Per quei due che ancora
ne avessero bisogno, la prova che Giovanni ha proprio un altro passo, anche nel
confronto diretto con i suoi colleghi… Benvenuti ad una nuova puntata di John
Carpenter’s The Maestro!

Mick Garris,
tutti dovrebbero voler bene a Mick Garris, non tanto per il suo talento, l’ho
sempre considerato un mestierante vergognosamente innamorato dei romanzi di
Stephen King (come dargli torto?), responsabile di parecchi adattamenti
Kinghiani per il grande schermo, da “I sonnambuli” (1992), passando per lo
“Shining” che piace anche a Zio Stevie, fino a “Bag of
bones” (2011). Non un grande talento il nostro Mick, ma un grande
appassionato di Horror, dopo una serie di cene organizzate a casa sua invitando
a rotazione tutti i maestri del genere più sanguinolento di tutti (storia
vera!), nel 2005 per il canale televisivo Showtime, ha messo in piedi la serie
antologica “Masters of Horror” (il nome lo ha coniato Guillermo Del Toro) che
ha radunato una squadra All-Star di talenti, con regole semplicissime.

50 minuti ad
episodio, tema libero, uniche imposizioni: in ogni episodio ci deve essere
sangue senza tirar via la mano e scene di nudo. Insomma: fate tutto quello che
di solito vi dicono di non mostrare nei vostri film.



Me lo vedo Mick Garris che urla: “Mettici due culi!”.
Il risultato è
davvero molto divertente, nei 13 (numero non scelto a caso) episodi della
prima stagione si trova un po’ di tutto, con qualità altalenante, ma i nomi
sono di primo livello: Tobe Hooper, Dario Argento, John Landis (il suo “Deer
Woman” è una stupidata spassossima), Stuart Gordon, Don Coscarelli. Ci sono
anche episodi davvero riusciti come “Imprint” di Takashi Miike o il satirico
“Homecoming”, assegnato a Joe Dante perché George A. Romero (il grande assente)
era impegnato a dirigere quella bomba di “Land of the Dead”. Ecco, a questa
grande festa, si aggiunge anche John Carpenter, che come Larry Bird alla gara
del tiro da tre punti, arriva, si alliscia i baffi e commenta: “Ok, vediamo chi
arriva secondo oggi”.


Con “Cigarette
Burns” il Maestro fa il vuoto, è talmente avanti rispetto ai suoi colleghi che
non solo li supera, ma raggiunge il traguardo con venti minuti di anticipo e
mentre tutti affrontano la seconda curva, lui torna indietro, li sorpassa a
destra, gli bussa sul finestrino chiedendo: “Non è che mi presteresti
l’accendisigari?”, poi riparte sgommando e scompare all’orizzonte. E si
tiene pure l’accendisigari come souvenir.



“Andiamo a conoscere gli smidollati!” (Cit.)
Ho reso
l’idea? Bene, questo è il tipo di supremazia imposta da Carpenter nella prima
stagione di “Masters of Horror”, perché “Cigarette Burns” non è soltanto un
passatempo televisivo per il Maestro, ma è un vero e proprio compendio sul
cinema di Carpenter, idealmente quasi una continuazione del discorso fatto con Il seme della follia.
“Cigarette
Burns” è la prima collaborazione tra gli sceneggiatori Drew McWeeny e Scott
Swan, che insieme scriveranno anche “Pro-life” per la seconda stagione di
“Masters of Horror” (a breve da queste parti…) e Skin and Bones diretto da Larry Fessenden, per l’altra serie
antologica Horror creata da Mick Garris, ovvero “Fear Itself”.



Norman “Daryl Dixon” Reedus, quando a casa aveva ancora la doccia funzionante.
Cosa sono le
bruciature di sigaretta del titolo? Lo sanno bene i proiezionisti e gli
appassionati di pellicole: è il termine tecnico con cui vengono indicati i
segni presente nella parte in alto a destra di un fotogramma, che segnalano al
proiezionista che un rullo sta per finire ed è il momento di far partire l’altro.
Lo sa bene
anche Kirby Sweetman (Norman Reedus quando ancora usava la doccia prima di
iniziare a prendere a frecciate gli zombie ne I Camminamorti), turbolento proprietario di un cinema d’essai che
colleziona “bruciature di sigaretta”, scovandole nelle varie pellicole dei
film, come quella di “Profondo rosso” (Occhiolino! Occhiolino!), come vediamo
nei minuti iniziali.



