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Cimitero vivente (1989): non voglio essere seppellito (in un cimitero per animali)

Sono sempre stato più il tipo di persona che preferisce i cani, ma una volta ho quasi adottato un gatto. Cioè girava sempre per il cortile di casa mia, una volta sono dovuto correre a “salvarlo” perché lo avevano chiuso per errore dentro un garage (Storia vera). Non proprio una cima di
felino ecco, però aveva il suo fascino, era un grosso Certosino, lo avevo ribattezzato “Il signore del male” perché mi spuntava sempre alle spalle, stando immobile a fissarmi come Alice Cooper nel film.

Ho ripensato al signore del male l’altro giorno, mentre mi riguardavo “Cimitero vivente” pensando: «Ma perché Stephen King non ha mai
vinto il Nobel per la letteratura?» il mio cervello fa strani collegamenti a volte.

Se non bastasse il contributo dato dai romanzi di zio Stevie alla cultura popolare, non credo esista un singolo altro autore, che ha potuto contare su così tanti adattamenti cinematografici e televisivi delle sue storie. Anzi King è diventato proprio una tappa obbligata per ogni autore che vuole scrivere il suo nome sul grande libro del cinema Horror. Anche perché parliamoci chiaro, ha avuto il tempismo di sfornare libri proprio quanto tutti i più grandi erano al loro meglio.
Chi può vantare di aver avuto il suo primo romanzo “Carrie”, portato al cinema da uno come Brian De Palma nel 1976? Seguito a ruota dal film per la tv “Le notti di Salem” (1979) per la regia di Tobe Hooper e poi completare la trilogia con, niente una robetta, “Shining” (1980) diretto
solamente da Stanley Kubrick. Non proprio la pizza con i fichi.
La reazione di zio Stevie quando gli mettono i fichi sulla pizza.

Eppure zio Stevie non ha mai sopportato il trattamento riservato da Kubrick al suo romanzo, non è difficile capire il perché se lo avete letto.
Al pari di “Pet Sematary” (pubblicato nel 1983) “Shining” è la cronaca della peggiore paura di un padre di famiglia che ama i suoi cari: perderli in modobviolento, per propria mano – animata da demoni nella bottiglia – oppure peggio, per destino avverso. La differenza tra le due storie? Piccola ma sostanziale, in “Shining”, King non rinuncia ad una specie di lieto fine (negato da Kubrick nella sua versione cinematografica) mentre “Pet Sematary” è uno dei pochissimi romanzi di King in cui l’autore del Maine, non si è fatto come al solito prendere dal caramello che ha nelle vene, scrivendo uno dei finali più cattivi della sua bibliografia.

Con il dente ancora avvelenato per il lavoro fatto da Kubrick, nel 1982 King decide di conquistare il mondo del cinema mettendosi in proprio, aiuta avere come amico un maestro come George A. Romero, infatti Creepshow è ancora un capolavoro senza sterzo. Nel 1984 proprio zio George avrebbe dovuto dirigere l’adattamento di “Pet Sematary” ma con il progetto in continuo slittamento, Romero purtroppo habdovuto passare la mano (storia vera), vi lascio del tempo per mordervi le nocche per il film mancato.
Tocca metterci una pietra sopra, e magari poi anche un gatto.

Le case di produzione avevano capito che King poteva essere un traino per le loro produzioni, anche medio piccole, Christine e La zona morta
ne erano la prova, però erano diretti da due maestri del cinema (e chebMaestri!). Mettiamoci poi che in quel particolare momento della vita, il nostro zio Stevie era in fase “EGOMANIA E DOMINIO DEL MONDO!”, benzinato a birra e
polverina, più o meno il carburante di cui si è nutrito il suo esordio alla regia, quell’adorabile follia di Brivido.

Attorno al 1989 pur di avere King a bordo di una produzionebtratta da un suo romanzo, labParamount Pictures era disposta a tutto: «Vuoibscriverla tu la sceneggiatura Stephen? Prego accomodati, chi meglio di te potrebbe!». Quando dico tutto, intendo dire proprio tutto, anche spostare le ripresendel film nel Maine, in modo che King fosse ad un tiro di schioppo da casa sua, oppure far venire giù il suo gruppo preferito a firmare un pezzo inedito per la
colonna sonora. Un po’ come se per convincere me a fare qualcosa, qualcuno pagasse i Pearl Jam, ecco uguale, solo che King ha voluto i Ramones, che incidentalmente sono tipo il mio gruppo punk del cuore, così, giusto per dirvi quanti motivi ho di volere bene a questo film.
L’errore di scrittura voluto, in italiano avrebbe potuto diventare: “Simetero vivente”

La leggenda vuole che Dee Dee Ramone, dopo aver ricevuto una copia del libro da King, sia tornato un’ora dopo con il testo della canzone
già pronto. Prendetela con le pinze perché va bene che i libri dello zio si leggono che è una meraviglia, ma un’ora mi sembra davvero poco. Sta di fatto che la loro “Pet Sematary” è un pezzo che non mi stancherà mai, ma quando pensiamo al contributo di King alla cultura popolare, metteteci dentro anche questo.

