
Quanto è importante avere un soggetto con una sinossi tanto semplice e facile da vendere al pubblico? Una frase, poche parole, BOOM! Hai conquistato l’attenzione di tutti, pubblico, finanziatori o semplici passanti. Allora mi chiedo, quale soggetto può essere più semplice e universale di Willy, il geniale coyote dei Looney Tunes che da decenni tenta di acchiappare Road Runner, da noi più noto come Bip-Bip per mangiarselo? O era Beep-Beep? Vabbè, quello blu.
Non è un caso se proprio lui resta, non solo uno dei ricordi condivisi di tutti quanti noi, ma un’icona di resistenza umana (anche se è un coyote dei cartoni animati), che ci ha regalano anni di risate slapstick, che ha ispirato almeno un fumetto e la sigla di oggi sulla Bara volante. Per ribadire l’importanza di un soggetto capace di calamitare l’attenzione di tutti, cosa succederebbe se Willy il Coyote facesse causa alla Acme per decenni di prodotti mal funzionanti che gli hanno impedito di catturare Bip-Bip? Ora che ho la vostra attenzione… Sigla!
Prima di tutto, onore e merito a Ian “Sandy” Frazier, scrittore e umorista americano che nel 1996, sulle pagine del New York Times ha pubblicato una raccolta di storie incentrare su Willy Coyote (o Wile E. Coyote, mai capito quale fosse il nome più corretto) che fa causa alla Acme Corporation, un’idea brillante, definita dal critico James Gorman capace di generare “risate incontenibili nel lettore”, questo spiega anche perché il film ha un prologo ambientato negli anni ’90, vero punto di origine del soggetto.
Ci sono voluti trent’anni perché la Warner Bros. decidesse di farne un film, e qui gente, mettetevi comodi, perché inizia il bello: il film sceneggiato da Samy Burch e diretto dall’esordiente Dave Green viene prodotto, girato e completato, poi i vertici della Warner si fanno due conti, calcolatrice alla mano capiscono che per sgravi fiscali, assicurazione e altre menate burocratiche, per loro è più remunerativo NON distribuire il film, sigillarlo a chiave sul fondo di un cassetto e chiudere i bilanci in verde, un po’ il destino toccato a “Batgirl”, sempre della Warner, per cui Michael Keaton è stato pagato per tornare nei panni di Batman in un film che è sparito anche dalle lamentele dei fan. Ma Willy è più tosto di qualunque super eroe.

La natura del nostro amato coyote è quella di non mollare mai, il film fa parlare su “Infernet”, la Warner dopo un calcolo del rischio vende i diritti alla minuscola Ketchup Entertainment e “Coyote vs. Acme” ha potuto vedere il buio della sala, con la connivente Warner che a questo punto, ha cambiato tutta la campagna di marketing basandola su un generico: “Il film che non volevano farvi vedere” e giocando a fare la parte della succursale della Acme Corporation, insomma la Warner non riesce a smettere di essere la Warner.
Sta di fatto che il film è beh… Fantastico. Direi che è il film più colto sui Looney Tunes dai tempi di quel capolavoro di Looney Tunes Back in Action, che ribadisco, sarebbe ora di rivalutare come la bomba che è. Colto perché si vede tutta la passione per i lunatici personaggi, nel prologo ambientato negli anni ’90, uno scienziato con le crisi di coscienza cerca di scappare dai laboratori della Acme, usando tutte le loro invenzioni, compresa quella vernice crea-portali vista anche in Chi ha incastrato Roger Rabbit, e il dottore non è un dottore a caso ma il Dr. Peter Lorre, personaggio canonico rispetto ai Looney Tunes, perché l’attore doppiava se stesso e prestava il suo volto ad un personaggio comparso in due cartoni animati, uno del 1946 e uno del 1947.
Quando la storia (vera) del film ci porta trent’anni dopo, l’altro colpetto di genio è ambientare tutto ad Albuquerque, un po’ per gli sgravi fiscali offerti a chi va a girare da quelle parti, un po’ per il deserto, vero terreno di battaglia tra Willy e Bip-Bip e un po’ perché ehi… Meglio chiamare Saul, no?

