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Coach Carter (2005): vent’anni a insegnare a vincere dentro e fuori dal campo

“Coach Carter” compie vent’anni nel 2025 e, rileggendolo oggi, sembra uno di quei titoli che restano sospesi tra il campo di basket e la vita, tra il rumore dei palleggi e le ambizioni da proto-biografia.

Non è solo un film sul basket, non è solo il racconto di una squadra liceale di Richmond che cerca di farsi strada tra sconfitte, sfide e pregiudizi: è una piccola storia morale su disciplina e lavoro di squadra.

«Tra pochi minuti non avrete più voglia di sorridere, ve lo garantisco»

Samuel L. Jackson è un Coach Carter che non urla mai senza motivo, che non punisce mai senza un fine, ma se serve, suicidi e flessioni per tutti, la sua presenza sullo schermo è come al solito magnetica, sta sempre lì con il “Motherfu…” pronto a partire insomma, un allenatore di basket a tutti gli effetti.

Gli attori più giovani portano sullo schermo l’adolescenza in modo credibile, Rob Brown convince nei panni di un ragazzo diviso tra talento e distrazioni, mentre Channing Tatum… beh, diciamolo, sembrerebbe più uno spogliarellista (occhiolino, occhiolino) che un cestista di scuola superiore.

Qualcuno lo avvisi che questo non è “Magic Mike”.

Il film trova la sua forza nei contrasti, una versione addolcita di He got game, dove lo studio ha lo stesso valore dei risultati sul campo perché per una volta, in un film americano, il talento non è un super potere, ma richiede lavoro e dedizione, insomma il film sul basket buono per il pomeriggio di Canale 5, non sporca il foglio ma fa il suo dovere.

La sceneggiatura di Mark Schwahn non nasconde nulla delle difficoltà reali, ragazzi con vite complicate, famiglie spezzate, scuole che spesso non offrono protezione o opportunità, e un quartiere che sfida ogni giorno la speranza. Il basket diventa allora metafora e spazio protetto, d’altra parte, la pallacanestro ne ha salvati tanti, perché non anche i ragazzi di Coach Carter?

Tutto molto cinematografico, ma si sa che non ci si siede sul pallone, diventa ovale.

Il film per nostra fortuna non cede mai alla retorica facile, pur sapendo dove vuole arrivare: Samuel L. Jackson non è solo un allenatore, è un guardiano dei valori, un custode che ricorda ai ragazzi che il talento senza impegno non basta, anche se va detto, la Wing-woman che non lo aveva mai visto ha beccato questo film subito, tiro da tre punti da nove metri: sembra “Sister Act” (1992) con Sam Jackson al posto di Suor Maria Claretta e la pallacanestro al posto del coro.

Basket sul campo per altro, diretto in maniera credibile, nessuno sul campo fa cose impossibile, anche se la regia indugi un po’ troppo sui rallenty, una scena va bene, due anche, girare tutte le giocate chiave al rallentatore, ecco, un po’ troppo.

Testa alta e camminata in parata, da vera squadra.

Rivisto oggi, “Coach Carter” conserva quella capacità di parlare anche al di fuori del contesto sportivo, la sua lezione riguarda l’importanza della disciplina, della parola data, dell’impegno verso gli altri. Onesto, intrattiene ancora molto bene, la sua morale è impeccabile, ma oltre a Jackson, non è diventato un culto, nemmeno tra gli appassionati di basket.

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