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City on Fire (1987): oh, oh, oh I’m on fire

Sento da tempo
l’esigenza di rendere omaggio al cinema di Hong Kong su questa Bara, l’Heroic
bloodshed è una parte importante della mia – parolona – formazione come
appassionato di cinema, il primo capitolo della trilogia “On fire” di Ringo Lam
è ancora il mio preferito.

Scrivere di questo
film oggi, in occasione dei suoi primi 35 anni è come raccontare di un pezzo di
cinema che è scomparso, Hong Kong è stata per anni il punto di congiunzione tra
oriente e occidente, il porto dei fiori è stato per me il luogo ideale dove ho
mosso il primo passo nel cinema orientale. Bisognerebbe fare una lunga
dissertazione sui cambiamenti avvenuti ad Hong Kong in questo lungo periodo, ma
non sono la persona giusta per farlo e lo ammetto candidamente, mi mette anche
più malinconia delle storie di Ringo Lam anche solo pensare a quanto sia
cambiato tutto, in peggio purtroppo.

Trovo anche che
abbia poco senso trattare questo film, monopolizzando il discorso con le sue
“copie d’autore” famose, che non fanno altro che sottolineare quanto il film di
Ringo Lam sia stato fondamentale anche per il cinema occidentale, un caposaldo
del poliziesco, visto che la storia è quella di Ko Chow (Chow Yun-fat come
sempre stilosissimo), sbirro infiltrato da lungo tempo negli ambienti della
criminalità di Hong Kong, dove ha stretto un’amicizia virile con il malinconico
rapinatore Fu (Danny Lee), di mezzo poi un grande colpo ad una gioielleria
destinato a terminare malissimo, insomma la trama è più classica ora che
allora, ma la messa in scena resta innovativa.

Nemiciamici, come Red e Toby.

“City on fire” nei
primi cinque minuti iniziali, quelli che determinano tutto l’andamento di un
film, si gioca subito la violenza, sporca, grezza, gettata in faccia al
pubblico con la coltellata che macchia di sangue il bucato steso, un modo
volutamente anti-glorioso di rendere la violenza, anche in maniera realistica,
che per certi versi ha sempre distinto Ringo Lam dall’altro grande nome del
cinema di Hong Kong, quel John Woo (sempre sia lodato), che invece l’ha resa
spettacolare, ultra dinamica, un trionfo di grande cinema.

L’approccio di Ringo
Lam è differente, forse per differenze culturali noi occidentali continuiamo ad
etichettare la lunga parte “melò” della storia come il grosso difetto di “City
on Fire”, lo ammetto candidamente è più facile farsi ammaliare dalla
sparatoria, dalla lunga e realistica scena della rapina andata male e dallo
stallo alla messicana finale, la scena simbolo di questo film. Ma la volontà del regista di scavare dentro i suoi personaggi, raccontandoli anche nella loro vita privata, contribuisce a renderli tutti più realistici, più credibili facendoci
patteggiare con loro, in questo senso Chow Yun-fat è perfetto anche nelle
incertezze del suo personaggio nel rapporto con la sua fidanzata, quasi degli
spaccati di vita reale, in mezzo ad un classico del cinema di genere.

“Come ti sembra questa Bara Volante?”, “Un postaccio, pieno di facce losche”

Quello che mi
colpisce di “City on Fire”, oltre al Jazz di sottofondo, ai sassofoni a buttare
è proprio l’uso della malinconia, che a ben guardare è un elemento chiave anche
nella filmografia di John Woo ma Lam maneggia in modo diverso, i suoi
personaggi sono già segnati, lo sappiamo d’istinto che questa storia non finirà
bene, quindi il regista concede loro degli spaccati di vita, anche di serenità
prima che la storia richieda il suo tributo di sangue.

La scena della
rapina è un manuale di realismo applicato al cinema di genere, tutto va storto
come potrebbe andare nella realtà, l’anziana signora che riconosce i
rapinatori, l’ascensore non al piano che pare non arrivare mai, anche i piccoli
intoppi, si sposano alla perfezione con quella volontà di realismo che Ringo
Lam maneggia alla grande, nel finale poi tutto il lavoro fatto dal regista per
farci affezionare ai personaggi paga dividenti.

L’azione, quella che ha fatto scuola (anche ad occidente)

Quando si parla di “Mexican
standoff” viene sempre in mente l’uso che ne hanno fatto le copie d’autore del
film di Lam oppure gli eroi di Woo, che si piantavano l’automatica in faccia
come a voler dire: «Ok, ora parliamo», lo stallo alla messicana di Ringo Lam è
l’apice di una lunga sequenza in crescendo, in cui l’amicizia virile tra i
personaggi è quella che li motiva, ci sono diversi momenti in cui Ko Chow
potrebbe uscire dal suo personaggio, il regista gli mette sulla sua strada
diverse ideali vie di fuga, ma lui per ruolo e lealtà non ne imbocca nessuna,
andando verso l’unica probabile, una fuga tra le pallottole che inevitabilmente
porta all’ultimo faccia a faccia, in cui i personaggi hanno tutti le loro
ragioni e allo stesso tempo hanno tutti torto, ma noi dopo 101 minuti nelle
loro vite, siamo nella complicata posizione di patteggiare un po’ per tutti, in un
misto di azione e malinconia che ancora oggi trovo irripetibile, proprio come
il periodo di creatività che ha reso il porto dei fiori il ponte ideale tra
oriente e occidente, almeno al cinema.

Si chiama stallo alla Messicana anche se lo fanno ad Hong Kong?

Della trilogia “On
Fire”, composta da “Prison on Fire” (1987) e “School on Fire” (1988), proprio
per manifesta malinconia questo resta il mio preferito, ci tenevo ad avere questo
compleanno e questo titolo sulla Bara, perché è un film e un regista, sempre
incastrato tra tanti grandi nomi, ma che andrebbe ricordato come loro pari, non
solo come ispiratore o nota a piè di pagina di titoli più famosi e popolari.

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