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Corvo Rosso non avrai il mio scalpo (1972): rendo omaggio ad un classico (salutandolo a mano aperta)

Procedendo cronologicamente nella retrospettiva un Milius alla volta, faccio un altra tappa nel 1972, un anno piuttosto impegnato per il nostro John.

Il film in questione è appena appena iconografico, ha contribuito a lanciare un celebre biondo di Hollywood, ed è un western dalle location un pò atipiche per il genere, con una scena finale che levati, ma levati proprio… Per tutti questi motivi, per quanto mi riguarda, è un classico, anzi, un Classido!

Diventa anche difficile dire qualcosa di non banale o già sentito, su un film come “Jeremiah Johnson” più noto in uno strambo Paese a forma di scarpa come “Corvo Rosso non avrai il mio scalpo”, titolo scelto probabilmente perché in questo film, beh… Ogni tanto parlano di scalpi. A mio avviso è un Western fondamentale per tanti motivi, non ultimo, il modo in cui vengono mostrati i nativi Americani in questa pellicola. Ma il film ha avuto non poche vicissitudini prima di uscire in sala.

«Ti abbiamo seppellito lì per giustifcare il titolo italiano del film»
Come già detto, i primi anni ‘70 sono stati anni belli impegnati per John Milius, dopo aver scritto Dirty Harry e L’Uomo dai sette capestri, la Warner Bros gli commissiona un soggetto Western, ispirato alla vita del Trapper John Johnson, personaggio leggendario, più mito che storia, eppure talmente figo da essere puro materiale da Cinema: la leggenda vuole che Johnson, abbia ucciso ad uno ad uno più di 300 guerrieri indiani per vendicare la morte dalla compagna, avvenuta proprio per mano della tribù. Non so se a tutti e 300, ma a parecchi di loro, Johnson avrebbe asportato e mangiato il fegato… Senza piatto di fave e sicuramente senza il buon Chianti.
A me piace immaginare Milius, dietro al sigaro, tutto galvanizzato solo all’idea di scrivere un soggetto del genere. I primi nomi proposti dalla Warner per questo film sono la coppia Sam Peckinpah alla regia e Clint Eastwood come protagonista. Ora, dopo all’accoppiata Carpenter-Eastwood che abbiamo rischiato di vedere insieme per La Cosa, non riesco a pensare ad un’altra coppia più esaltante.
Milius si legge il libro “Liver Eater” e il romanzo “Mountain Man” di Vardis Fisher e tira giù una sceneggiatura piena di dialoghi fighi, in cui immagino il protagonista, fosse molto più simile al soprannome del vero (o presunto) John Johnson, ovvero “Mangia Fegati”. Un rude uomo delle montagne, divenuto per incomprensioni e odio, un bestiale cacciatore di Indiani.

Jeremiah Johnson presenta la nuova collezione autunno/inverno.

In fase di pre-produzione, Milius, noto per il suo carattere tenero, scazza di brutto con Eastwood, un altro che si sa, è universalmente riconosciuto come un pezzo di pane. Si risolve tutto con la classica dichiarazione sulle “Divergenze artistiche”. La Warner in compenso non è del tutto convinta della prima stesura, buttata giù in collaborazione con Edward Anhalt (che infatti risulta accreditato). La major è consapevole che la capacità di scrivere dialoghi di Milius è superiore, quindi gli chiede di metterne il più possibile nel film e per farlo lo pagano una fracco di ex presidenti spirati stampati su carta verde, si parla di ottantamila dollari… Mica pizza e fichi.

A quel punto, si ripete quanto accaduto per “L’Uomo dai sette capestri”, ma in misura minore, ovvero: l’idea dello sceneggiatore è differente da quella del regista, che la Warner trova nella personcina a modo di Sydney Pollack. Il regista fa venir giù il suo amico Roberto Ford Rossa, i due sono una delle coppie di fatto più leggendarie del Bosco di Holly, sette film in tutto insieme, cosine tipo “Come eravamo”, “La Mia Africa”, “Il Cavaliere elettrico” e “I tre giorni del Condor” (BOOM!), insomma… Visto di peggio in vita mia. Pollack dal suo lato, aveva già diretto nel 1968 un Western piuttosto crudo con Burt Lancaster “Joe Bass l’implacabile”, titolo originale “The Scalphunters”, quindi anche qui, è tutta questione di scalpi. Solo che in quel film gli Indiani erano dei Comanche se non ricordo male.
Per sua stessa ammissione, Sydney Pollack considera “Jeremiah Johnson” il suo film più visuale della sua carriera, difficile dargli torto, perché è proprio una delle cose che colpisce di più della pellicola.

