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Civil War (2024): ma questo film non lo aveva già diretto Joe Dante?

Sapete cosa odio davvero? Ok, GIEI GIEI Abrams, lui è sempre la risposta giusta a questa domanda, ma questa volta il discorso è un po’ più ampio, non me la cavo citando il Maledetto. Perché quello che davvero non sopporto, e lo dico da appassionato di cinema, è quando al telegiornale, in particolari in quelli che vanno in onda nelle fasce orarie più popolari, per far arrivare una notizia al pubblico, fanno i paragoni con i film.

Fateci caso, vale lo stesso principio per qui i giornalisti usano sempre l’espressione “Un vero e proprio”, non basta dire che so, un arsenale, devono dire, un vero e proprio arsenale. Ecco, allo stesso modo, una volta che avrete notato questo, non potrete più togliervi dalla testa la vecchia e ruffiana tecnica di paragonare il fatto di cronaca nera o estera del momento con la trama di un film.

Dimmi che sei un film di Alex Garland senza dirmi che sei un film di Alex Garland.

Lo trovo irritante, perché non è un modo per cercare di “spiegare” al pubblico una situazione lontana dalla loro vita quotidiana, utilizzando come fattore di mediazione un film famoso, un elemento che sia un terreno comune per far arrivare per davvero agli spettatori il senso del dramma. Niente di tutto questo, per quello che mi riguarda quello non è giornalismo, al massimo è un servizio fatto a tirar via, che serve a sfruttare uno stagista sfruttato per montare immagini a caso per sfornare una roba che se fosse un articolo pubblicato sul web, verrebbe velocemente etichettato come acchiappa click.

Diretta di Enrico Mentana già in corso da diverse ore.

Il giornalismo ha il dovere di cronaca, di raccontare i fatti, in un mondo ideale anche verificati (insomma, non bufale), il cinema non ha il dovere di essere realistico o tanto meno di “educare” lo spettatore, se non ad un – si spera – miglior gusto artistico. Ecco perché davanti ad un film come “Civil War” provo sentimenti contrastanti, amplificati dal nome del suo regista, Alex Garland che almeno un paragrafo se lo merita, anche perché è doveroso al fine di analizzare la sua ultima fatica con un minimo di logica. O forse avrei dovuto scrivere un vero e proprio paragrafo? Ditemelo voi, io intanto attacco a scriverlo.

Garland esordisce come romanziere, il suo “The Beach” diventa un film diretto da Danny Boyle che poi se lo tiene stretto, almeno come sceneggiatore del fondamentale 28 giorni dopo, in mezzo il nostro scrive un altro titolo per Boyle, ovvero “Sunshine”, poi ci aggiunge “Non lasciarmi” e intanto ha l’intuizione giusta con Dredd, ma si fa battere sul tempo da The Raid. Poco male, Garland colleziona recensioni anche ottime con il suo Ex-Machina il film che ogni volta che rivedo mi piace sempre un po’ di meno, poi manca il bersaglio di diversi chilometri con due regie piuttosto irrisolte e fuori fuoco come Annientamento e Men, che come sapete ho apprezzato uno meno dell’altro.

“Qui è dove stava quello vestito da Bufalo e quello con i capelli arancioni», «Tranquillo che almeno uno dei due prima o poi ci tornerà anche»

Ma è innegabile che Alex Garland si porti dietro i tratti caratteristici dell’autore, la propensione per la fantascienza e gli scenari, anche distopici, anche se questa parola è decisamente abusata (quasi quanto “vero e proprio”), spesso utilizzati per fare metafora del presente. Spesso i farciti da una certa propensione un po’ fighettina mediata da METAFORONI anche troppo urlati, almeno per i miei gusti, in una grammatica cinematografica che si alterna tra il realistico e il laccato, ma bisognerebbe essere ciechi per non vedere che la sua ultima fatica, questo “Civil War”, al momento tira una linea e riassume alla perfezione tutto il cinema di Garland facendo il punto sulla sua situazione di autore o per lo meno, della sua volontà di esserlo a pieno titolo.