Willy dopo l’ennesima sconfitta, vede una pubblicità alla tv è chiama, o meglio contatta a suon di cartelli l’avvocato che si fa la pubblicità sui cartelloni stradali o in scrause pubblicità alla televisione, l’azzeccagarbugli Kevin Avery che non è fatto a forma di Bob Odenkirk solo perché altrimenti sarebbe sembrato un episodio “Crossover”, ma per nostra fortuna hanno chiamato l’esilarante Will Forte, a cui vorrò eternamente bene per The last man on Earth e che qui è perfetto, insomma, Will che difende legalmente Willy!
Film colto perché lo sgangherato studio legale si chiama Avery (Will Forte), Jones (Martha Kelly) e Maltese (Tone Bell), l’omaggio palese ai mitici Tex Avery, Chuck Jones e Michael Maltese, rispettivamente voci e sceneggiatori dei cartoni animati più famosi dei Looney Tunes, anche se qui gli Avery sono due, visto che Will Forte è affiancato dalla figlia adottiva Paige, impersonata dalla prezzemolina Lana Condor, ormai presente in tutti i film.

La Acme invece è il Golia che il piccolo studio legale, Davide della situazione, proverà ad abbattere, ha senso quindi che il legale numero uno della grande multinazionale, sia una sorta di cowboy di nome Buddy Crane impersonato da John Cena, e che metà dell’entourage arrivi dritto dai venditori della Stratton Oakmont, ovvero dal casting di The Wolf of Wall Street…

Iniziamo subito dai difetti, sono davvero pochi: l’animazione in 2D mescolata agli attori in carne ed ossa funziona molto bene, a volte la qualità dei disegni è un po’ ondivaga, in particolare per il personaggio della nonna di Titti si nota un po’ troppo lo stacco con lo sfondo, dettaglio comunque che non distrae dalla visione. L’altro punto che ho trovato un po’ dubbio invece consiste nel fatto che “Coyote vs. Acme” non rispetta pienamente la divisione tra buoni e cattivi dei Looney Tunes: Titti ha un ruolo metà e metà, mentre il pollo Foghorn Leghorn, qui in modalità pienamente trumpiana (gioca anche a golf) è il losco capo della Acme, però se ci pensate ha un senso.

Malgrado il suo essere un’icona di resistenza con pelliccia, Willy il coyote tecnicamente è uno dei cattivi dei Looney Tunes, ma qui viene difeso, per altro da un avvocato (categoria che negli Stati Uniti è quella più soggetta alle barzellette) quindi tutto ha un suo senso e il bello di “Coyote vs. Acme” consiste proprio nel suo non snaturare mai i personaggi: Willy non si arrende, non lo fa alla prima proposta di patteggiamento della Acme, non lo quando il suo difensore si rivela un mezzo disastro, Willy non si arrende. Punto. Non viene edulcorata nemmeno la sua volontà di papparsi Road Runner, che diventa un dettaglio chiave della storia.
Dave Green firma un film velocissimo, 103 minuti che corrono come Road Runner senza lasciare indietro nulla, i personaggi evolvono in maniera coerente, il pavido Kevin Avery diventa paladino contro lo strapotere della multinazionali con la stessa perseveranza del suo assistito e ovviamente, non manca una sottotrama “complottista”, con un nome molto adatto al Coyote (il famigerato progetto Sisifo) che è la perfetta occasione per far entrare in scena personaggio – anche molto celebri – della scuderia dei Looney Tunes in piccolo ruoli, la citazione a Gola Profonda è uno spasso… Questa Gola Profonda! Non il porno… Degenerati!

“Coyote vs. Acme” funziona nel suo essere un riuscito “Legal Thriller” ovviamente reso spassosissimo dal soggetto e dai suoi protagonisti, ho trovato molto intelligente la metafora del tunnel, quello dipinto – in pieno stile Looney Tunes – con la vernice speciale su un muro, un modo brillante per rendere visivamente l’idea dei protagonisti che cercano di farsi largo e luce dentro un mistero più grande di loro.
Il sottotesto dello sfruttamento su animali è presente ma non urlato, perché il film alterna bene momenti in aula (che spasso il giudice di impersonato da Luis Guzmán) ad altri ben divisi tra gag e evoluzione dei personaggi, ma non manca nemmeno un inseguimento molto… Looney!

Insomma, fate come Bip-Bip, correte a vederlo, perché a mani e zampe basse, è uno dei titoli migliori che vedremo in sala quest’anno, una fantastica storia dalla ferrea volontà di non arrendersi mai, con il personaggio che da sempre incarna questo valore, nei cartoni animati o in aule di tribunale… E la Warner non lo voleva far uscire, poi chiedetevi perché sono più avidi della Acme ma con meno profitti.


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