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Corto circuito (1986): Necessito input!

Siamo arrivati
all’ultima pagina del calendario ormai, ultimi giorni per rendere omaggio ai
film che compiono gli anni e sapete chi festeggia i suoi primi trent’anni? Una
delle presenze fisse sulla mia televisione durante l’infanzia, Numero 5, detto
anche Johnny, il robot di “Corto circuito”!

John Badham può
dirvi poco come nome, ma è il responsabile di almeno un grosso Cult come “La
febbre del sabato sera” (con tanto di auto omaggio, nella scena di ballo di
questo film), più una serie di film mitici, se siete più o meno della mia leva,
anche voi sarete venuti su con titoli come “Tuono blu” o “Wargames”, a questi
aggiungiamo tranquillamente “Corto circuito” e il suo seguito del 1988, film
che ho visto e rivisto a ripetizione non so più nemmeno quante volte.





Se anche voi avete bisogno di altri input su questo compleanno celebre, qui sotto trovate:

Il Zinefilo che ci parla di Johnny 5
La locandina d’annata di IPMP
Il Cumbrugliume con tutte le citazioni!

Sah! Giusto per
quei due che non ricordano il film, vi racconto la trama.
“War, what is good
for? Absolutely nothing”,
diceva il celebre pezzo, se non forse per far progredire la tecnologia, insomma,
ci si ammazza esattamente come prima, solo con armi molto pià avanzate, come i
cinque robot della serie S.A.I.N.T. (Strategic Artificially Intelligent Nuclear
Transport), costruiti dalla NOVA Robotics.



Loro si che sanno come fare la danza del Robot.

Il compito di
questi cingolati armati di letale cannone laser sulla spalla (in stile Predator) è quello di rivoluzionare la
guerra moderna, riducendo al massimo le perdite (americane), ma massimizzando il
risultato e gli introiti dell’azienda. Sfiga! Durante la presentazione
ufficiale davanti a tutti i massimi capoccia del governo, il quinto robot viene
colpito da un fulmine e proprio come la creatura del Dottor Frankestein prende
vita e parte alla scoperta del mondo fuori dalla base militare.

“Si – può – fare!” (Cit.)

Dopo una serie di
peripezie finisce a casa di Stephanie (Ally Sheedy, quella di “Breakfast Club”
e “Wargames”) sciroccata signorina con casa piena di animali vari salvati in
lungo e in largo, che prima lo scambia per un alieno da un altro mondo e poi
fa di tutto per aiutarlo, anche assecondando la sua costante richiesta di
“Input”.

Sulle sue piste i
due scienziati ancora più sciroccati che hanno contribuito al progetto, il
geniale e sciamannato Dr. Newton Crosby (Steve Guttenberg… It’s the 80s baby!)
e Ben Jahrvi (Fisher Stevens) che copre il ruolo di spalla comica e di quota
“Stranieri in film americano” con il suo Dottore di origini indiane, origini indiane di Pittsburgh, come viene sottolineato in una delle tante battute del
film.



“E’ lui, è proprio lui! Il ricciolone delle commedie anni ’80!”.

I cattivi in un
film così, sono quelli che non capiscono che Numero 5 non è impazzito per colpa
del fulmine, ma è vivo e sta imparando come un macchina non può fare, qui ben
rappresentati dai militari della NOVA Robotics, come il Capitano Skroeder (nome
oggetto di mille facili battute) interpretato da G.W. Bailey, l’odioso Tenente Harris
di “Scuola di polizia”, secondo attore pescato dalla mitica saga dopo Guttenberg.

Ti aspetti che da un momento all’altro possa urlare “Proctor!!”.

L’ispirazione per
il film è arrivata dal racconto “AL-76” scritto da Isaac Asimov del 1942, la
storia di una robot a zonzo in un mondo a lui ignoto, ma anche guardando le
altre pellicole con robot protagonisti, basta dire che il design di Numero 5, frutto del talento del grande Syd Mead (lo stesso creatore delle Light
cycle di “TRON”), sia nato guardando le macchine cingolate che si vedono nei
primi minuti di Terminator, per
capirci una di quelle che Kyle Reese fa saltare per aria ad inizio film.

“Corto circuito”
è invecchiato piuttosto bene, questo bisogna dirlo, una buona fetta del budget
(1,5 milioni di ex presidenti defunti stampati su carta verde, su un totale di
15) è stata utilizzata per animare Numero 5, un frugolone meccanico di 114
Kg, quasi completamente controllabile tramite un radio comando, comprese le
caratteristiche “Sopracciglia” che nel progetto originale di Syd Mead non erano
previste, ma sono state aggiunte in corsa su richiesta del regista John Badham,
per rendere Numero 5 più espressivo (storia vera!).



Avete detto Colin Farrell? Dilettante…

Anche rivedendolo
oggi, a trent’anni dalla sua uscita, è proprio la credibilità del
protagonista che consente ancora di godersi questo film, un colpo (non da poco)
che, ad esempio, non è riuscito ad un altro film dello stesso anno con un papero come protagonista. Ennessima
dimostrazione che tanti animatronici di trent’anni fa, restano comunque meglio
di altrettanta CGI moderna che, tempo cinque anni, sembra già vecchia.