Un omaggio a Darione nazionale, che fa figo e non impegna.
Kirby deve
ancora liberarsi di un grosso debito contratto con lo squilibrato suocero,
malgrado il fatto che la sua mogliettina tossicodipendente sia passata
(malamente) a miglior vita, il padre vuole ancora i suoi soldi e per tenersi
il cinema Kirby è costretto a sfruttare l’altro suo grande talento: scovare
pellicole di film rari ovunque loro si trovino.
L’eccentrico
milionario il Signor Bellinger (non a caso è interpretato da un Udo Kier
particolarmente in forma) offre a Kirby parecchi ex presidenti defunti stampati
su carta verde per trovare la pellicola da cui è ossessionato da una vita
intera: “La Fin Absolue du Monde”.



“CaVa andiamo a vedeVe questo staseVa, dicono sia spettacolaVe”.
“La Fin
Absolue du Monde” diretta da Hans Backovic, mediocre regista di origini
balcaniche diventato famoso (anzi famigerato) proprio per quell’unica
proiezione del suo film, avvenuta al festival di Sitges (se siete fan
dell’Horror lo conoscete di certo) vent’anni prima. Le poche persone in sala
sono impazzite, trasformando il cinema in un mattatoio di persone sbudellate e
laghi di sangue… Insomma: tipo l’ultimo film di Checco Zalone.
La pellicola
si dice che sia stata distrutta, ma in realtà è ancora in circolazione, la
prova è tenuta in catene da Bellinger nella sua villa, l’unico, ehm… Attore
sopravvissuto, un pallido ed emaciato omino (Christopher Redman) a cui hanno strappato
le ali (gulp!).

Tipico caso di “Abbronzatura da cinefilo”.

Kirby accetta l’incarico,
ma più si avvicina al film, più le cose si fanno strane, violente e
sanguinarie, il cinefilo inizia ad avere delle visioni, comincia anche lui a
vedere le bruciature di sigaretta, ma anche la sua ex moglie morta…

Nella versione
italiana l’episodio viene tradotto usando google translator, impostato “Da
Inglese” a “Cazzo di cane”, infatti viene fuori un generico “Incubo mortale” che
non rende giustizia alla natura pienamente cinematografica della storia. 



Le
musiche rappresentano l’esordio come compositore di Cody Carpenter, che
s’inventa un tema semplice semplice (forse anche troppo) un po’ rozzo, ma
sicuramente efficace, in cui l’influenza delle tastiere di papà si sente tutta. Per fortuna il nostro Cody con il tempo è migliorato, come abbiamo potuto
sentire nei dischi paterni Lost Themes
e Lost Themes II.



“Udo ho portato il disco dei Korn, me lo fai un autografo?”.
Nei 50 minuti
di “Cigarette Burns” ci sono così tante idee e spunti, che viene voglia d’invocare una mezz’ora extra per dare il tempo al Maestro di approfondire la
storia. Esattamente come fatto per Il seme della follia, Carpenter mette in scena una ricerca, sostituendo i
libri di Sutter Cane con il film perduto di Backovic, quello che resta costante
è l’atmosfera, Kirby come Jonh Trent, più si avvicina al suo obbiettivo, più perde
sempre di più il contatto con la realtà, i due personaggi sono in balìa dell’arte
cinematografica, anche il loro destino è comune: se ti avvicini troppo al fuoco
finirai per bruciarti, una volta entrati nel loop della pellicola, non c’è
ritorno.
Malgrado la
fotografia ultra patinata (caratteristica di questa serie televisiva),
Carpenter mantiene tutto il suo stile e con “Cigarette Burns” pare quasi voler
fare un discorso sul rapporto che i cinefili hanno con la settima arte, quella smania
di conoscenza assoluta e totale di tutti i film, che ci spinge a cercare sempre
il prossimo film da vedere, spingendoci sempre più in là nella ricerca di
emozioni, quasi una droga, una dipendenza, come quella per le sigarette, da cui
non si può o non si vuole distaccarsi.



