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Commando (1985): one army dad

Ve lo dico subito: se davanti ad un titolo
come “Commando” non scattate in piedi e sulla vostra faccia non compare un
sorrisone da tempia a tempia, non vi conosco e non vi voglio conoscere e vi
devo anche dire che mi sa che avete sbagliato blog.

Perché “Commando” è un capolavoro, non
accetto discussioni, è talmente un film pazzesco che per parlarne inizio subito
illustrando i suoi difetti, anzi, IL suo difetto, l’unico del film. Non potete
non notarlo, perché ci s’imbatte nell’enorme difetto di “Commando” ogni volta
che si decide di guardarlo (e in vita mia, vi assicuro, non sono state affatto
poco, credetemi), ad un certo punto noterete delle fastidiose scritte, che
inizieranno a scorrere sullo schermo dal basso verso l’alto, questo misterioso
testo (probabilmente sumero) risponde al nome di “Titoli di coda”. Perché
l’unico difetto di questo Classido è questo: ad un certo punto finisce.





I maledetti titoli di coda di “Commando” ogni
volta mi colgono di sorpresa, perché dura 90 minuti (titoli di coda compresi),
ma ogni volta mi ritrovo a dire “Finito? Come fa ad essere già finito? E’
iniziato da dieci minuti!”. Sì, perché questo film è un capolavoro a livello di
ritmo, una macchina perfettamente oliata che originariamente doveva essere ben
diverso da come abbiamo imparato (a memoria) ad amarlo.

Il soggetto del film è stato scritto da Jeph
Loeb, se siete appassionati di fumetti di super eroi in questo momento state
facendo “Sì” con la testa, mi sembra di vedervi. La cosa spassosa è che Loeb
aveva pensato alla storia costruendola su misura attorno al protagonista, Gene
Simmons, proprio lui, il leggendario bassista dei KISS che, però, si rifiutò d’interpretare l’ex forze speciali del Mossad a cui rapiscono la figlia.



“Ok Arnold, lo facciamo fare a te il film, ma posa quel coso, mi metti a disagio”.

A quel punto, la parte venne offerta all’attore
a cui in carriera hanno proposto TUTTI i ruoli (da Jena Plissken a Superman),
ovvero Nick Nolte, ma il progetto fece il salto di qualità quando a bordo arrivarono
Arnold Schwarzenegger, in cerca di redenzione dopo il disastro di Yado e il regista Mark L. Lester,
autore di un paio di cult in carriera, che capisce che per un protagonista del
genere, ci vuole uno sceneggiatore all’altezza, quindi assume per direttissima Steven
E. de Souza e in un attimo “Commando” diventa un pezzo di storia del cinema.

Appena arrivato de Souza modifica il
protagonista adattandolo alla perfezione a Schwarzenegger, lo stesso Arnold
apprezzò immediatamente il fatto che il suo John Matrix, prima del gran casino,
non sia un “cavernicolo” (citando le parole di Swarzy), ma una persona vera. La
prima medaglia da appuntare sul petto di “Commando” è proprio questa: subito
dopo la scena del camion della spazzatura (“Non temere. Non ci scordiamo.”
E giù mitragliate!), il film pone subito l’attenzione su papà John e la sua
combattiva bambina Jenny (Alyssa Milano, prima di diventare Alyssa Milano quella bona della della serie tv “Streghe”).



“La tua entrata in scena è buona, la sua è migliore” (Cit.)

Dico sempre che i primi cinque minuti del
film sono quelli che ne determinano tutto l’andamento,
nell’inizio di “Commando” c’è già tutto. Al regista Mark L. Lester bastano tre
inquadrature (il dettaglio su stivale, torace e bicipiti) a regalarci l’entrata
in scena dell’eroe che è già mitica, a guardarlo John Matrix sembra il super
uomo partorito dalla natura, infatti esce dal bosco con un tronco sulla spalla.
Un attimo dopo l’immagine da macho sfuma subito in tenerezza quando arriva la
piccola Jenny ad abbracciare il suo papà e qui lo dico: tutto quello che so
sulla paternità (e non è davvero molto, lo ammetto) l’ho imparato guardando
“Commando”. Essere padre di una bambina per me non può essere niente di diverso
che gelati giocosamente spiaccicati sul naso, esercizi su come usare i gomiti
nel modo più letale possibile e cerbiatti da sfamare, se mai avrò dei figli
(non trattenete il fiato…), so già cosa dovrò fare.

