Home » Recensioni » Coco (2017): Muchas gracias Pixar!

Coco (2017): Muchas gracias Pixar!

Quando la Pixar
sforna un nuovo titolo, state sicuri che il sottoscritto non se lo perderà, figuriamoci, poi,
se è un film come “Coco” ambientato durante los Día de Muertos, il fanatico
di robe macabre che c’è in me è attirato magneticamente.


Bisogna dire che
guardandolo, questo “Coco” porta nel suo DNA una decisa impronta classica Disneiana,
un po’ come era già accaduto per Zootropolis che risultava piuttosto moderno per essere un classico Disney, insomma le due case di
produzione ormai hanno gli uffici sotto lo stesso tetto e nel loro rapporto di
buon vicinato s’influenzano gli uni con gli altri. Ed ora… sotto con la trama!

Nella cittadina
messicana di Santa Cecilia vive Miguel Rivera, un ragazzino il cui destino è
quello di… Fabbricare scarpe, come i suoi genitori e i suoi parenti su su su
fino alla tris nonna Mamá Coco (Ana Ofelia Murguia in originale, da noi ehm, Mara
Maionchi, lasciatemi l’icona aperta che ripasso).
Ma Miguel (son mi!)
non ha voglia di lavorare nella “Zapateria” (vedere tutte quelle volte “Pulp
Fiction” è servito a qualcosa) di famiglia, lui sogna l’unica cosa che la sua
famiglia ha totalmente bandito: la musica.



L’arma più potente del mondo: La ciabatta della nonna!

Sì, perché mamma Abuelita
è stata mollata dal papà fuggito per il mondo in cerca di gloria con la sua
chitarra, quindi i Rivera hanno bandito la musica costringendo Miguel a
coltivare la sua passione in gran segreto, sì, perché il piccoletto sogna di
diventare come il suo grande idolo Ernesto de la Cruz: cantante, attore,
istrione, in pratica una specie di Elvis Presley messicano.

Mentre tutti
nella cittadina si preparano a festeggiare los Día de Muertos, esponendo le
foto dei loro cari passati a miglior vita, Miguel medita di partecipare alla
gara per talenti musicali, ovviamente le cose si complicano e rimasto
drammaticamente senza una chitarra, Miguel pensa di prendere in prestito quella
esposta nel mausoleo alla memoria di Ernesto de la Cruz e se per caso state
pensando a Semola che in cerca di una spada per Caio mette le mani su una
piantata dentro una grossa roccia, tranquilli, Disney e Pixar sono vicini di
casa!
Mettendo le mani
sulla sei corde Miguel finisce dell’altra parte, non del muro che vorrebbe
costruire Trump (che sono sicuro amerà tantissimo questo film pieno di Messicani), intendo proprio dire dall’altra parte, in un mondo appena sotto e
dove vanno tutti una volta lasciata questa valle di lacrime, unico ragazzino
vivente in un paese di scheletri e, per dirla alla John Nada: «Sono circondato da teste di morto!».



L’unica occasione in cui i parenti non possono dirti che sei pelle e ossa.

L’unico modo per
tornare tra i vivi è ricevere la benedizione di un parente, lasciapassare per
la terra di noi respiranti, bisognerebbe trovarne uno che non vuole vietare al
ragazzo di suonare come lui desidera e complice una foto portata via dall’altarino
per i defunti, Miguel capisce che il suo scomparso parente, quello che ha
scatenato il patatrac musicale in casa Rivera, non è altro che il mitico Ernesto
de la Cruz, il suo eroe!

La reazione spontanea che ti coglie quando incontro il tuo mito.

Per raggiungerlo
Miguel troverà l’aiuto di un esule di nome Hector (in originale doppiato da Gael
García Bernal) strimpellatore giramondo dimenticato perché tumulato senza una
foto, questo strambo soggetto potrebbe portarlo da de la Cruz, ma bisogna fare
presto, solo durante los Día de Muertos è possibile zompare da un mondo all’altro
e man mano che passano i minuti le sue dita scompaiono sempre più diventando,
beh… scheletriche.

Un ragazzino che
deve suonare un pezzo allegrotto (qui “Poco Loco”, ma potrebbe essere che so, “Johnny
B. Goode”) per risolvere un problema di famiglia mentre le punte delle sue dita
iniziano a scomparire non so voi, a me ricorda qualcosina che, però, non era di proprietà della Disney, oh ma poco
importa, tanto dopo la Fox si compreranno anche loro, quindi non fateci caso!