“Civil War” parte da uno spunto molto semplice e nemmeno così improbabile come i fatti dell’assalto al Campidoglio hanno messo ben in chiaro. Gli Stati Uniti sono spezzati in due da una guerra civile con al centro l’alleanza tra due stati ribelli, opposti per indole, perché non riesco a pensare a qualcosa di più distante come filosofia di vita del Texas e della California. Tra alleati e ribelli, il conflitto interno lacera il Paese mettendo gli Yankee gli uni contro gli altri e tutto questo, ci viene presentato con il Presidente («Il Presidente di che?» cit.) barricato nella Casa Bianca che prepara un poco convinto discorso, anche se poi la trama segue un gruppo di reporter di guerra, con l’obbiettivo di raggiungere il presidente nella capitale per intervistarlo, prima di quella che sembra destinata ad essere un’inevitabile caduta per un’intera nazione.

Come passare da “Make America great again” a “Make America again” in un attimo.

Scritto e diretto da Alex Garland, sostenuto dai suoi due storici collaboratori, il direttore della fotografia Rob Hardy e il montatore Jake Roberts che fanno un grosso lavoro (spesso sprecato dall’abuso di lenti a focale corta, tanto amate da Sergio), inutile girarci attorno, la trama ruota attorno ad una giovane reporter appena ventenne, una fotografa di guerra di nome Jessie (Cailee Spaeny), cresciuta nel mito della sua eroina, Lee Smith, leggenda delle foto scattate durante gli scenari di guerra, interpretata da una Kirsten Dunst che ci ricorda che le bionde efebiche spesso invecchiano come contadine russe colte prima del tempo da un inverno rigido dopo un autunno tutto sommato mite. Come mi sia uscita questa proprio non lo so, forse avrei dovuto aggiungere un vero e proprio inverno.

«L’inverno sta arrivando anche per te Cassidy, fai poco il furbino»

Lee è disincantata, cinica, sembra ricordare a Jessie il principio per cui tante volte è meglio non incontrare mai i proprio eroi, ma con una nazione al crepuscolo forse, è anche il minore dei problemi e le due donne, troveranno un modo di legare lo stesso, anche considerando che nel gruppo troviamo Wagner Moura che finalmente batte un colpo dopo Narcos, e che qui conferma tutto il suo talento, anche nei momenti più intensi che comunque, in “Civil War” non mancano.

«Voi vi lamentavate che la Colombia era un casino eh?»

Un film che rappresenta l’esordio per la A24 nella produzione di “Blockbuster”, virgolette obbligatorie, visto che con i suoi cinquanta milioni di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti di una nazione nella finzione narrata al tracollo, rappresenta un pulcino bagnato rispetto al costo medio del tuo filmone per tutti, però tutto questo è in linea con l’impostazione data dal regista al film.

Da un certo punto di vista è chiaro che “Civil War” nella sua semplicità (ora mi siedo qui e aspetto i criticoni dell’Infernet, che diranno che ha una trama troppo semplice, vediamo quanto ci metteranno ad arrivare), abbia parecchia voglia di risultare autoriale, per certi versi seguendo un po’ gli alti e i bassi della produzione di Garland, che abbraccia lo stile molto classico strizzando l’occhio a titoli come “Un anno vissuto pericolosamente” (1982) e allo stesso tempo, vorrebbe firmare il suo sconvolgente Salvador, con una differenza sostanziale: Oliver Stone, usava il cinema, quindi la finzione, per dire qualcosa di vero e concentro sulla politica estera americana, il nostro Garland invece, nei suoi momenti più paraculi in cui si trasforma in Alex Gardaland, si barrica come il Presidente del suo film dietro alla fantascienza distopica ed è qui che il mio post su “Civil War”, si ricollega all’inizio del mio post su “Civil War”.

The last of U.S.A

Oliver Stone ci racconta del Salvador, basandosi su eventi reali, ma chissenefrega perché tanto molti americani, diciamo circa un 48%, non saprebbe nemmeno indicarlo su una mappa. Ma se raccontiamo una guerra civile nel cuore degli Stati Uniti, ovvero se usiamo la finzione cinematografica, magari qualcuno capirà che le guerre civili sparse per il mondo sono brutte, che è un po’ lo stesso principio descritto lassù, utilizzo scene a caso di un film (quindi finto) per rendere il reale un po’ più reale, anche se resta il dubbio di fondo: perché per il pubblico occidentale deve essere “vero” solo se accade in America? Qui ci vorrebbe una risposta complessa ad una domanda non così semplice, ma siccome andrei fuori tema, diciamo che è colpa di GIEI GIEI Abrams, tanto qualcosa di male l’ha fatto di sicuro, quindi non si sbaglia ed io posso tnare al vero e proprio commento del film. Visto? Ho usato vero e proprio.