Ci sono stati tanti adattamenti Kinghiani diretti da registi di scarsa fama, “Pet Sematary” da noi trasformato nel più diretto “Cimitero vivente”, fu forse il primo film diretto da uno sconosciuto, anzi pardon, da una sconosciuta. Si perché Mary Lambert arrivava dai videoclip, ne aveva diretti per chiunque, ma soprattutto quelli che hanno contribuito a lanciare la carriera, di una di cui potreste aver sentito parlare, Madonna. “Like a Virgin”, “Material Girl”, “La isla bonita” e il controverso “Like a Prayer”, tutti farina del sacco della Lambert. Scusate se è poco.
Mary Lambert al lavoro sul set, sotto la supervisione degli
occhialoni di King.

Adattando lui stesso per il cinema il suo romanzo, il risultato finale è un film molto fedele al libro di King, che traeva la sua ispirazione dal breve racconto horror “La zampa di scimmia” (1902), lo conoscete di sicuro anche solo se guardavate i Simpson. Ma il concetto chiave è molto semplice: un padre che fa quadrato attorno ai suoi cari, e pur di proteggerli e salvaguardare lo status quo della sua famiglia è disposto a tutto, negando il lutto e la morte con tutto quello che è lecito, ma anche illecito, tipo
il terreno sacro degli indiani Mic-mac, dove sorge il cimitero degli animali, un posto in cui se ci seppellisce il tuo amichetto prematuramente scomparso, quello non resta morto a lungo, ma quando torna, lo fa in un modo che posso descrivere solo citando le parole (da brivido) del romanzo: a volte la morte è meglio.

Devo aver visto “Cimitero vivente” per la prima volta da bambino, probabilmente durante qualche Notte Horror (sempre sia lodata!), già
allora era un film capace di restarti attaccato addosso come il catrame, lasciandoti strascichi oscuri nei giorni a venire. I miei cugini più grandi ne erano terrorizzati, io sono cresciuto ascoltando i Ramones, e la colpa il merito penso sia in buona parte anche di questo film.
One! Two! Three! Four! Hey Ho! Let’s Go.

A trent’anni dalla sua uscita “Pet Sematary” non ha perso un grammo della sua forza, anzi è più letale oggi che mai, per due ragioni fondamentali: la prima è che nel frattempo Padre Tempo lavora ai fianchi per farmi mettere nella condizione di comprendere a pieno le scelte – anche tragiche – di Louis Creed. L’altra ragione più diretta ma
altrettanto efficace: “Cimitero vivente” le prova tutte per passare per uno di quegli horrorini di poco conto, le facce che lo popolano, la recitazione un po’ stereotipata quasi da vecchia serie televisiva americana. Ma poi appena ti distrai un attimo ti tira un pugno alla bocca dello stomaco, uno in piena faccia e a quel punto, inizia a darti calci nella palle. Con gli anfibi.

Si inizia come iniziato TUTTI gli horror, con la famigliola felice che cambia casa. I Creed sono composti da papà Louis (Dale Midkiff, che
forse ricorderete giusto per un celebre meme tratto proprio da questo film), mamma Rachel (Denise Crosby), la piccola “Precoc” dai sogni premonitori Ellie (Blaze Berdahl) e l’ancora più piccolo Gage, un puttino biondo con la faccia di Mirko Hughes, di anni DUE, lasciatemi l’icona aperta, che lui merita un discorso a parte.
Noi appassionati di horror siamo a favore della famiglia tradizione. Nel senso che è tradizione che muoiano male.

Il loro vicino di casa ha la faccia losca del classico vecchio degli horror che ti mette in guardia dal disastro, ha la funzione di aggiornarci sulla pericolosissima statale lungo cui corrono, sfrecciano, volano camion a tutta velocità (con autisti che spesso ascoltano “Sheena is a punk
rocker” dei Ramones) oppure sul cimitero degli animali e le sue leggende Indiane. Ma soprattutto
di ammonire Louis, raccontandogli di quella volta in cui qualcuno ha seppellito lassù l’amato figlio, eroe di guerra decorato, solo per vederlo tornare ben diverso da prima.

“Ora ti racconto una storia di King”, “Non so se ho voglia
di sentirla”

Mary Lambert è millimetrica del suo prendersi tutto il tempo che gli serve per scoprire le carte, posizionando i personaggi sulla scacchiera, facendoci affezionare a tutti, anche al Certosino di nome Church (diminutivo di Winston Churchill) e al destino delle sue palle. Dopodiché manda in scena un film in cui la morte è ovunque, quasi palpabile, così presente che lo stesso Stephen King fa una comparsata nel film, è il prete che celebra uno dei (tanti) funerali, così, giusto per dirvi che aria tira.

