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Cowboy Bebop – Stagione 1 (2021): il “Sin City” timido

La verità è che “Sin City” ci ha fottuti tutti.

Per convincere Frank Miller, scottato dalle sue precedenti esperienze ad Hollywood, il regista Robert Rodriguez preparò una piccola scena tratta dal fumetto di “Sin City”, pensata per ricreare con abbondante utilizzo di schermo verde le tavole di Miller, il tutto per fare leva su quella sensazione che ormai io con rassegnazione chiamo “Effetto ma è uuuuuuguale!”, quello che fa puntare il ditino del nerd verso lo schermo, perché nella testa del piccolo appassionato, la sua storia del cuore per essere legittimata, non può essere solo un fumetto, un anime o un romanzo, deve per forza esserci un adattamento con attori in carne e ossa per essere preso sul serio, però deve essere ugualeeeeeeee!

Effetto “ma è uuuuuuguale!”, un esempio fotografico.

Una trovata che può funzionare una volta per “Sin City”, due si sono già confermate troppe (il seguito di Sin City), tre un peccato mortale, se consideriamo quando Frank Miller ha tentato invano di adattare “The Spirit” per il grande schermo. Non fatemi aggiungere altro, non è bello leggere le bestemmie di un blogger.
“Cowboy Bebop” nasce con poche idee ma confuse, ha senso adattare in un altro formato un anime che ha vent’anni ok, ma è ancora una storia fresca? La serie gestita da André Nemec sembra voler svolgere il suo compito seguendo il principio universale (e paraculo) del “Ma è uuuuuuuuguale!” fin dai primi promo fatti circolare in rete, con la sigla sulle note della mitica “Tank!” ma con attori in carne ed ossa.
Nel suo passaggio a Netflix, “Cowboy Bebop” ad una prima occhiata, potrebbe sembrare un adattamento ben fatto, ma mancano completamente gli elementi di rielaborazione del noir e del cinema d’azione alla John Woo che hanno reso grande l’anime, ne abbiamo già parlato no?

Lucca Comics & Games 2021
In questa incarnazione “Cowboy Bebop” potrebbe piacere a chiunque non abbia mai visto la serie originale, il pubblico generalista che per grandi numeri, è quello a cui punta Netflix, per tutti gli altri? Una versione minore, con tante battute sul bidet, sul pube depilato e poco altro, ma con personaggi appena abbozzati.
Non basta affidare alla leggendaria Adrienne Barbeau il ruolo di Maria Murdock per portare a casa il risultato, ma nemmeno conciare i protagonisti come cosplayer in fuga da Lucca Comics per superare lo scoglio del ditino dei nerd, si sa che trattare con i fan è piacevole come infilare le dita in un frullatore.
Signora Barbeau, sempre un piacere ospitarla su questa Bara.
Il Jet di Mustafa Shakir dovrebbe essere maturo e stanco dopo mille esperienze, ma sembra solo spaesato e con ben poca chimica con John Cho, talmente fuori parte da meritarsi un capitolo tutto suo.
John Cho, classe 1972, nessuna esperienza di arti marziali, interpreta un trentenne maestro di Kung-Fu e come lo fa? Del tutto privo di quella rassegnazione tipica del personaggio originale, uno che si considera già morto mentre qui, John Chi pare solo uno che sarà pure conciato come Spike, ma nello sguardo senza vita sembra invocare: «Datemi quel frullatore di cui ho sentito parlare poco fa.»
“Non so dove sono e nemmeno cosa sto facendo, in compenso ho una pettinatura da galera”
Vogliamo parlare di Daniella Pineda? La meno peggio del cast, se non proprio la migliore (in mancanza di alternative), una poveretta che è stata massacrata preventivamente dai fan perché? Perché non ha la taglia di reggiseno di Faye, ovvero variabile dalla quinta alla “Russ Meyer”? Volete dirmi che le curve di Lola Bunny erano il problema più grave dello Space Jam sbagliato?

Piuttosto che problema hanno in tanti con i personaggi femminili dell’immaginario? Possibile che si debbano valutare preventivamente in questo modo? L’avete vista Daniella Pineda? Che una così venga criticata da eroi della tastiere che come direbbe la mia amica Cristina (ciao Cristina!), l’hanno vista solo in formato Jpeg, mi fa un po’ ridere.
Piuttosto parliamo del fatto che Faye, che originariamente era la femme fatale un po’ grezza nei modi, qui diventi una ragazza molto naif che usa tante parolacce, un personaggio diverso, meno riuscito, ma non per colpa del fisico della Pineda, solo che oh! Se volete che sia tutto uuuuuuguale, non si può trattare con i fan(atici).
Ha già detto tutto Cristina, non ho nulla da aggiungere sull’argomento.
In questa versione “Cowboy Bebop” non è altro che un “Sin City” timido, che si accontenta di assomigliare sperando di non far inferocire i fan, ma ha ben poco dello spirito di una serie che ha vent’anni ma risulta ben più fresca di questa produzione Netflix, fatta con i soldi certo, ma con meno cura di certi “Fan movie” che si trovano in rete.
Mi dispiace criticarlo perché così facendo, rischio di venire equiparato a chi criticava preventivamente, non avevo alcuna aspettativa per questo adattamento, la parte migliore per me è stata l’occasione per rivedermi l’originale Cowboy Bebop, fatelo anche voi, lo trovate su Netflix ed è ancora una grande esperienza, tra i due “Cowboy Bebop” disponibili nel catalogo, scegliete quello davvero valido.
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