“Ne fumo solo una al giorno, smetto quando voglio… Smetto quando voglio!”.
Ma Carpenter fa
anche un discorso più ampio sulla rappresentazione della violenza nel cinema,
il Maestro con il suo solito brillante tocco rende “La Fin Absolue du Monde”
qualcosa di mitico, mostrandoci solo pochi spezzoni del suo contenuto: il
sacrificio di un angelo nel film di Backovic è una critica al male che gli
uomini fanno (citazioni involontaria agli Iron Maiden), ma anche di assuefarsi
alla violenza che si guarda. Insomma “L’occhio che uccide” (Peeping Tom, 1960),
ma in un episodio di una serie tv della durata di 50 minuti, brutto?
Carpenter mette
in chiaro la potenza del cinema, senza mai mostrarci davvero “La Fin Absolue du
Monde”, un film di cui si sa poco, ma che da quello che sappiamo, potrebbe
essere stato commissionato dal Diavolo in persona, guardando il film, o anche
solo avvicinandosi ad esso, evocherà i demoni personali degli spettatori, se
volete sventolare la bandiera con su scritto “METAFORONE” questo è il momento
giusto per farlo.



“Stai sempre a casa a vedere ‘sti film, esci ogni tanto!”.
In un’intervista a Carpenter contenuta nel saggio “Il signore del male”, Paolo Zelati
punzecchia il Maestro sul famigerato argomento violenza al cinema, Carpenter,
con il suo solito approccio pragmatico e risoluto che lo contraddistingue,
risolve tutto dicendo: “Non penso che il cinema possa portare una persona ad alzarsi dalla sedia, dopo aver visto un film, e dichiarare: Ora voglio uccidere qualcuno!”.
Questa risposta
di Carpenter si trova anche nelle parole di Kirby, quando il collezionista
sadico fanatico degli Snuff movie, pontifica sul potere del cinema,
snocciolando battute a doppio senso sul talento di montatore di Backovic,
mentre taglia la gola (cut, tagliare, montaggio… Cinematografia portami via!) ad
una poveretta, lo sconvolto Kirby gli risponde urlando: “Il cinema non ha
nessun potere! Questo è un maledetto omicidio!”.



“Ah quindi le mie battute metacinematografiche non ti fanno ridere?”.
Quindi, ancora
una volta Carpenter, come ha fatto spesso nei film della seconda metà della sua
filmografia, ritorna a riflettere sul cinema e il suo potere, il tutto portando
in scena un film (anche se dovrei dire mediometraggio, vista la lunghezza),
capace di entrare sottopelle allo spettatore. Il personaggio dell’angelo è
una delle figure più potenti e riuscite che ho visto negli ultimi dieci anni di
cinema, dimostrazione che il talento del Maestro non si è esaurito con il
tempo, ma che con la giusta storia può ancora dare parecchie lezioni di cinema,
in qualunque giorno della settimana con una mano legata dietro la schiena.



Essenziali, ma come da tradizione della rubrica: I titoli di testa!
Il tutto
rispettando le richieste iniziale della serie “Masters of Horror”, ovvero nudo
e sangue a strafottere. Carpenter si gioca tutto nel finale: l’ossessione del
cinefilo per i film esce dalla mente e passa al corpo. In un finale che
potrebbe piacere a Cronenberg, Giovanni Carpentiere mette in scena un momento
grondante sangue che per me riassume alla perfezione il rapporto tra cinema e
cinefilo, un rapporto che definirei… Viscerale.

Insomma, “Cigarette
Burns” è forse l’ultimo clamoroso acuto del Maestro, un altro apice nella sua
filmografia, l’ennesima dimostrazione della sua supremazia in cielo e in terra, anche nel confronto diretto con i suoi colleghi, visto
che prima ho utilizzato un paragone cestistico lasciatemi parafrasare la frase
con cui viene nominato l’MVP durante la partita dell’All-Star Game: nella notte
dei Maestri dell’horror, John Carpenter è stato IL Maestro, anzi… The Maestro!





Prima di
mettervi comodi in poltrona a guardare “La Fin Absolue du Monde”, fate un salto
sulla pagine del Faccialibro de Il Seme Della Follia – Fan Page italiana dedicata a John Carpenter che ospita questa mia rubrica tutta matta, in regalo
il poster del film di Backovic!!
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