“Cimiteri viventi, bare volanti, qui avrete bisogno di una
benedizione”

Ogni trovata, anche la più insipida (la vicina di casa con i dolori di stomaco) è un presagio funesto, che aggiunge tragedia la dove la tragediandeve ancora accadere, ma è già nell’aria. Persino il giovane corridore, che Louis non riesce a salvare in sala operatoria, ci fa capire che questa storia non proseguirà con l’aiuto della medicina, il ragazzo sembra lo spettro sanguinolento dell’amico del protagonista di “un lupo mannaro americano a Londra” (1981) ma in misura minore.

“Hai un moment? Sento un leggero mal di testa”

Per essere un film diretto da una donna poi, il punto dibvista è completamente maschile, questo è l’incubo di un padre, in cui le mazzate arrivano belle forti, alla faccia del pensiero comune che vuole le donne dietro la macchina da presa, tutte intente a dirigere i sentimenti e le emozioni, mentre le farfalline colorate volano del cielo e tutte quelle menate lì.

Quando anche la recitazione sembra quella un po’ di plastica di una serie televisiva, “Cimitero vivente” tira fuori i gomiti e li usa per farti male, anzi direi che colpisce proprio sotto la cintura. Il flashback di Rachel alle prese con l’agonia della sorella è un incubo per lo spettatore, che Mary Lambert dirige proprio così, come se fosse il ricordo orrendo di una bambina cresciuta nel trauma, ecco perché ad interpretare la tenera sorellina è un uomo truccato (storia vera), cosa che non vi passerà nemmeno per l’anticamera del
cervello quando vedrete la tenera Zelda correre letteralmente verso di voi e verso la macchina da presa.
L’adorabile Zelda, protagonista degli incubi notturni di tanti spettatori.

“Cimitero vivente” è una barzelletta (nera) con un finale facilmente intuibile, che però non fa ridere per niente. Più procede con i minuti, più ogni cosa va a rotoli per i protagonisti, persino il tenero Church, pacioccoso come il signore del male, diventa beh, un vero signore del male, un gattaccio che soffia con quei suoi occhi che sembrano due fanali, un trucco ottenuto da Mary
Lambert e dal suo direttore della fotografia Peter Stein, combinando le giuste lenti della macchina da presa alla luce adatta (storia vera).

Oggi è nervoso, gli hanno cambiato la marca dei croccantini.

In almeno una scena “Pet Sematary” riesce a dare un senso del tutto nuovo al concetto di danno al tendine d’Achille, ma per assurdo è
talmente coinvolgente che si prova anche un po’ di pena per i cattivi di questa storia. La scritta durante i titoli di coda garantisce che nessun animale è stato ferito durante la realizzazione del film, ma quando Church viene preso per la collottola nel finale provo quasi pena per lui, povera bestia.

Un discorso che vale anche per Gage, e visto che avevo un’icona su Miko Hughes da chiudere, facciamolo subito. La scena del grande patatrac è diretta da Mary Lambert davvero senza pietà nel suo scegliere le inquadrature. Grazie ad un montaggio inesorabile, anche se hai già letto il libro e visto il film tante volte, ogni volta hai voglia di correre verso quella statale anche
tu, ogni dettaglio, l’aquilone, la scarpina che vola via, tutti chiodi nella bara, con cui Mary Lambert ci seppellisce nel cimitero degli animali.
La scena è tragica, ma il meme resta uno spasso.

Una storia che richiede che la minaccia finale sia un bambino di due anni, capite da soli che può scivolare nell’involontariamente comico in un attimo, invece Mary Lambert crea la tensione tenendoci sul filo, utilizzando per il suo mini assassino le dinamiche che solitamente vediamo
utilizzare a Chucky. Con l’aggiunta di un saggio utilizzo di primi piani e di controfigure, grazie alle quali Miko Hughes, non avrà fatto più molto in carriera, ma tutti ricordano il piccolo e terribile Cage.

Come far passare la voglia di fare figli per sempre. Meglio un gatt… no niente, scherzavo.

Ma come dicevo, “Cimitero vivente” è così coinvolgente che anche quando il bimbo va giù, ti viene istintivamente di preoccuparti per il modo in cui Miko Hughes sbatte la testolina contro la parete. Non ho idea di cosa potrebbe essere vedere questo film da padri di famiglia, perché già così resta davvero potente, in trent’anni non ha perso un grammo della sua forza.

Tra i tanti adattamenti Kinghiani, questo è l’unico che non aveva bisogno di un remake, vedremo cosa ne verrà fuori, ma nel dubbio, io tendo a dare ascolto alla parole dei Ramones, alla fine l’ho sempre fatto.
I don’t want to be buried in a pet cemetery
I don’t want to live my life again
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