
Sembrava che gli zombie avessero finito tutto quello che avevano da dire, poi puntualmente arrivava qualcuno a riesumare (ah-ah) il genere, gli dava una ripulita, aggiungeva due o tre idee carine e per qualche mese tornavamo tutti a parlare di morti viventi, poi il ciclo ricominciava da capo. Per questo motivo, devo ammettere che, quando ho visto che Yeon Sang-ho sarebbe tornato per la quarta volta a giocare con gli zombie, la prima reazione è stata: “Va bene Yeon, ti voglio bene, ma ormai il pozzo dovrebbe essere asciutto”; e invece il nostro aveva ancora parecchia acqua da tirare su.
Dopo Train to Busan, il buon Yeon si è trovato ad inseguire il proprio capolavoro, come capita a tanti registi che azzeccano il film della vita. Peninsula era divertente ma disordinato, le sue altre opere (anche animate) avevano sempre personalità, ma mancava quella scintilla speciale. Con “Colony” non torna esattamente ai livelli del film sul treno, perché quelli capitano forse una volta sola nella carriera di un autore (Cassidy, non dire: è un treno che passa una sola vol… NO!), però si avvicina parecchio e, soprattutto, trova un modo nuovo di utilizzare i suoi infetti.
La storia prende il via quando uno scienziato deciso a vendicarsi di una grande azienda biotecnologica trasforma la presentazione pubblica della compagnia in un disastro apocalittico. All’interno di un gigantesco complesso che comprende un centro congressi, uffici e un centro commerciale troviamo la dottoressa Kwon Se-jeong (Jun Ji-hyun), brillante biologa finita ai margini della comunità scientifica per il suo caratteraccio. Con lei ci sono una guardia di sicurezza dal cuore grande, Choi Hyun-seok, che cerca disperatamente di proteggere la sorella disabile, alcuni studenti, poliziotti, uomini d’affari e tutta quella splendida umanità da film catastrofico che normalmente impiega circa dieci minuti per prendere la decisione più sbagliata possibile. Spero non vi sfugga il fatto che questa volta Yeon Sang-ho abbia circoscritto lo spazio non solo ad un palazzo, ma ad un palazzo che sembra un grosso centro commerciale… Ha senso, no?

A completare il quadro troviamo il responsabile dell’attacco, Seo Young-cheol (Koo Kyo-hwan), che il film presenta come una specie di supercriminale da fumetto, volutamente sopra le righe, quasi caricaturale. Uno di quei cattivi che entrano in scena con talmente tanta convinzione nella propria follia da risultare efficaci proprio perché non cercano minimamente il realismo, per quanto nella trama svolga il compito di funzione narrativa vivente, lui è vaccino, letteralmente, lo chiamano proprio così gli altri personaggi.
La vera novità di “Colony”, però, sono gli infetti, Yeon Sang-ho capisce che ormai il semplice zombie veloce non basta più. Dopo essere stati lenti, veloci, arrabbiati, rabbiosi, fungini, radioattivi e probabilmente anche contribuenti, i morti viventi avevano bisogno di un aggiornamento, ed eccolo qui, davanti a una massa di infetti collegati tra loro da una sorta di coscienza collettiva, una gigantesca unimente molto in linea con le tradizioni, solitamente proprie degli alieni dei film di fantascienza classici, un tòpos narrativo ripreso anche di recente.

Avete presente Pluribus? Ecco, immaginate la stessa idea applicata non a dei parassiti alieni gentili, ma ad un esercito di infetti snodati che si piegano in modi tali da far sembrare normali gli esercizi di stretching di Mister Fantastic e che svomitazzano una sostanza verde-biancastra. Insomma, una figata! Se non te li trovi davanti.
La trovata è semplice ma efficacissima: gli infetti apprendono informazioni condividendole immediatamente con l’intera colonia, se uno impara qualcosa, la imparano tutti, se uno evolve, evolvono tutti, se uno scopre un nuovo modo per darti la caccia, nel giro di pochi secondi l’intera rete zombie riceve l’aggiornamento. Praticamente il rilascio di una nuova versione di iOS in versione zombie, ZombieOS.
Solo che, invece di migliorare la gestione della batteria, migliora la capacità di divorarti la faccia, ed è qui che Yeon Sang-ho si gioca il vero tema del film, perché da Re Giorgio “Amore”, anno di grazia 1968, lo sappiamo che tutti gli zombie movie devono avere un metaforone, una stoccata alla società, che qui è l’incomunicabilità. Qualcuno fa film con personaggi che parlano in tinelli ai Parioli, altri con gli zombi snodati, stile Bara Volante.

