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Cobra Kai – stagione 4 (2021): il vero stile è l’assenza di stile

Ormai Cobra Kai è un appuntamento fisso, Netflix ha
rilasciato la quarta stagione l’ultimo giorno del 2021 e non ci ho messo molto
a terminarla.
Devo dire che ormai la formula si è pietrificata, penso
che la gloria della prima stagione
(un vero gioiello) non tornerà mai più, ma questa lunga soap opera in cui Tizio
e in lite con Caio, che però odia Sempronio e tutti insieme si allenano per il
torneo di Karate All-Valley continua a funzionare. Certo i primi episodi della
quarta stagione non partono proprio con il turbo, ma nel corso degli episodi
“Cobra Kai” prende forza mandando a segno un finale, che proprio grazie al
torneo coinvolge e devo dire che anche le scene di lotta sono un po’ migliorate.
Invece i capelli di Falco restano di colori inguardabili.

Sarà che in quattro anni qualcuno dei giovani
protagonisti si è sciolto un po’, ma più in generale trovo che siano le
coreografie di lotta ad essere salite di livello, anche se continuo a pensare
che più delle metà di quelle mosse abbiano ben poco a che spartire con la
rigidità del Karate, ma non starò qui a cercare il pelo nel bonsai nell’uovo, anche perché
l’interpretazione di questa arte marziale Giapponese è sempre stata piuttosto
ballerina fin dal 1984. Da qui in poi SPOILER, ma tanto l’avete già vista tutti no?

Abbiamo lasciato
il Miyagi-Do di Daniel LaRusso (Ralph Macchio) e l’Eagle Fang Karate di Johnny
Lawrence (William Zabka) impegnati a cercare un modo per convivere, per poter
finalmente sconfiggere il Cobra Kai all’annunciato torneo, non servirà a Miguel (Xolo Maridueña) citare Rocky III
per cercare di convincere il suo Sensei Johnny ad allearsi con il nemico di
sempre Daniel-San, come accadeva a Rocky con Apollo, i ragazzi dei due Dojo
sono spesso più adulti dei rispettivi Sensei, che proprio non riescono ad
andare oltre le vecchie ruggini.
“Hai presente la malinconia anni ’80? Ora te la faccio sentire. In faccia”

Trovo che la parte più interessante di “Cobra Kai”
continui ad essere il personaggio di Johnny Lawrence, oggi come oggi solo chi
maneggia l’ironia (o è seriamente convinto di quello che sta dicendo), può
muoversi agile in un mondo che è sempre più sensibile (per fortuna!) alla
diversità e ai diritti delle altre persone.

Johnny con la sua allergia ai Social e i suoi brani Heavy
Metal è una sveglia analogica in un mondo digitale, talmente ironico (o scemo)
da riuscire attraverso poco tatto e tanti scivoloni di stile a farci ridere su
molti dei nostri “tick” contemporanei. Mi rendo anche conto che un’intera serie
su “Johnny maschio alfa degli anni ’80 scopre il femminismo” non durerebbe poi
molto, ma questa condizione di residuato bellico proveniente da un’altra era
geologica, lo rende ancora oggi uno dei personaggi più riusciti del piccolo
schermo, oltre che il migliore di tutta la serie.
Dai ammettetelo, stavate aspettando solo il loro scontro vero?

La formula di mescolare vecchie glorie e nuovi personaggi
ormai è una triste abitudine che sta facendo più danni della grandine, eppure credo che al momento, solo “Cobra
Kai” sia in grado di far funzionare questo schema, certo per motivi puramente
anagrafici (e lo ammetto, anche di cuore), sono più interessato alle trame
degli adulti, ma devo dire che trovo i ragazzini non odiosi, il che non è poco
credetemi. Certo faccio ancora fatica a ricordare i nomi di tutti, mi ricordo
di Miguel e del mitico Eli “Falco” Moskowitz (Jacob Bertrand, il
migliore tra le nuove leve), non a caso l’arco narrativo di Hawk resta uno dei più riusciti, qui prima
viene “evirato” nel suo simbolo più caratteristico e nel corso di una stagione,
rinasce come un personaggio nuovo e molto più consapevole della sua forza.
 
