Home » Recensioni » Cosmopolis (2012): Guardo il mondo da una Limò mi annoio un po’

Cosmopolis (2012): Guardo il mondo da una Limò mi annoio un po’

Troppo facile
scrivere solo dei capolavori, il bello di trattare la filmografia di un regista
è anche questo: affrontare di petto i titoli più controversi, come quello di
oggi protagonista della rubrica… Il mio secondo Canadese preferito!

State tenendo il
conto? Se facendo storcere il naso ai puristi, teniamo conto anche di un
fumetto, sono stati ben sei i titoli che Davide Birra ha tratto da romanzi,
alcuni anche incredibilmente complicati come Il pasto nudo, oppure dal contenuto estremo come Crash, quindi il nostro Canadese ha dimostrato di non avere paura
di affrontare le sfide, “Cosmopolis” di Don DeLillo rientra decisamente in
questa categoria.

Considerato una
satirica anticipazione della disastrosa piega presa dall’economia mondiale, il
romanzo di DeLillo è un interminabile flusso di coscienza del protagonista che
molti hanno paragonato ad un altro libro semplice semplice, l’Ulisse di James
Joyce, anche solo per l’ambientazione racchiusa nello spazio di una giornata.
Un romanzo
verboso, anzi estremamente verboso che David Cronenberg ha trasformato in una
sceneggiatura nel tempo tecnico di sei giorni (storia vera), non è complicato
capire come, di fatto, il Canadese ha riportato intere porzioni di dialoghi
presi dal libro, montandoli insieme cronologicamente, proprio come il film è
stato girato, chiamando sul set gli attori (la maggior parte canadesi, fateci
caso) nell’ordine in cui nel film compaiono.



I titoli di testa quasi in stile Jackson Pollock del film.

Non è nemmeno
difficile comprendere perché il romanzo abbia attirato l’attenzione di
Cronenberg. Al suo interno ci sono tanto di quegli elementi tipici del cinema
di Davide Birra, da sembrare fatto dal sarto per lui, per assurdo, per registi
estremamente riconoscibili, questi sono proprio i film più difficili da
dirigere, in cui è difficile spiccare, il cinema è pieno di esempi di questo tipo.

Ora ve lo dico
subito: “Cosmopolis” mi fa arrivare ogni volta ai titoli di coda sui gomiti,
fin dalla prima volta che vidi il film in sala nel 2012. Nel film parlano,
parlano parlano e poi ancora parlano, il personaggio di Robert Pattinson non
sta zitto nemmeno mentre fa sesso o quando mangia (due attività che fa
piuttosto spesso nel film), quindi non mi sentirete mai consigliare questo film
con entusiasmo e pacche sulle spalle, però non riesco a considerarlo così
disastroso come la maggior parte del pubblico (anche comprensibilmente) lo
considera, è molto lontano dall’essere un film riuscito, ma lo
trovo molto più gustoso, sanguigno e in linea con la volontà di produrre arte
provocatoria di Cronenberg, rispetto al suo predecessore A dangerous method che, in ogni caso, condivide con questo titolo il
difetto di una parlantina fuori controllo.



“Ho visto un ratòn nella laguna” (Cit.)

Nel corso di una
carriera lunga quasi quarant’anni, il virus del cinema di Cronenberg si è
evoluto sacrificando le mutazioni esteriori a favore di quelle interiori, trovo
significativo che i suoi film meno riusciti, siano quelli dove il numero di
parole aumenta, proprio perché Cronenberg ha sempre trovato il modo di mostrare
anche il non mostrabile (la telepatia di Scanner,
e la follia in Spider) piuttosto che descriverlo.

Detto questo (per
stare in tema di gente che parla troppo…), “Cosmopolis” ha in sé tante di
quelle possibili chiavi di lettura che a volerle analizzare tutte, si rischia
di risultare più verbosi di Eric Packer, il giovane miliardario capace di
creare dal niente un impero economico gigantesco che dopo aver sbagliato una previsione
azionaria, fa i capricci e decide che deve andare a farsi sistemare un taglio
di capelli già perfetto.
A niente valgono
i sensati avvisi della sua guardia del corpo Torval (Kevin Durand che passerà
dai ratti di questo film ad acchiappare topastri e Vampiri in The Strain) che magari attraversare da
capo a capo una città paralizzata dalla visita del presidente, mentre c’è in
giro un assassino che ha minacciato di morte Packer, non è una grandissima
idea. Ma se per vostra sfortuna avete frequentato capi di azienda, allora
sapete che sentendosi tutti re del mondo, è difficile farli ragionare, quindi
al grido di “Il presidente di che?” (Cit.) si parte tutti alla volta del
barbiere.



“Dimmi un po’ Twilight, non sarò mica qui per dare ancora la caccia ai topi vero?”.

La “Strech”, la
limousine bianca di Packer, oltre ad assecondare la passione per i motori di
Cronenberg, trasforma il protagonista in un ibrido uomo macchina del tutto
Cronenberghiano, il riccone ci fa di tutto in questa macchina: riceve gli
ospiti, mangia, ci fa sesso, mangia ancora un po’, si fa fare una visita alla,
ehm, prostata, addirittura ci piscia dentro grazie ad un apposito gabinetto a
scomparsa, un ufficio, una casa e un grembo su ruote da cui non sente ragioni.