Gli esseri umani passano due ore a non capirsi, litigano, nascondono informazioni, difendono interessi personali, si fanno la guerra tra loro e si dividono continuamente in fazioni, ogni gruppo pensa per sé, ogni individuo ha le proprie priorità e tutti cercano di salvarsi il culo. Gli infetti, invece, sono una rete perfettamente sincronizzata: non discutono, non polemizzano (altrimenti sarebbero italiani e non coreani), non organizzano una riunione con cinquanta persone che poteva essere una e-mail scritta bene, si aggiornano tutti insieme e basta.
La cosa inquietante è che Yeon non presenta questa condizione soltanto come un orrore, certo, diventare parte di una mente alveare significa perdere la propria individualità, ma osservando il comportamento dei sopravvissuti viene quasi da pensare che gli zombie abbiano risolto un problema che gli esseri umani si trascinano dietro da sempre. Visto che ho citato il cattivo da fumetto, qui la questione viene affrontata un po’ come il Dottor Destino nei fumetti Marvel: è un despota, ma se fosse lui al comando il mondo sarebbe un posto migliore e l’umanità progredirebbe, al costo di, beh, robetta… la propria individualità, il libero arbitrio e altre cosette del genere. Trovo molto interessante il fatto che, nei tempi oscuri in cui viviamo, questo tema venga masticato dal mondo dell’intrattenimento in più forme. L’aria che si respira nel globo è la stessa per tutti: brutta aria.
Metaforone o no, “Colony” non ha la pretesa di fare la lezioncina a nessuno. Se “Train to Busan” era, passatemi il termine, più intimo e orientato ai personaggi, l’ultima fatica di Yeon Sang-ho è una sorta di grosso blockbuster zombie e, come tale, deve intrattenere, riuscendoci alla perfezione, proprio perché è esteticamente, dal punto di vista della regia e del montaggio, girato come si fa in Paradiso. Inoltre, si avverte la minaccia e, a dirla tutta, i coreani che prima invocano la serrata per il palazzo ma poi non lo nuclearizzano, oltre a rappresentare un’altra sottile critica, adottano una “tattica” che ha dei precedenti nella realtà, quindi non vedo errori.

La regia di Yeon Sang-ho qui è qualcosa di impressionante, già in Train to Busan aveva dimostrato di saper orchestrare il caos meglio di tanti colleghi hollywoodiani, ma qui sembra avere completamente tolto il limitatore. La macchina da presa corre, gira, salta da un gruppo all’altro, attraversa ambienti e livelli del palazzo con una fluidità che lascia continuamente a bocca aperta.
Ci sono sequenze che sembrano coreografie eseguite da centinaia di stunt e ballerini impazziti, dove il movimento degli zombie diventa quasi un elemento estetico, se non fosse letale per i protagonisti. Proprio come accadeva in Train to Busan, Yeon trasforma il massacro in uno spettacolo visivo, ma qui lo fa su scala molto più grande. Se il film del 2016 era una corsa disperata all’interno di un treno, “Colony” è un gigantesco parco giochi verticale in cui ogni piano può trasformarsi in un inferno, la scena dell’ascensore ne è un ottimo esempio.
“Train to Busan” era soprattutto una storia di persone, gli infetti con modi da zombie erano il catalizzatore emotivo che spingeva i personaggi a confrontarsi con sé stessi e con gli altri, il cuore del film erano i rapporti umani. “Colony” invece ragiona da blockbuster: più spettacolo, più azione, più ambizione. Non cerca di replicare la formula precedente, la espande ma senza fare l’errore di Peninsula di espanderla troppo, anzi, potrei dire che, beh, l’aggiorna.
Il risultato è un film che probabilmente non raggiunge l’emotività di “Train to Busan”, ma riesce nell’impresa non banale di dimostrare che Yeon Sang-ho ha ancora parecchio da dire sugli zombie e sul modo in cui possono essere raccontati. Dopo quattro film dedicati agli infetti con modi da morti viventi, molti registi si limiterebbero a ripetere la stessa formula con qualche variante cosmetica, Yeon, invece, aggiorna il sistema operativo e, stavolta, l’upgrade vale davvero il download. Ora speriamo di non dover attendere una vita e mezza per poterlo vedere nelle sale di uno strambo Paese a forma di scarpa, ma per nostra fortuna il ToHorror ha già provveduto ad inserirlo nel programma di quest’anno, come sempre il mio festival preferito si conferma una garanzia.


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