Dare una nuova dimensione al concetto di “Robot da cucina”.

L’altra ragione
per cui “Short circuit” resta un filmetto godibile è il tono generale,
rivedendolo non sono riuscito a non pensare ai film d’animazione, il tipo di
umorismo per tutti è proprio quello di tanti cartoni animato di oggi, se
escludiamo le battutacce messe a casaccio per strappare una risata agli adulti,
quasi tutte monotematiche e snocciolate da Steve Guttenberg (specialista del
genere) e Fisher Stevens, i due scienziati in quanto Nerd nel senso anni ’80
del termine (quindi non una moda come oggi) non vedono una donna nemmeno con il
binocolo, tutto materiale per battute e battutine, comunque all’acqua di rose.

Per altro il buon
Pescatore Stefani (nato a Chicago) ha dato involontariamente il via ad un mezzo incidente
diplomatico con l’India, quando “Short circuit” venne distribuito nel Paese
preferito dei Beatles, il pubblico scambiò il suo personaggio per l’attore Javed
Jaffrey, una celebrità di Bollywood, risultato: un boom d’incassi per vedere
il divo locale nel suo esordio in un film americano (storia vera!).



Namasté caro il nostro Apu Nahasapeemapetilon.

Tra l’approccio
naif alla vita di Stephanie e l’atteggiamento da bambino che scopre il mondo
di Numero 5 (la scena della cavaletta “Smontata” è fatta dal sarto per spiegare
il concetto di morte ai piuù piccoli), “Corto circuito” è un film d’animazione
con attori e robot in carne, ossa e metallo, ma staremmo qui a parlare
dell’aria fritta se non fosse per Johnny 5, come decise di ribattezzarsi lui
stesso alla fine del film.

Nell’arco
dell’oretta e mezza di film, Johnny passa attraverso varie fasi: quella
iniziale da divo del muto, quella centrale da bambino imperstimolato (“Io
in avaria, necessito input”), fino all’ultima in cui prende coscienza di
sé, ma a quel punto da spettatori ci siamo già affezionati, quindi diventa un
tifo spudorato, come nella sua fuga finale inseguito dall’elicottero da
combattimento.



“Un cavallo entra in un bar…” , “Questa era vecchia già nel ’86 Steve”.

Ho anche capito
perché fin da bambino mi è sempre stato così simpatico Johnny 5: di fatto è un
sociopatico teledipendente che si esprime citando a memoria scene di film che
ha visto e che gli sono piaciuti, avrebbe potuto essere il mio migliore amico
dell’infanzia! Sarebbe stata una bella gara a chi ricordava più battute a
memoria.

In effetti, i
dialoghi di “Short circuit” suonano molto bene, la parlata sghemba fatta di
parole spezzettate, che utilizza Johnny 5 ad inizio film, fa tenerezza ed aiuta
ad affezionarsi al Robot (“Bellissima. Stephanie”), nel finale il nostro
diventa logorrioco e citazionista, la mia scena preferita è sempre stata quella
in cui la NOVA Robotics gli manda contro i suoi quattro compari per cercare di
catturarlo e lui risponde colpo su colpo, sottolineando ogni trovata con una
battutaccia (“Hey labbra di laser!” oppure “Figlio di una spazzaneve”), oppure una menata da sociopatico teledipendente del
tipo “
La Tristar Picture presenta la notte del robot vivente”.


Da qualche giorno non riesco a togliermi dalla testa questo, voi che dite?

L’omaggio al
cinema muto e all’umorismo splastick di questo film è quando gli altri robot
vengono riprogrammati per imitare le mosse dei Three stooges (qui da noi “I tre
marmittoni), in un tripudio di capocciate e reciproche dita negli occhi.

Questa atmosfera naif
da cartone animato ha molto giovato al film, ma è proprio Johnny 5 il vero
motivo per cui ancora oggi “Corto circuito” funziona: la sospensione dell’incredulità
arriva ai suoi massimi livelli, il robot cingolato con attitudine pacifista era
una presenza costante sulla mia tv durante l’infanzia, mi sono stupito di
scoprire quante batutte ricordassi ancora a memoria (“Via via cingolare!”),
mica male considerando la notevole concorrenza, composta da DeLorean in viaggio nel tempo, archeologi, Gremlins e acchiappa fantasmi, giusto per citarne
qualcuno.



“Visto Stephanie? Non sono l’unico teledipendente qui”.

Questo per dire
che comunque Johnny 5 si è ritagliato il suo spazietto nella cultura pop, anche
di un ex bambino teledipendente come me, nel 1988 è uscito un seguito di questo
film, che credo di aver visto anche più volte dell’originale (storia vera!), ma
la prova concreta del lascito di questo scombinato robot è arrivata solo nel
2008, provate a dire a chi ho pensato immediatamente, quando in sala mi sono
trovato davanti agli occhioni di un certo robottino della Pixar?

“I am your father!” (Cit.)

Per non parlare poi di Humandroid (Chappie) uscito lo scorso anno, in pratica una remake non autorizzato di questo film.

Insomma, auguri Johnny 5!
Sono trenta anche per te!

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