La guerra civile è brutta, ma sul territorio americano di più, infatti si stanno sprecando parole da cinefili con la pipa e gli occhiali per l’ultima fatica di Garland, espressioni come “Un film necessario”, “Una storia importante” che coglie il momento storico (che vuol dire anno di elezioni negli Stati Uniti) a cui manca solo un bel “Vero e proprio” davanti per essere completo. Quindi la parte che ho trovato vagamente urticante in “Civil War” è quella sottotraccia sempre presente in tutta la filmografia del regista, che vorrebbe essere caustico e sanguigno come Oliver Stone, ma si barrica dietro allo scudo di plastica comodo della fantascienza. Garland poi in altri momenti cerca di essere satirico, ma allo steso tempo è troppo in posa da Autore (con pipa e occhiali) per mandare davvero a segno zampate in grado di non farti mai più guardare politici, militari e giornalisti allo stesso modo, come faceva ad esempio Joe Dante in quel capolavoro (si avete letto bene) che era “La seconda guerra civile americana” (1997).

Garland lèvati, ma lèvati proprio, Mighty Joe ti ha battuto come un tappeto.

Garland è sempre lì, nella Terra di Mezzo tra fare quel deciso e convinto salto tra i registi giusti e quelli che invece, qualunque cosa facciano (anche roba più che mediocre come Men) comunque si beccano qualche «Bravò!» quindi nel dubbio cosa fa? Punta sul suo pezzo forte, l’estetica. Anche se va detto che qui, un accenno di quel salto che per lui sarebbe auspicabile, almeno l’ho intravisto.

Il linguaggio utilizzato da Garland mescola diverse soluzioni, abbiamo il racconto del viaggio (anche un po’ di formazione, mentre la nazione attorno si sfalda) narrato in modo molto classico, anche nel ritmo e nelle scelte di inquadratura. Poi ci sono le parti d’azione, dinamiche, ruvide, macchina da presa a spalla e via, in equilibrio tra il realismo delle scene di guerra e i videogiochi bellici, quelli in prima persona, insomma, efficacissimo eh? Ma vagamente cerchiobottista.

Nel mezzo poi ci mette elementi “diegetici” (altro giro, altra parola da cinefilo che sentirete usare spesso con questo film), le fotografie scattate lungo tutto il viaggio dai protagonisti, raccontano a loro volta storie di un Paese allo sbando, e che vanno di pari passo con lo sviluppo (o in qualche caso, l’involuzione) di alcuni dei protagonisti. Bellissimo, anche se poi le “fotografie” prendono il possesso dello schermo e cristallizzano momenti, li rallentano, come succedeva in Dredd con la droga spacciata nel palazzo, Garland spara a mille tutta la sua ricerca estetica e nel mezzo dell’azione, o di una scena violenta, ci mette del Rap o in generale, della musica fuori contesto, cercando di cogliere il momento al rallentatore, come se fosse sceso dal lato Robert Capa del letto.

Alla ricerca dello scatto perfetto, un altro di quei casi in cui regista e protagonisti sono alter ego uno degli altri.

Oh! Tutto questo lo guardi pensando: «Garland, puro Garland», la somma di tutto quello che lo sceneggiatore e regista ci aveva già mostrato in precedenza fino ad ora, ma quando funziona davvero? Forse solo quando entra in scena Jesse Plemons, militare pronto a spiegarci con una sola domanda («Che tipo di americani siete?») quanto davvero sia spezzato in due il Paese che guida l’occidente e qui, non sto per forza parlando della finzione cinematografica, anzi.

Il personaggio di Jesse Plemons porta con se una delle scene più intense di un film in cui ogni tanto, in qualche dialogo, fanno capolino pallidi tentativi di satira, cancellando anche un paio di risatine che ho sentito in sala (storia vera), perché sempre che ormai, se in un prodotto americano per tutti, non si siano le battutine, il pubblico se le vada a cercare dove sono appena accennate. Poco male, da quel punto in poi un film che come i suoi protagonisti, riusciva a mantenere il giusto distacco richiesto dal ruolo, porta nella storia un freddo cinismo che mi ha un po’ ricordato “The Road” (2007) e che mette in moto la valanga, il crescendo che è il finale di “Civil War”.