Un improvviso desiderio di paternità.

Un ritmo invidiabile e una capacità di sintesi
estrema sono le armi di Steven E. de Souza, che non perde tempo a parlarci
della madre morta di Jenny, non serve, basta mostrare padre e figlia così uniti
per percepire come insieme abbiano reagito al lutto, cementando il loro
rapporto e diventando una squadra, lei prepara la colazione (“Cosa ci hai messo
dentro?”, “Credimi non vuoi saperlo”) e lui dopo aver tagliato la legna, può
permettersi anche battutacce su Boy George battezzato “Pupa George”, perché una
battutaccia su Boy George non si nega a nessuno.

“Troverò chi ha ucciso tua madre Bambi, da qualche parte, in qualche modo, qualcuno pagherà”.

Al netto della trama, il rapimento di Jenny è
solo il MacGuffin che serve a far cominciare davvero il film, la bambina
avrebbe potuto essere qualunque altra cosa, anche un oggetto inanimato, eppure de
Souza con davvero pochissimo tratteggia due personaggi realistici a cui ci si
affeziona subito.

Quando parlo di capolavoro di sintesi, mi
riferisco anche all’arrivo del mentore di Matrix, il Generale Franklin Kirby (James
Olson) che entra in scena e lascia due guardie del corpo sul posto, Jackson e
Harris (“I migliori, dopo di te”), che vengono eliminati dai cattivi in tempo
tecnico due minuti, giusto a ribadire che il numero uno può essere solo Arnold
Schwarzenegger, uno che si salva perché letteralmente percepisce che i cattivi
sono entrati nel perimetro di casa sua semplicemente annusando l’aria (“Dovrei
fiutarli come un cane?!”, “Io l’ho fatto”).



Ho installato un ottimo sistema di allarme, si chiama Schwarzenegger.

Qui “Commando” manda a segno la sua prima e
decisiva svolta, Jenny viene portata via dagli sgherri, se fosse un qualunque
altro film, questo sarebbe il momento in cui uno dei cattivi, spiega al
protagonista quello che dovrà fare per rivedere sua figlia, sfoggiando la
sicurezza di chi sa di essere seduto dal lato giusto della pistola. Ma in un
attimo John Matrix si guarda intorno, elabora un piano, l’offerta del tizio non
la ascolta nemmeno, semplicemente gli risponde “No” (“Wrong” in originale) gli
piazza una palla in mezzo agli occhi e si getta sulle piste della figlia, alla
faccia del monologo del cattivo che rallenta il ritmo, molto meglio mostrare un
inseguimento in auto memorabile, ancora oggi a trent’anni dalla sua uscita
nelle sale, la scena della Jeep con i cavi (e i freni) tagliati, guidata a
cannone giù per la collina resta una delle tante scene madri, di un film pieno
di momenti mitici!

Me lo immagino, emozionato, mentre ripassa nella testa il monologo, nella stanzetta vuota…

Sì, perché “Commando”, in realtà, è un capolavoro
di decisionismo, un caso più unico che raro di protagonista che, invece di
reagire semplicemente alle avversità, impone la sua volontà sugli avversarsi, frustrando
di volta in volta i loro piani e costringendoli a giocare sì, ma alle sue
regole. Ancora oggi ci sono un sacco di film che si rifanno a questo modello
classico “Padre cazzuto interviene a salvare la figlia”, basta pensare all’ultimo di Mel Gibson, alla saga di Taken e, in un certo senso, anche a John Wick, dove il pretesto “Rapimento
figlia” diventa “Omicidio cane”, ma tutti questi personaggi reagiscono, John
Matrix agisce, ecco perché “Commando” è ancora oggi un modello di paragone.