Se anche voi come
me siete stati grandi videogiocatori di avventure grafiche della Lucasart,
allora un pezzettino del vostro cuoricino batterà ancora per quel
capolavoro chiamato “Grim Fandango”, un’avventura in puro stile Noir, una
specie di Casablanca ma con Manny Cavalera, un Humphrey Bogart decisamente più
pelle e ossa (ma anche solo ossa!).

“Ah la mia falce! Mi piace tenerla qui dove una volta c’era il mio cuore” (Cit.)

“Coco” si gioca
la stessa splendida ambientazione, gli scheletri protagonisti ricordano proprio
il trucco sul viso usato durante los Día de Muertos e gli animatori della
Pixar si divertono a popolare il mondo di personaggi tipici della cultura
messicana, si va dalla tostissima Pepita (una tigre gigante, animale guida
sulle tracce di Miguel) fino ad alcuni personaggi storici e più che alle tante
gag di Frida Kahlo, vorrei citare la comparsata di El Santo, il più grande Luchadores
della storia del Messico, ay carramba!

Mi basta una maschera da Luchadores per farmi contento.

Ma oltre al
design di personaggi ed ambienti (La Lucasart adesso fa ufficialmente parte della
Disney no?) la regia è ottima Lee Unkrich e Adrian Molina, non sono gli ultimi
della pista, basta dire che sono responsabili di un paio di “Toy Story”, quindi
a curriculum sono ben messi (ah ah! Hai detto culum!)

Come ogni cartone
animato non può mancare la morale di fondo, quella di “Coco” tiene botta per
parecchio tempo, cercare se stessi seguendo i propri sogni, con il passare dei
minuti diventa, ma ricordati che la famiglia ti vuole bene e (dovrebbe)
supportarti, per poi scadere in un forse anche fin troppo conservatore: la
famiglia prima di tutto. Eh, vabbè.


Para bailar La Bamba se necessita una poca de gracia…

Di pari passo
procede a colpi di canzoni, anche una certa critica alla fama, non voglio rovinarvi
la trama che comunque tiene botta almeno fino ad una certa rivelazione
piuttosto grossa, a mio avviso, dopo quella, il film perde un po’ di mordente,
imboccando un finale che a quel punto diventa prevedibile, ma che fino ad un
minuto prima non era così scontato.



Un mondo pieno di ossa ed ossicine, in pratica il sogno del mio cane!

Per fortuna, “Coco”
nel finale si gioca appunto la Coco del titolo, l’adorabile vecchina sulle cui
fragili spalle sta tutta l’emotività di una storia che nei minuti finale
rischiava di perdersi tra troppe canzoni. Ora, permettetemi di chiudere l’icona
lasciata aperta là sopra, facciamo finta di aver già fatto tutto il discorso
sul “Più grande doppiaggio del mondo che però poi fa doppiare i film a doppiatori
non professionisti”, ma scegliere Mara Maionchi per dar voce alla tenere
vecchina mi ha fatto temere che la nonna scoppiasse in uno sguaiato: “MA
VAFFANCULO VAAHHH!!” che, per fortuna, non arriva, ma onestamente è una scelta
che non comprendo, se non per l’antico discorso rate del mutuo da pagare.

Insomma, se
escludiamo un fisiologico calo di ritmo del finale, devo dire che ho apprezzato
questo “Coco”, però se proprio volete farmi contento amici della Disney/Pixar,
calate la maschera a la prossima volta fatemi un bel film su “Grim Fandango”,
non sarebbe niente male.
Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    Film del Giorno

    Ghostbusters – Minaccia glaciale (2024): e chi chiamerai? La neuro, vi ricoverano

    Ci risiamo. Malgrado sia risaputo che errare è umano mentre perseverare venga storicamente attribuito al maligno, mi tocca affrontare un altro tentativo di replicare (male) la formula inaugurata da Ivan [...]
    Vai al Migliore del Giorno
    Categorie
    Recensioni Film Horror I Classidy Monografie Recensioni di Serie Recensioni di Fumetti Recensioni di Libri
    Chi Scrive sulla Bara?
    @2024 La Bara Volante

    Creato con orrore 💀 da contentI Marketing