«Forza, scherza ancora sul fatto che somiglia a Matt Damon, ti sfido»

Tirando le somme, se amate Alex Garland e la su idea di cinema, date il benvenuto al vostro nuovo film preferito, se invece fate parte della mia squadra e Garland per voi è ancora un autore in divenire, sicuramente “Civil War” sarà un deciso colpo sparato della direzione giusta, ma non ancora la zampata che avrebbe potuto essere, ci vedo ancora un po’ troppa propensione all’immagine laccata a tutti i costi, oppure semplicemente torniamo al punto per cui Joe Dante era già stato su questi territori, prima, e anche meglio. Mi dispiace Alex, anche questa volta sei arrivato secondo.

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  1. Ero da solo in sala, bellissima esperienza! Non come quella avuto con Dante ma comunque degna di menzione.

    • Il cinema da soli è sempre figo, lo dico ogni volta 😉 Cheers

  2. Sî, questo film lo aveva già diretto Mighty Joe e il sottoscritto, tendenzialmente, se lo farebbe bastare (e avanzare) eccome 😉 Quanto a Alex Garland io mi metto nella schiera di chi lo vede come un autore in divenire, dalle ambizioni non sempre a fuoco (“Men”) e che funziona meglio se reinterpreta il materiale di altri autori a cui si rifà (vedi il discusso “Annientamento”, che a me è piaciuto in primis per il suo non essere fedele al testo originale) o tratta temi non nuovi senza particolare infamia né grande lode (Ex Machina non è un brutto film, pur se comunque inferiore a altri titoli come “Automata” e “The Machine”).
    Un autore in divenire che porta il suo pubblico ad esserlo altrettanto, in divenire, almeno fino a quando non avrà deciso una volta per tutte cosa vuol fare da grande… 😉

    • Penso proprio lo stesso, per ora non mi ha ancora convinto in pieno. Cheers!

  3. > Quinto Moro, sul ben recitato e sul fatto che ci siano alcune scene di tensione riuscite (grazie Jesse Plemons) penso siamo più o meno tutti d’accordo, i problemi stanno altrove. Civil war è un film di fantapolitica condito da qualche momento di azione: sull’azione ho ben poco da criticare, anzi (anche se la fotografia pialla un po’ tutto), su tutto il resto – che mi sembra poi la pare più importante – Garland ci dice davvero poco e quel poco che ci dice non ha un briciolo di novità nè per il contenuto nè per la forma: è un road movie di guerra tipo Apocalypse now dove il regista non ha nemmeno lontanamente il talento visionario di Coppola nè la sua forza sovversiva e polemica. Sono singoli episodi di guerra, anche carini di per sè (penso anche all’episodio degli appesi al distributore), ma già visti e meglio in altri film. C’è una differenza sottile tra il non schierarsi evitando di raccontarci il come si è arrivati a quella situazione (cosa che a me va più che bene, anzi mi va benissimo) e l’essere accomodanti, qui per me Garland finisce per essere accomodante, il che è un paradosso vista la natura del film. Il tutto sostenuto da un rapporto “maestra-allieva” trito e ritrito, incluso lo scambio di ruoli finale con l’allieva in preda all’adrenalina e la maestra che ha un crollo dovuto alla saturazione per la violenza che la circonda. Mica male eh… però è davvero tutto qui? Io poi ho un serio problema con tutta la fotografia del film che puzza di patinatura da Instagram, una festa di inquadrature prive di profondità, perchè sì, perchè da anni e anni sfocare un botto lo sfondo e aprire e smarmellare tutto va di moda e fa figo. Infatti ben vengano le riprese in notturna (come nel finale) dove almeno l’oscurità non fa sembrare tutto uno spot della Telecom con DiCaprio di un ventennio fa. Trovo anche piuttosto grave (“e quando mi disse che lo trovava grave il mondo intiero crollò” :p) il fatto che questo abuso di focali corte sia talmente diffuso che la maggioranza delle persone sembri non farci più caso, anzi va benissimo così, “sono immagini fiChe”. Per me il cinema è prima di tutto immagine e l’immagine ha un linguaggio, puoi modificarlo e muoverti con una discreta libertà in questa grammatica, ma il linguaggio c’è, ce lo hanno insegnato benissimo persone come Welles, Hitchcock o De Palma e a una determinata scelta corrisponde un significato. Purtroppo ha avuto ragione De Palma quando ha detto che “la narrazione per immagini ultimamente è volata fuori dalla finestra” e questi risultati lo dimostrano per l’ennesima volta.
    Ripeto, non sto dicendo che Civil war mi ha fatto schifo o che è un brutto film, per me non è così e ci sono diverse cose anche molto riuscite, peccato perchè poteva uscirne qualcosa di decisamente migliore.
    Scusami il pippone, ma m’interessava rispondere 🙂

