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Cinque dita di violenza (1972): cinquant’anni di mani che menano

Nel paesello di provincia dove sono cresciuto, uno dei centri
nevralgici dell’intrattenimento (se così possiamo definirlo) è ancora un
ippodromo, immutato dalla sua costruzione, sembra un monolite arrivato per
direttissima dagli anni ’70, per l’architettura esterna e per l’arredo al suo
interno.

Anche perché ancora oggi è tappezzato di locandine (alcune gigantesche)
di tutti i classici del cinema più popolare nel momento in cui l’ippodromo è stato costruito, mettere un piede al suo interno vuol dire ritrovarsi proiettati di
colpo in uno strambo Paese a forma di scarpa, anno di grazia più o meno 1973, ovvero l’anno
zero in cui l’Italia ha scoperto il cinema di menare cinese, una febbre che ha
contagiato la penisola e che Lucius ci ha raccontato nel migliore dei modi
possibili sulle pagine de Il Zinefilo.

Locandine di un certo livello.

Nessuno ad esclusione di Lucius ha mai voluto trattare
davvero la questione, perché nessuna ha vero interesse a ricordare come l’Italia
sia impazzita per i film di arti marziali provenienti dall’oriente, un
allineamento di pianeti tra la fine dei Peplum e del dominio degli
Spaghetti-Western e poco prima della dipartita del piccolo drago, i cui film
sarebbero arrivati tutti insieme in uno strambo Paese a forma di scarpa,
purtroppo tutti postumi, ma senza che questo impedisse al Maestro Bruce Lee di assorgere allo stato di leggenda.

“Cinque dita di violenza” è sbarcato qui da noi sul finire
del 1973, diventando un vero fenomeno di costume, a dirla tutta non è stato il
primo film di “Cinesi di menare” sbarcato qui da noi, quel primato è sulle
spalle di “Il drago si scatena” (1972), malamente ignorato dal pubblico, perché
non baciato da quell’allineamento di pianeti che ha reso il film diretto da Chang-hwa
Jeong non solo un vero culto, ma letteralmente un modo di dire di uso comune
nella nostra lingua. Per mia esperienza quando un titolo colpisce così forte la
cultura popolare, quel film è un Classido!

Gli Shaw Brothers Studio in Cina sfornavano film a catena
di montaggio, registi, attori, comparse e cascatori erano carne da macello tra
gli ingranaggi di questa macchina da cinema, che stipavano le masse in
capannoni direttamente sul set, per poterli far lavorare il più possibile,
strizzandoli come limoni (storia vera). Non è dato sapere come mai gli
americani della Warner Bros abbiano deciso di gemellarsi con i “fratelli” della
Shaw Bros, le ipotesi si sprecano, forse la più allettante era quella di poter
pescare da un bacino infinito di titoli a basso costo. Sta di fatto che quando il
vice-presidente della Warner si presentò agli studi della Shaw Bros tutti
credevano che avrebbe scelto tra i loro titoli di punta, prontamente ignorati
in favore di “Tian xia di yi quan” ossia “Il pugno numero uno nel mondo”,
uscito negli Stati Uniti come “King Boxer” e diventato un mito e un modo di
dire in Italia con il titolo di “Cinque dita di violenza”.

Sono convinto che l’influenza americana abbia avuto il suo
peso sull’esplosione di popolarità qui da noi, infatti negli Stati Uniti “Cinque
dita di violenza” gode quasi della stessa popolarità che dal 1973 ha anche in
Italia, tra i suoi estimatori vabbè facilissimo, Quentin Tarantino, anche se mi
sta più a cuore citare le parole del
Maestro John Carpenter: «Ho amato i film di kung fu sin dal primo che ho
visto: Cinque dita di violenza. Oh mio Dio, era gioia pura»

Anche oggi un po’ di Giovanni Carpentiere su questa Bara l’abbiamo portato, missione compiuta.