La critica al capitalismo è chiara come il sole, per le strade i rivoltosi, profeti di una
nuova economia nata dalla rovine di quella attuale in cui il topo diventerà
l’unica moneta e la frase che passa sui maxi schermi “Uno spettro si aggira
nel mondo, lo spettro del capitalismo” è un ribaltamento di quanto affermato da
Karl Marx nel manifesto del partito comunista.
Cronenberg
utilizza ancora l’arte per provocare, la mutazione dei personaggi è stata
avviata dal denaro e nel film si succedono uno dopo l’altro alla corte di re
Packer i personaggi che tengono le mani sul volante del mondo, dei ventenni esperti
di finanza informatica (qui rappresentati da Jay Baruchel), ma anche assatanate
consulenti di economia come Juliette Binoche che non trova resistenze nel ripassarsi Packer,
ma vigliacca se riesce a capire se per lui esiste una differenza tra un
dollaro, o un milione di dollari.



Fun fact: Giammatti (USA), Pattinson e Morton (UK) e Juliette Binoche (Francia) gli unici stranieri in un cast tutto… Canadese.

Eric Packer è
guidato dagli appetiti, al pari dello Jung di Michael Fassbender del film precedente, passa il tempo a mangiare, tra
colazioni, pranzi, noccioline sgranocchiate e amanti con cui intrattenersi, ma
il tutto senza alcuna emozione, distaccato come solo uno che possiede già tutto
può essere. L’unica a smuoverlo un minimo è la sua nuova mogliettina che lui
vorrebbe tanto portarsi a letto, ma non riesce nemmeno a far salire sulla sua
Limousine (infatti è sempre lui che va dai lei, costretto ad uscire dal suo
grembo sicuro), ovvero Elise Shifrin, interpretata dalla biondissima Sarah Gadon,
al secondo film con Cronenberg e
algida il giusto per essere perfetta per il suo cinema, sembra la figlia della
bionda di ghiaccio di Crash.

“Ne abbiamo fatta una sì, ma la seconda colazione?” (Cit.)

Ve lo ripeterò
fino alla morte perché è IL difetto del film: “Cosmopolis” risulta troppo
parlato anche quando il mito di Packer, il cantante rap Brutha Fez, una specie
di immaginario Tupac Shakur muore e il suo funerale diventa una celebrazione
popolare roba che nemmeno l’esposizione della salma di Alberto Sordi, per
capirci. Infatti, qui parte la nenia (perché definirla canzone non riesco) “Coming
from the streets to Meccaaaaaaa” che ve lo dico: vi farà due maroni così,
mettetevi l’anima in pace.

La morte del suo
mito è la scintilla che spinge Packer ad uscire dal grembo sicuro della sua
stretch, infatti dopo aver seminato in giro giacca e cravatta, appena fuori si
becca pure una tortata in faccia dal pasticcere terrorista (interpretato da Mathieu
Amalric) specialista in personalità di spicco ricoperte di crema, ogni
riferimento a cose, persone o Bill Gates farciti è puramente voluto.



Peter Venkman lui lo avrebbe chiamato “l’inzaccheratore”.

Sconvolto
esternamente nel look e internamenti dalla mutazione in atto, Packer è lo
spettro che si aggira, lo spetto del Capitalismo che non è più il faro
splendente, il punto di riferimento di tutti quanti, ma è sempre più male in
arnese e meno scintillante. A questo punto pur di smuoversi dalla sua apatia, è
disposto anche a sfidare apertamente il suo assassino, per scoprire che poi non
è poi tanto diverso da lui.

Da una parte
abbiamo Packer, giovane e affascinante (anche se piuttosto stropicciato) capo
di industria, l’uomo che decide del destino di tanti rappresentante del capitalismo,
in pratica il famoso 1%. Dall’altra Benno Levin (Paul Giamatti, intenso in una
scena complicata), di sicuro né giovane né bello, simbolo di chi il capitalismo
lo subisce, il restante 99%.



“…He got a gun shot a night clerk now they call’m Johnny 99” (Cit.)

Il loro scontro
verbale è I-N-F-I-N-I-T-O, dura la bellezza di venti minuti (20, due zero,
venti!), ad un certo punto Cronenberg li mostra dai due lati di una tendina
chiusa, come se fossero in un confessionale e il finale, come spesso accade nel
cinema di Cronenberg, ci lascia in sospeso, cosa farà Benno? L’uomo che si è
rivolto a Packer (il capitalismo) sperando di essere salvato? Non è dato
saperlo e dopo 105 minuti di infinito chiacchierare, capisco anche che il
pubblico avrebbe gradito un finale più netto di così, o lo sparo di Benno anche
solo per far star finalmente zitto Packer!

Molto simile alla tendina di M. Butterfly che divideva i personaggi.