  4. Cass, che è tutta sta polemica?
    Per me è un ottimo film. Momenti di tensione, ben recitato, ben confezionato, va in crescendo e la mezzora finale è un tripudio di piombo e dinamite. Non ho visto chissà quali ruffianate, ero andato al cinema per vedere quel che il trailer mi aveva promesso (promesse mantenute), anzi ero psicologicamente preparato a qualcosa di peggio.
    Un po’ prevedibile e forzato il “finale” tra le due fotografe, per il resto tanta roba.
    La guerriglia a Washington e l’assalto alla Casa Bianca è o non è un pezzo di grande cinema? Averce di film così.

    • Perché hai anche descritto tutti momenti con lo stesso tipo di registro narrativo, oltre alle parti che ho preferito di più del film. Ma le parti in cui Garland, “Garlandeggia” e anche di brutto ci sono, Sergio prima ha scritto la scena della foto allo schermo giusto per descriverne uno, secondo me il buon Alex dovrebbe decidere che cosa vuole fare da grande (il regista) quindi anzi, che tipo di regista vuole essere. Perché le parti in cui non si impegna a mandare messaggi (anche urlati) sono quelle che gli vengono di gran lunga meglio e dove guarda caso, quello che vuole comunicare arriva alla grande. Insomma più “Dredd” meno “Men” 😉 Cheers

  5. Ammetto che sono andato perché Garland pur non essendo il mio preferito ha una firma e uno stile riconoscibile che non mi dispiace. Anche se come te non ho apprezzato particolarmente i due lavori ultimi (“Annientamento”, anche se aveva un suo perché nonostante tutto e “Men”) ho voluto premiarlo con la visione in sala. Sono uscito deluso? No. E allora sono uscito soddisfatto? Nemmeno. Poteva venir fuori una discreta bombetta e invece Alex ha fatto il filmettino-ino-ino che però poteva essere un filmone-one-one ma non riesce mai a fare quello scatto in più per salire di livello. Come se avesse voluto accontentarsi senza affondare il colpo decisivo calciando forte sulle gengive degli spettatori. Bello eh, fatto bene, tutto perfetto con un paio di scene che ti fanno venire i brividi per quanto possano essere profetiche (ahinoi). Ma poi un passo indietro che non si sa mai. Parliamo di uomini per parlare della guerra? Va bene, facciamolo, ma mi sa tanto di ennesima paraculata mister Garland…

    • Da come ne stanno parlando chi è pagato per scrivere di cinema, sembra che abbiano visto un altro film, non quello che abbiamo visto noi, ma Garland piace alla stampa. Cheers!

  6. Ok mi hai fatto venire voglia di vederlo ma solo dopo essermi sparato quello di Mighty Joe, che vidi al cinema in una sala vuota. E sono d’accordo, era un capolavoro.

    • Lo era, enorme e purtroppo qui da noi invisibile se non proprio dimenticato. Cheers!

  7. In realtà Texas e California nel film sono alleati, quando viene detto per la prima volta ero convinto di aver capito male, invece è così. Sicuramente una trovata di Gar(da)land per giocare con le aspettative del pubblico, una provocazione anche riuscita secondo me, peccato sia una delle poche intuizioni un minimo originali e imprevedibili di Civil war. Ci sono un paio di scene all’inizio dove la reporter fotografa un televisore, poco dopo lei stessa viene fotografata dall’altra giornalista. Mi chiedevo quale fosse il senso di queste scene, avevo pensato dovessero introdurre una riflessione sul fatto che i media sono sempre più autoreferenziali (e quindi inaffidabili), peccato che poi la questione muoia lì e le intenzioni di Garland siano evidentemente altre, anche se non è chiarissimo quali. Dirci che la guerra è brutta? Che stare a contatto con la violenza dopo un po’ ti rende insensibile? Le scene musicali a me hanno fatto venire il sospetto che quello che il regista ci sta dicendo è che vorrebbe essere Kubrick, ma non ne ha le capacità. Poi vedo che parte del pubblico ha parlato di “bellissime immagini”, il che mi fa capire che l’abuso di focali corte e i colori luminosi e saturati, uniti ai rallenti, per molti sono sufficienti a realizzare un film esteticamente “bello”, poco importa se questo stile patinatino che va bene per i social network sia applicato a un film di guerra che vorrebbe essere grezzo, sporco e cattivo. Ma ripeto, al pubblico va bene, quindi andiamo avanti così. Salvo qualche scena d’azione e le ottime prove degli attori, per me un film poco più che sufficiente, ma rispetto al plauso che sta ricevendo è una mezza delusione.