Continuo a pensare che i cattivi, ad un certo
punto del film, riescano finalmente a catturare Matrix, solo perché altrimenti
John li avrebbe uccisi tutti salvando sua figlia, senza che noi spettatori
venissimo mai a sapere le loro vere motivazioni, infatti il cattivo di turno, Arius
(il mitico caratterista Dan Hedaya), riesce a fare lo spiegone del suo piano,
solo dopo aver legato Matrix, dettaglio non da poco.



“Vi concedo un minuto per parlare. Poi vi ammazzo”.

Se il nostro rivuole sua figlia viva, dovrà
andare nel fittizio stato di ValVerde (sì, proprio quello dove qualche anno
dopo Swarzy farà a cazzotti con un alieno Predatore nella giungla) e uccidere il presidente che lui stesso tempo prima
contribuì a fare eleggere. Americani che intervengono segretamente per
rovesciare un presidente e sostituirlo con un pazzo dittatoriale in un Paese
dell’America latina… Certo che questo de Souza ha proprio una gran fantasia,
non si è mai sentito parlare di un piano del genere!

Da questo punto in poi, introduce una cosa che
oggi viene data per scontata, ma nel 1985, quando il genere action era
all’apice della sua gloria, non si vedeva tanto spesso, ovvero: l’ironia. Matrix
inizia a prendersi gioco degli sgherri che lo portano all’aeroporto con l’idea
di spedirlo a ValVerde, lo fa iniziando a snocciolare una serie di frasi una
più mitica dell’altra (“Bravo. Sei divertente e simpatico. Per questo ti ammazzerò
per ultimo”), dopodiché impone nuovamente le sue regole ai cattivi, ci vogliono
undici ore per raggiungere lo stato sudamericano? Bene, allora Matrix scende
dall’aereo in fase di decollo (idea venuta a de Souza vedendo una hostess
utilizzare il montacarichi di servizio. Storia vera!) e auto imponendosi il
suo contropiano, ben più complesso di quello dei cattivi, con la difficoltà
aggiuntiva del conto alla rovescia in stile Jena Plissken.



Ogni massacro che si rispetti comincia con una partenza intelligente.

Steven E. de Souza tiene alto il ritmo della
storia evitando scientificamente i momenti espositivi inutili. Serve davvero
spiegarci come sia possibile per Matrix saltare giù da un aereo in fase di
decollo tuffandosi nell’acquitrino a fine pista uscendo senza nemmeno un
livido? No, perché il fisico impossibile di Schwarzenegger comunica più di mille
parole, lo sai a livello istintivo che è in grado di fare cose che per un umano
sono impossibili, tipo vincere il titolo di Mister Universo (cinque volte) e
Mister Olympia (sette volte). Allo stesso modo da spettatori capiamo che per
Matrix saltare giù da un aereo è normale lavoro d’ufficio, senza bisogno di una
sola riga di dialogo, viene da pensare che John sotto i suoi capelli a spazzola
stia pensando: “Scendo dall’aereo come quella volta a Panama, nuoto nella
palude come in Bolivia, poi trovo un mezzo di trasporto, salvo Jenny e avanzo
venti minuti per prenderci insieme un gelato”.

…E Tarzan, MUTO!

Da qui in poi, l’ironia prende il sopravvento,
perché oltre ai grossi bicipiti, Swarzy ha anche un grande umorismo, lo
sappiamo tutti, lo sa anche de Souza, quindi non è insensato che il personaggio
faccia anche cose impossibili, tipo sradicare il sedile di una macchina a mani
nude, o avviare il motore di un aereo con un pugno (“…Con le buone
maniere”), alla faccia di quel dilettante di Fonzie che al massimo faceva
partire il jukebox. Questo Superman austriaco può permettersi anche trovate da
cartone animato violento senza far perdere un millimetro di credibilità alla
storia. Dev’essere stata proprio questa l’atmosfera generale che si respirava
sul set, perché anche il regista Mark L. Lester pare che abbia chiesto a Arnold
Schwarzenegger di tenere davvero sospeso nel vuoto l’attore David Patrick Kelly
per la scena, dai quella scena là, non serve nemmeno che vi dico quale, tanto
la sapete a memoria (“Per onestà devo confessarti che questo è il mio braccio
più debole”).