Un paio d’anni fa ho visto il documentario “Pugni d’acciaio
e calci Kung-Fu”, deve essere sbarcato anche su Netflix, magari lo trovate
ancora, un punto di vista abbastanza fresco su come i film di arti marziali
abbiano influenzato oltre alla produzione cinematografica americana, anche il
costume e la società, nel corso della panoramica vengono fatti svariati nomi e
titoli, ma alla domanda su quale sia il primo film di arti marziali che ricordi
di aver visto e che ti è piaciuto, una serie di nomi notevoli come Scott
Adkins, Michael Jai White, Cynthia Rothrock, Amy Johnston, Richard Norton, Billy
Blanks, l’infiltrata Jessica Henwick e Don “The Dragon” Wilson
rispondono tutti gaudenti con un solo titolo: “Cinque dita di violenza” (storia
vera).

Che poi a ben guardarlo, con il famigerato senno del poi che
regala a tutti dieci decimi di vista, “Cinque dita di violenza” non è nemmeno
il miglior film tra quelli prodotti dalla catena di montaggio Shaw Brothers, a
voler essere totalmente onesti non è nemmeno questo trionfo di originalità. Il film di Chang-hwa Jeong riprende elementi canonici e stra abusati dai
Wuxia e li applica al filone appena nato del gongfu, ovvero i combattimenti a
mani nude, molto più rudi, ruspanti e popolari rispetto ai cavalieri erranti
svolazzanti armati di lame e spade a cui il Wuxia ci ha abituati. Che comunque sarebbero diventati popolarissimi, anche se qui da noi in uno strambo Paese a
forma di scarpa, dove tutto è stato etichettato come Kung-Fu e sparato nelle
sale, dato in pasto al pubblico, questa differenza non l’ha colta nessuno,
perché tanto chi li aveva mai visti i Wuxia pieni di faide tra scuole di arti
marziali, anziani maestri pronti a tramandare tecniche di menare antiche o
anche passaggi classici, come l’eroe ferito e menomano (sorta di maestro sciancato) che si vendica
raddrizzando tutti i torti.

I’m a lumberjack and I’m OK, I sleep all night and I work all day (cit.)

Secondo la leggenda, “Cinque dita di violenza” uscì nelle
nostre sale con un doppiaggio quasi normale, quasi umano oserei dire, andato
purtroppo perduto e soppiantato dal secondo doppiaggio, quello che ha
proliferato in VHS prima e poi travasato malamente in DVD e arrivano fino a
noi, una roba che ricorda a tutti gli effetti quando il rumorista di “Scuola di
polizia”, faceva l’imitazione dei film di Kung-Fu con tanto di labiale
palesemente fuori sincrono, una roba imbarazzante che però a suo modo fa parte
della mistica di questo film.

La trama è un classico, lo era già prima perché come detto è
una spremuta di topoi narrativi pescati dai Wuxia, che voi la conosciate per i
film con gli spadaccini cinesi volanti e perché l’avete vista nella sua
versione riassunta e farcita di pugni mortali di “Cinque dita di violenza” non
importa, perché tanto è sempre quella.

Facce che avete visto in TUTTI i film di menare: il mitico Bolo Yeung!

Sung Wu-yang, un anziano maestro di arti marziali, capisce che
per sopraggiunti limiti di età, di non poter più insegnare molto al suo allievo
prediletto, Chao Chih-Hao (l’imbalsamato Lo Lieh), quindi lo spedisce non a
Bel-Air ma nella palestra dell’esperto Chen-Hsin-Pei, dove potrà imparare tutto
e tempo un anno, essere pronto per il grande torneo.