Anche se è inutile girarci attorno, la quarta stagione di
“Cobra Kai” verrà ricordata per il ritorno del diabolico Terrance
“Terry” Silver, nuovamente interpretato da Thomas Ian Griffith, che
nel frattempo si è trasformato in Riccardo Fogli.
Uno spuntino, birra e panino, alla partenza siamo pronti / c’è un grande sole, si soffre un po’, è già nell’aria il Messico.
 
La carriera di Thomas Ian Griffith non è andata proprio
nella direzione sperata, Vampiro per Carpenter e poi anima nera del Cobra Kai,
qui Tommaso torna al suo personaggio più famoso, inizialmente due o tre metri
sotto il livello di cattiveria (e “cazzimma”) mostrata in Karate Kid III, salvo poi salire di livello anche lui, seguendo
l’andamento della serie per ritrovare l’antica malvagità proprio nel riuscito
finale, che lascia ancora aperte molte trame per la quinta stagione che lo
ammetto, vorrei vedere anche subito. Ormai mi sono rassegnato, “Cobra Kai” non
raggiungerà mai più le vette della prima stagione, ma ormai è una telenovela alla quale sono assuefatto. Essere consapevole di avere un problema dicono sia importante no?
La coppia di Sensei più bastardi della storia del Karate è tornata.
 
Già perché mai come in questa stagione, mi sono ritrovato
più volte a pensare: «Ma se il Karate vi ha portato a tutto questo, ad odiarvi
gli uni con gli altri, perché semplicemente non vi dedicate che so, alla
lucidatura delle automobili a tempo pieno?». Insomma per tutta la porzione
centrale della stagione (quella che nuota in acque basse), la pensavo un po’
come Amanda LaRusso (Courtney Henggeler), ovvero arriviamo a questo
torneo e facciamola finita, ma dopo l’ultimo episodio, ero già pronto per
tornare sul tatami.
Alza la gambetta, il Cobra Kai ti aspetta (quasi.cit)
 
Il doppio episodio con l’incoronazione dei due nuovi
campioni (rispettando tutte le categorie di genere) è proprio la parte migliore
di una stagione che omaggia al meglio Karate Kid III, che a ben pensarci non era altro che un modo di riproporre i temi,
le dinamiche e le situazioni già viste nel film del 1984, alzando di due tacche
il livello della caciara, dell’emozione e del coinvolgimento. “Karate Kid III” era il più emotivo dei film di una saga che era un’adorabile puttanata per
noi ragazzini di allora, eppure beccami gallina se ancora oggi, quando lo
rivedo, non finisco per tifare come se non lo conoscessi a memoria (storia vera).
Semi nudi alla meta (dell’ultima puntata)
 
“Cobra Kai 4” funziona allo stesso modo, sarà anche una
telenovela con del Karate (o presunto tale), ma si finisce a fare il tifo, ad
apprezzare la conclusione di certi archi narrativi e anche l’evoluzione di
alcuni personaggi, coerente con il loro passato, uno su tutti il Sensei John Kreese di Martin
Kove.
 
Insomma, niente di nuovo sul fronte Cobra Kai, se non che
sarei pronto a vedere le prossime (già annunciate) due stagioni anche subito,
anche se dopo dieci episodi a fissarsi sugli stili, i protagonisti arrivano
dove il Maestro Bruce Lee era già
arrivato quando molti di loro (e dei loro genitori) erano ancora in fasce,
ovvero che il miglior stile è l’assenza di uno stile specifico, meglio prendere il
meglio da tutte le tipologie di combattimento. In questo senso a suo modo
“Cobra Kai” trova il modo di spiegare alle nuove generazioni che le arti
marziali (e lo sport in generale) servono non solo a formare il corpo, ma anche
il carattere e l’etica, il che non è male anche se di mio continuo a sentire
parecchia affinità con la sveglia analogica Johnny Lawrence e i suoi metodi
spicci, anche perché il suo discorso su Tommaso Missile in Top Gun non fa una
piega, chissà perché non mi ha stupito scoprire che anche Johnny era
#TeamIceMan.
Anche se Johnny mi sembrava più uno da L’aquila d’acciaio

Detto questo, sotto con le prossime stagioni di “Cobra
Kai”, mi dispiace solo dover aspettare un altro capodanno per continuare a
seguire questa telenovela con calci.
 

Vi ricordo tutti i post dedicati alla saga che trovate sulla Bara Volante:

Cobra Kai – Stagione 3

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