Direi che il vecchio Sydney ha ragione anche questa volta.
Pollack lima molti angoli della sceneggiatura di Milius, facendo leva sulla potenza dei paesaggi e porta la troupe in luoghi isolati, cercando gli anfratti più selvaggi della montagne dello Utah. Uno sforzo fisico e produttivo, che influisce anche sul budget, non proprio altissimo. Per completare il film Pollack e Redford dovettero metter mani ai loro stessi portafogli. Pensate che i posti che hanno scovato sulle montagne dello Utah, erano talmente isolati, che non sono più riusciti a trovare la strada di casa e visto che si trovavano lì, hanno pensato bene di fondarci il lor film festival… Se chiedete a me il Sundance è stato fondato così.
Altra cosa su cui Pollak è passato con il tosaerba, è stata la quantità di dialoghi di Milius. Il regista era convinto che il suo biondo attore feticcio, fosse in grado di dare il meglio di se nei silenzi riflessivi (chi ha detto “All is Lost”? chi? Vi ho sentito!!), quindi con il passare dei minuti, il personaggio di Johnson e con lui tutto il film, diventano sempre più silenziosi. Una cosa che mi colpisce ad ogni visione, è proprio questo progressivo allontanamento dall’uso delle parole in favore delle bellezza dei personaggi, una scelta che è ben sottolineata dalla scena in cui Johnson, sorride felice quando, dopo mesi di silenzio, sente di nuovo qualcuno che gli rivolge la parola nella sua lingua nativa. Tutto questo con buona pace della Warner che ha pagato soldoni a Milius per farcire la pellicola di dialoghi!

Roberto Ford Rossa, l’attore preferito della mia mamma (Storia vera)

Corvo Rosso non avrai il mio scalpo” mi piace molto proprio per il modo realistico con cui lo script di Milius ci mostra i Nativi, è opinione comune il fatto che il Western revisionista sia nato negli anni ’70. Ci sono stati film pro-nativi, anche prima, tipo “Il grande sentiero” di John Ford è del 1964, però è proprio negli anni ‘70 che hanno visto la luce la maggior parte dei Western revisionisti. A differenza di un’altra pellicola che amo molto, “Soldato Blu”, qui la divisione tra buoni e cattivi di “Jeremiah Johnson” è meno manichea.
Nel film la convivenza tra Johnson e le tribù dei Piedi Neri, dei Crow e delle Teste piatte, è una specie di versione in piccolo della conquista del West. Ok, quella porzione di storia è stata un gran casino, è iniziata male ed è finita molto peggio, ma nei vari scontri, ci sono stati anche lunghi periodi di pace, qualche timida collaborazione e, molto spesso, i conflitti iniziavano per motivi futili, incomprensioni spesso dovute ai problemi di comunicazioni tra lingue differenti.

Questo è quello che succede quando non sai dire «No, grazie ho smesso» in lingua Crow.
Nello script trovate tutto questo, ad esempio durante i dialoghi tra il capo indiano che parla in Francese e il Trapper rasato (per non farsi fare lo scalpo) che traduce malamente a Johnson. Di fatto, lo script di Milius bilancia molto bene i personaggi, che non sono mai solo cattivi o buoni dividendosi tra facili etichette. Lo stesso Jeremiah a volte è vittima, altre volte è colpevole, ad esempio la vendetta dei nativi verso il gruppo famigliare che Jeremiah si è costruito (La squaw e il piccolo Caleb), arriva in risposta ad uno sconfinamento di Johnson sul territorio sacro della tribù.
Con questa sceneggiatura John Milius ha dimostrato di non essere solo uno scrittore di film di genere, con buoni e cattivi molto definiti (“Dirty Harry”), ma di essere un vero talento della scrittura. Non è un caso se negli anni ’70 il nostro fosse ricercatissimo.
Per altro, in pochi anni, ridendo e scherzando, il nemmeno 30enne Milius, ha dato a tre celebri biondi di Hollywood (Eastwood, Newman e Redford) alcuni dei ruoli più iconici della loro carriera… Ho visto fare di peggio in vita mia.