In mezzo metteteci, una sotto trama amorosa con Ying Ying,
la figlia dell’anziano maestro, una serie di sgherri che avrebbero fatto la
gioia di Cesare Lombroso e una tecnica mortale, quella del “Palmo d’acciaio”,
su cui Kevin Smith avrebbe sicuramente tirato fuori una battutaccia zozza ma
che nel film è segreta, così segreta che non si vede nemmeno come faccia il
nuovo Shifu di Chao Chih-Hao ad insegnargliela. Ad un certo punto il nostro protagonista ha i
pugni nelle mani come Maccio Capatonda e per di più, i palpi sono fluorescenti
tipo filamento della lampadina, insomma una tecnica utilissima per leggere a
letto senza bisogno di accendere la luce.

Mani da lettura ma anche mani di menare!

Se Chao Chih-Hao inizialmente è vessato solo da un bullo
locale, Chen Lang (l’attore coreano Kim Ki Ju) con la sua capigliatura che lo
rende allo stesso tempo capellone e calvo in parti uguali, forse prematuramente
stempiato dalla sua tecnica delle testate (che rovinano il capello), molto
presto si ritroverà nel centro del mirino del diabolico Boss con i baffetti da
cattivo Meng Tung-Shun, interpretato da un mito come Tien Feng, lo avete visto
in TUTTI i film di arti marziali, proprio tutti.

La lezione di Cesare Lombroso applicata al cinema.

Temendo la concorrenza di ‘sta mano che po esse fero e po esse
piuma, il Boss manda i suoi uomini ad aggredire Chao Chih-Hao spezzandogli le mani e mettendo fine alla sua carriera prematuramente. Mi viene da chiedermi se
questo fosse il Kung-Fu movie preferito anche di Tonya Harding.

«Le mani! Mi hanno distrutto le mani!» (cit.)

Con un’usanza tipica del cinema orientale (anche il Maestro
Morricone ne era stato vittima), “Cinque dita di violenza” usa quelle sue
ditine per pescare musica popolare in occidente da utilizzare a sbuffo nella
colonna sonora, nella fattispecie l’aggressione a Chao Chih-Hao qui viene
sottolineata dal motivetto della sigla di “Ironside”, che se avete un’età
oppure siete veri appassionati di film di menare, vi farà subito pensare alla
serie con Raymond Burr, a Quincy Jones che lo ha composto oppure a questo film.
In alternativa se siete schifosamente giovani e proseliti di Tarantino, vi
ricorderà subito “Kill Bill” perché il regista di Knoxville lo utilizzava senza
motivazione alcuna (se non quella citazionistica) nel suo film, quello che ha
trasformato TUTTI in esperti di film di arti marziali, profondi conoscitori di
tutta la produzione orientale sulla base di un film visto. Quello di Tarantino.
Fine dell’angolo del lamentone polemico.

Ma dove “Cinque dita di violenza” mena il suo colpo più duro
è sicuramente nella scena quasi Horror (anche quella scippata da Tarantino per
la sua bionda sposa), ovvero l’accecamento a colpi di bulbi oculari strappati,
scena madre che colpì così tanto l’immaginario italico che la seconda locandina
del film, venne creata ad arte per sbattere quei due occhi asportati dritti sul
poster (storia vera).

A me gli occhi!

Che voi siate esperti di film di menare, che vi sentiate
tali perché ve lo ha detto Tarantino, oppure perché siete cresciuti in sala (e
all’ippodromo) non importa, “Cinque dita di violenza” pur non essendo il
miglior film degli Shaw Brothers Studio, il più originale o quello recitato
meglio (Lo Lieh il protagonista, non sapeva tirare un pugno che fosse uno,
storia vera), questo film ha davvero tutto per aprire ancora oggi al pubblico
le porte di un mondo cinematografico vastissimo che è stato fondamentale in
oriente tanto quanto qui da noi.

Ricordatevi di fare testamento prima di scambiare un cinque alto con lui.

Ci sono film che si ritagliano il loro posto nella storia
del cinema con la loro forza, non potevo proprio concludere il 2022 senza
celebrare i primi cinquant’anni di un titolo che quel posto se lo è preso
usando beh, cinque dita di violenza… auguri di buon compleanno!

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