    • Chiedo scusa, mi è venuta fuori un po’ storta la frase, spero che ora risulti più corretta. Esattamente cosa volesse dire con quella scena, non l’ho proprio capito, cioè credo di averlo capito ma mi è sembrato, boh! Garland ormai ha la fama di quello bravo, anzi di quello che piace, vedo che la critica spesso gli passa cose che ad altri non perdona. Cheers!

  8. Una vera e propria Santa Barbara.

    • Decisamente sì! Cheers

  9. Eh, tocca accontentarsi.
    Purtroppo di Joe Dante in giro non ce ne sono piu’.
    Che oltretutto il suo film non si prendeva assolutamente sul serio, salvo quando iniziavano ad ammazzarsi l’un l’altro per davvero.
    E li’ eccome, se smettevi di ridere.
    Perche’ Dante era cosi’.
    Quando decideva di farti paura non scherzava per niente.
    Lui ma anche Stone, naturalmente.
    Purtroppo si e’ perso lo stampo da tempo.
    In giro come loro non ne trovi. E gli originali sono in disarmo da parecchio.
    Suggerirei anch’io al pubblico di oggi di andarsi a guardare i loro film.
    Ma il problema e’ che non li convinci manco per sbaglio.
    Tutto vecchiume, ti dicono.
    Sara’. Ma e’ vecchiume di razza.
    Quindi…vada per questo, se proprio non si può’ fare altrimenti.
    Se serve comunque a riflettere, e a capire che se e’ davvero il caso di piantare in piedi un altro gran casino.
    Sembra che ne abbiano tutti una gran voglia, tra quelli che siedono sulle poltrone.
    Bella forza. Tanto non ci vanno loro a crepare, dopo.

    • Il problema (che non è tale) è che dopo il film di Dante non potevi più guardare con gli stessi occhi politici, militari e giornalisti, a Garland invece questa mossa proprio manca. Cheers!

  10. Garland getta il sasso e nasconde la mano.
    Fa il filosofo sul ruolo dei giornalisti in scenari di guerra usando distopia e fantapolitica, ma non dà spiegazioni in merito allo scenario che porta su schermo. In più, come al solito, praticamente tutti i personaggi maschili sono idioti, perché si.
    La guerra non cambia mai. E neanche Garland.

    • A me piacciono le situazione che partono pronti via (o in media res, per chi parla bene), sono di scuola Romeriana, quello che mi urta è il fatto che se succede al cinema e in America, allora è reale, allora è importante, quindi in tal senso lo scenario distopico mi pare vagamente paraculo. Cheers

  11. “ricorda che le bionde efebiche spesso invecchiano come contadine russe colte prima del tempo da un inverno rigido dopo un autunno tutto sommato mite”
    ❤️❤️ Ahhh, il Dolcestilnovo Slavo! Turgheniev o Püsshkin? Sempre coltissime le tue citazioni.. La usai anche io ai tempi con chi sbavava dopo Spiderman 😎

    Grandi premesse ma scarsitá di esecuzione, dove gli si richiede del suo e non del classico, é ormai pa sua cifra stilistica.

    • Deve essermi rimasta incollata da qualche lettura ma era perfetta appena mi sono ritrovato la bionda nel film. Ormai sì, qui fa il punto sul suo cinema quindi almeno ci mette delle coerenza, però niente, mi ha solo fatto venire voglia di di rivedermi il film di Mighty Joe 😉 Cheers

  12. Ok, mi rassegno, io e signora siamo gli unici a cui Men è piaciuto un botto 😅

    Questo stranamente lo trasmettono pure da me. Spero di vederlo al più presto.

    • L’ho visto due volte e niente, mi ha convinto sempre meno ad ogni visione. Questo se non altro è un passo in avanti per Garland, su questo non ci sono dubbi. Cheers!

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