«Tra queste montagne potrei fondare… un film festival»
Il film ha anche il merito di portare il genere Western in scenari inediti, ma comunque totalmente Western. Non vediamo pistoleri da Spaghetti Western o il deserto tipico del Far West, ma un’avventura in un Ovest che ricorda i romanzi di Jack London. 
Tutta questa epica risulta stilizzata alla perfezione dalla regia di Pollack e su questo apro una parentesi.
Guardando “Corvo Rosso non avrai il mio scalpo”, mi ritrovo a notare sempre la stessa cosa, si vede che è un film per cui è stato girato un sacco di materiale: nelle scene “musicali” (piuttosto convenzionali bisogna dirlo) tra Jeremiah e la sua nuova famiglia, si vede proprio che Roberto Ford Rossa, sta recitando delle battute. Battute che qualcuno ha scritto e qualcun altro ha diretto, basta leggere il labiale per vedere che sta recitando. In questi passaggi del film si nota che Pollack ha rimaneggiato lo script originale di Milius, privandogli un po’di quella sua crudezza originale.
Come sempre Milius fa un Cinema popolato di uomini veri, nel senso di persone che vivono con il vento in faccia, l’ambiente circostante si deve adattare alla loro presenza. Pollack ci aggiunge il lirismo, ogni fotogramma del film è pronto per diventare un quadro da appendere nel soggiorno di casa vostra. Questo potrebbe essere una grande lezione sul fatto che la mediazione, anche tra due Filmaker agli antipodi, può sfornare comunque un gran film.
Tutto ciò mi rimanda a QUEL finale, fatto proprio di parti opposte che si incontrano, che magari non si ameranno mai, ma comunque si rispettano. Il film mostra in maniera matura il difficile rapporto tra alleati/nemici e siccome ormai il silenzio domina la pellicola e la vita di Jeremiah, il miglior modo di comunicare è farlo senza parole, ma solo utilizzando i gesti. Quel muto saluto a mano aperta, guardandosi da lontano, mette in pari amici e nemici, mettendo sullo stesso piano paura e rispetto. Potrebbe trattarsi di un segno di pace, o anche solo di un modo per rendere omaggio ad un grande avversario. Due personaggi che hanno in comune la sopravvivenza alla natura selvaggia e dall’umanità ancora più brutale… Provate a trovare voi un finale migliore di questo!

L’influenza di questo film sulla cultura popolare, riassunta in un controcampo.
“Corvo Rosso non avrai il mio scalpo” è un film di veri uomini, che riesce a non scadere nel machismo più becero. E’un film pieno, grande ed epico senza risultare pesante, un pellicola che attira fin dalla prima visione, proprio perché secondo me risulta universale. Può piacere a tutti, dai fan del Western, alla signore (che si rifanno gli occhi con Roberto Ford Rossa), ai giovani idealisti, agli anziani maturi, agli hippie in fuga dalla “Society”, chiunque lo guarda può trovare un pezzo di se. Questo si capisce istintivamente, quando il film uscì negli anni ’70 (primo Western di SEMPRE in concorso al festival di Cannes), ma anche rivedendolo oggi, non dico nemmeno che è invecchiato bene, si tratta di una pellicola talmente universale da trascendere il concetto di invecchiamento. E’un film bellissimo… Basta, potevo scrivere anche solo questo!
Ultima nota, per gli appassionato di fumetti: quando guardo Roberto Ford Rossa in questo film, faccio fatica a non avere dei dejà vù della pagine a fumetti di “Ken Parker”. Infatti, il Redford di questo film, è stato la principale ispirazione per il personaggio.
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