“Arnold basta! Non voglio più giocare a fare la guerra con te!”.

Sono proprio le battute a contribuire a
rendere “Commando”, un micidiale e riuscitissimo mix di frasi maschie (“Quando
ti farò il segnale chiama il Gen. Kirby”, “E qual è il
segnale?”, “Vedrai saltare in aria la terra”) e battutacce che
fanno davvero ridere (“La prego non disturbi il mio amico, è stanco
morto!”), tra le quali non manca nemmeno la frase simbolo di Swarzy, la mitica
“I’ll be back” resa celebre da Terminator,
che qui subisce lo stesso identico destino, ovvero quello di essere uccisa dal
doppiaggio italiano che la sostituisce con la ben meno memorabile “Ti ripagherò
molto bene!”.

Per ottenere il massimo risultato, sempre
nell’ottica di un gran lavoro di sintesi, Steven E. de Souza riassume in un
solo personaggio (la hostess Cindy interpretata da Rae Dawn Chong), tre
tipologie classiche di personaggi che nel genere action non mancano mai: la
spalla comica del protagonista, la bella di turno e il rappresentante della
minoranza etiche politicamente corretto, un’ossessione nel cinema di oggi,
molto meno in quello del 1985.


Come risolvere un problema di casting, che nel 1985 non sapevamo nemmeno di avere.

Trovo che sia molto divertente vedere Swarzy
rispondere nuovamente “No”/”Wrong” alla ragazza per zittire la sua richiesta di
spiegazioni, ma quello che non si dice mai di Cindy è che anche lei è stata
soppesata e valutata al volo da Matrix, il fatto che sia di bell’aspetto e
potenzialmente capace di pilotare un aereo (cosa che farà nel corso del film) la
rende utile per la missione che il protagonista si è auto imposto. Mancherebbe
all’appello un’altra scena classica, ovvero il momento amoroso tra eroe e bella
di turno, che nella sceneggiatura originale esisteva, ma è stato eliminato
dalla storia, proprio per non far calare il ritmo del film. L’unico
“tempo morto” (e mai le virgolette furono più essenziali di adesso) e quando
Matrix e Cindy consultano la mappa per capire dove viene tenuta in ostaggio Jenny,
ma quello davvero non potevano toglierlo dal film!

Anche se, come hanno riempito il tempo durante il volo, noi non lo sappiamo…

A ben guardare, “Commando” procede a livelli,
John Matrix deve affrontare ad uno ad uno la banda di cattivi per raggiungere
sua figlia ed ogni volta i personaggi sono sempre più difficili da battere e
sopra le righe nella caratterizzazione, come se fossero dei veri e proprio “Boss
di fine livello” degni dei videogiochi.

S’inizia con l’inseguimento di Sully (il
grande David Patrick Kelly) che è una sequenza capolavoro perché non solo
cementa il rapporto tra Matrix e Cindy, ma si conclude con la mitica: “Ricordi
quando ti ho detto che ti avrei ammazzato per ultimo?
Ti ho mentito”. Apice assoluto di una scena che oggi non sarebbe più possibile vedere al
cinema, per il semplice fatto che a Sully oggi basterebbe prendere il cellulare
e avvisare il suo capo, annullando la necessità di cercare una moneta per
telefonare (altri tempi…) e la sua successiva fuga, ma credete forse che questo
sia un limite di “Commando”? Assolutamente no, perché ancora una volta il film
dimostra di essere avanti rispetto ai tempi, quando Matrix sradica la cabina
del telefono (con dentro Sully) di fatto inventa il concetto di telefono
portatile. Ve l’ho detto che questo film NON ha difetti!