Quando supera i
90 minuti di durata e apre la diga dei dialoghi, Cronenberg non sforna certo i
suoi film migliori, nella mia classifica personale insieme ad A dangerous method sono i fanalini di
coda dalla filmografia del mio secondo Canadese preferito, questo è poco sopra perché
la messa in scena è ottima, dalle musiche del fidato Howard Shore alla
fotografia, basta un fotogramma per capire che questo è un film di Cronenberg,
di sicuro non visivamente banale come il precedente, ma bisogna armarsi di
santissima pazienza per digerire tutto quella montagna di chiacchiere.

Alcuni passaggi
già presenti nel libro, purtroppo sullo schermo sembrano quasi auto citazioni
di Cronenberg a se stesso, tutto il discorso sulla prostata asimmetrica, oppure
il fatto che Packer si mette a parlare con la sua pistola (“Nancy Babich”)
hanno il fastidioso effetto di sembrare quasi uno scimmiottamento, degli omaggi
forzati ai suoi film del passato, che
aggiungono pochino alla trama.



I personaggi di Cronenberg sono sempre imprevedibili quando hanno una pistola in mano.

In generale, poi, non
si tratta nemmeno del miglior adattamento di un romanzo mai fatto da Davide
Birra, in “Cosmopolis” ci sono troppi dialoghi che se sacrificati
avrebbero solo migliorato il film, ma c’è comunque tanto buon cinema qui
dentro. La scena in cui i manifestanti imbrattano la Stretch di Packer,
cercando di darle il giro, mentre lui dentro, continua senza affatto scomporsi a
parlare con un’altrettanto glaciale Samantha Morton, penso che sia ancora oggi
la miglior metafora vista al cinema di recente di quanto chi comanda, sia
insensibile ai bisogni e alle urla di disperazione del popolo sottostante.

Grossi METAFORONI mandati a segno.

Trovo
significativo il paragone (Ciao Pike!) con un altro film uscito nel 2012, “Holy
Motors” di quel discreto matto di Leos Carax, in entrambi i film il
protagonista si muove in Limousine, solo che qui Packer si aggira tra le rovine
di un mondo che sta iniziando a crollare a pezzi, mentre in “Holy Motors” il
disastro è già avvenuto, eppure quando Packer si chiede dove vanno le Limousine
quando di notte non girano più, mi è impossibile non pensare alla scena finale
del film di Carax.

Il deposito della stretch, dell’ultima scena di “Holy Motors”.

Quando nel 2012,
scoprì che il protagonista del nuovo film di David Cronenberg, sarebbe stato il
“Vampirla” di “Twilight” oh! Non vi dico che gioia! Mamma mia com’ero felice
voi non potete capire! Ve lo dico chiaramente: a me “Twilight” piace, è la mia
saga comica preferita di sempre, solo Abrahams e Zucker mi hanno fatto
fare le risate che mi sono fatto con “Tu hai l’aids”. Ad una prima occhiata un Robert
Pattinson ancora scintillante e con le ragazzine urlanti ad inseguirlo, è una
scelta di casting suicida, eppure ha avuto ancora una volta ragione David
Cronenberg, perché Pattinson è perfetto.

Eric Packer non è
certo un personaggio positivo, quindi il fatto che Pattinson molto
probabilmente vi stia sui maroni aiuta moltissimo a renderlo credibile nel
ruolo, di fatto è molto più vampiresco qui, uno sfruttatore capitalista per
cui potrei scomodare una citazione anche al mio Canadese preferito, zio Neil Young
quando cantava “Vampire Blues”. Qui Robert Pattinson ha staccato con il suo
ruolo più famoso, in misura minore a quanto fatto da Viggo Mortensen, se l’ex “Vampirla”
ha sfornato ottime prove in film come “The Rover” (2014), in tutta risposta
dovrebbe spedire un cestino di Natale a casa Cronenberg ogni 25 Dicembre.



Sembra più un vampiro qui che nei in tutti i (15 o 16) “Twilight” precedenti.

“Cosmopolis” ha
degli enormi difetti di ritmo e risulta un adattamento troppo fedele al libro
per funzionare davvero sul grande schermo, eppure in tutto quel “Bla Bla Bla”
Cronenberg scalcia e la costante è il pessimismo del regista, ma se l’andazzo dell’economia mondiale continua ad essere questo, vuoi vedere che un giorno scopriremo che Cronenberg
aveva ragione e non solo sul casting del film?

Prossimo capitolo
della rubr… Oh, cacchio, ma siamo già alla fine!? Come passa il tempo quando ti
diverti! Se avrete voglia, tra sette giorni qui, per l’ultima di campionato. 
Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    Film del Giorno

    Il mostro della laguna nera (1954): auguri Gill-Man!

    Tra i compleanni di un certo peso, uno in particolare scaldava il mio cuoricino rettile di amante dei film di mostri, mi riferisco ai primi settant’anni del mitico Gill-Man, il [...]
    Vai al Migliore del Giorno
    Categorie
    Recensioni Film Horror I Classidy Monografie Recensioni di Serie Recensioni di Fumetti Recensioni di Libri
    Chi Scrive sulla Bara?
    @2024 La Bara Volante

    Creato con orrore 💀 da contentI Marketing