Arnold decide di cambiare gestore telefonico.

Il livello successivo prevede uno scontro con
l’altrettanto mitico Bill Duke, lo stesso che due anni dopo insieme a Schwarzenegger
avrebbe affrontato Predator nella giungla perdendo vita e sanità mentale sulle note di “Long tall Sally” che qui, invece, si
becca da Swarzy l’ennesima frase maschia mitica di un film che è pieno di
battute da imparare a memoria: “I berretti verdi me li mangio a colazione e in
questo momento ho molta fame”.

“Come preferisci i berretti verdi al mattino?”, “Strapazzati”.

Chiaro, però, che per affrontare gli ultimi due
avversari, i più pericolosi, Matrix abbia bisogno di arrivare preparato, quindi
è il momento di parlare di quella che fin da bambino era la mia scena preferita
del film, quella che ho sempre chiamato “Il supermercato di Commando”. John
entra in un’armeria, preme un pulsante nascosto dietro al bancone e accede ad
una stanza segreta dove sono disponibili le armi di calibro più grosso, roba da
nulla, tipo un lanciarazzi.

Con le buone si ottiene tutto.

Nella mia testa fanciullesca, era
perfettamente logico che chiunque potesse entrare in un’armeria e uscire con pinne,
fucile (mitragliatore) ed occhiali, conditi da un paio di mine Claymore e il
già citato lanciarazzi, anzi, confesso candidamente che ancora oggi, per avere
a che fare con certi personaggi, vorrei
davvero poter prendere un carrello e riempirlo di tutto quello che mi capita
per le mani. Trovata da cartone animato? Forse, ma de Souza dimostra di avere
un minimo di autoironia, come a dire: “Ok, il mio Paese ha un piccolissimo
problema con le armi, perché non sfruttarlo per la storia?”. Se fosse stata ambientata
in uno strambo Paese a forma di scarpa di mia e vostra conoscenza, probabilmente
John Matrix (Giovanni Matrice) si sarebbe procurato le armi chiedendole ad un
suo amico camorrista.

Il momento in cui ci si alza in piedi per applaudire.

Armato di tutto punto per il protagonista è il
momento di esibirsi in un altro momento classico dei personaggi di Arnold
Schwarzenegger, ovvero la vestizione che, a suo modo, è la stessa di Terminator o di Codice Magnum, con l’aggiunta dei segni mimetici sul volto che,
invece, sembrano arrivare direttamente da Conan il Barbaro. Il tutto sulle note della colonna sonora di James Horner che,
diciamolo, è mitica, prendendo in analisi solo il tema principale del film,
Horner s’inventa un jingle quasi caraibico molto anni ’80, ma tanto sincopato
da ricordarci l’urgenza della missione di John, intervallato da un cambio di
tempo dal ritmo sognante, fanciullesco che fa immediatamente pensare a Jenny, prima
di tornare sincopato di colpo, come a dire: “Ok, è il momento dell’azione”.



Segni (mimetici) di continuità.

Matrix elimina Arius crivellandolo di colpi in
una morte che ricorda quella di Tony Montana in “Scarface” (1983), ma è solo
uno dei tanti “Solo cadaveri” (Cit.) che lascia indietro per il Generale Kirby,
la sparatoria è gloriosa, esagerata, esaltante e catartica, se guardate bene si
notano persino le pedane utilizzate per far rimbalzare via gli stuntmen (ah
vecchia scuola!), mentre il tassametro dei morti ammazzati corre, “Commando”
totalizza un notevole 109 alla voce “Bodycount”, di cui 102 uccisi dallo stesso
Matrix, anche se qualche purista sostiene che in realtà siano “solo” 93, di
sicuro tra questi contate anche Bennet.

“84, 85, 86, 87…”.

Il mitico Vernon Wells era già celebre per il
ruolo di un altro grande cattivo cinematografico, ovvero Wez di Mad Max 2 – Il guerriero della strada,
qui concede il bis grazie ad un cattivaccio con il cognome da supermercato, che
lo stesso Wells ha definito come un “Freddy Mercury sotto steroidi” (storia
vera!), cattivo proprio come Wez e vestito male anche allo stesso modo, perché
la combinazione, cotta di maglia medioevale, indossata SOPRA la t-shirt è
davvero un pugno nell’occhio, a sua (parziale) discolpa possiamo solo dire che
era gli abiti di scena dell’attore scelto per la parte del cattivo prima di
lui, licenziato da Mark L. Lester, il primo giorno di lavorazione, perché considerato
troppo poco minaccioso e sostituito al volo da Wells, specialista in brutti
ceffi con la pressione alta, come gli ricorda Matrix trafiggendolo a morte nel
finale.

Roba che in confronto, Wez era vestito Armani.

“Commando” rappresenta un apice per il genere
degli eroi d’azione americani degli anni ’80 e grazie all’ironia e al
decisionismo del personaggio, l’inizio della decostruzione degli archetipi di
questa tipologia di personaggi, indistruttibili e imbattibili. Ora, seguitemi
nel mio ragionamento: Steven E. de Souza non viene mai celebrato a dovere, ma
il lavoro di decostruzione dell’eroe d’azione, iniziato film, è stato portato a
termine nel 1988, quando lo stesso de Souza ha dato vita ad un altro John (McClane) non indistruttibile, ma
sicuramente ironico e non è certo un caso se Trappola di cristallo, originariamente,
avrebbe dovuto essere il seguito di “Commando”.

Ma non è finita, questo filo rosso prosegue e
ci porta fino a ValVerde, che proprio in Die Hard 2, viene nuovamente citata,
attraverso il personaggio del Generale Esperanza (Franco Nero), in quello che è
a tutti gli effetti un crossover tra tutti questi film, un vero e proprio “Universo
espanso delle mitragliate”, che Steven E. de Souza aveva già inventato con
solo trent’anni d’anticipo rispetto all’Marvel Comics Universe che oggi
imperversa al cinema, il mio sogno? Che qualcuno riprendesse in mano il
discorso e dirigesse un film intitolato “VALVERDE”, un Paese polveriera in cui
per scegliere il presidente, non si conta chi raccoglie più voti, ma chi lascia
più cadaveri a terra.



Greetings from ValVerde.

“Commando”, però, ha un ultimo e non trascurabile
primato: di tutti i film d’azione anni ’80, è l’unico che malgrado abbia fatto
sfaceli al botteghino e anche rimasto figlio unico. “I’ll be back?”. Non questa
volta.

La ragione va cercata nella coerenza interna
del film che, come detto, è un capolavoro di decisionismo, dov’è il
protagonista ad imporre la sua volontà e le sue condizioni al mondo esterno e
qui potremmo dire che John Matrix è il personaggio che incarna meglio quello
che Arnold Schwarzenegger ha fatto nella sua vita e nella sua carriera.
Perché dico questo? Non lo dico mica io, è lo
stesso John a dichiarare i suoi intenti al mondo nel finale, quando il generale
Kirby gli dice che vorrebbe che lui tornasse, lui risponde: “È stata l’ultima
volta”, Kirby quasi meta cinematograficamente incarna la voce dello spettatore e
lo incalza dicendo “L’ultima fino alla prossima!”, cosa gli risponde Matrix? “Non
contarci!”.



Volete provarci voi a contraddirlo?
E’ tornato? No, il suo piano era quello di
salvare Jenny e scomparire ed è proprio quello che ha fatto. Avete bisogno di
lui? Lo troverete a togliersi il gelato spiaccicato dal naso, a insegnare alla
figlia letali colpi di gomito e a sfamare cerbiatti, ma soprattutto e fare colazione.
Con i berretti verdi.
“Qualche traccia di Matrix?”
“No, signore. Solo quei morti. Crede
che ce ne siano altri?”
“Se l’hanno lasciato vivo credo
che ne troveremo molti”
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