
1981, John Carpenter sgancia sul mondo un archetipo narrativo stracarico di idee, l’anti-eroe costretto ad una missione impossibile, avvelenato a tradimento e con i minuti contanti, un classico con così tante trovate da diventare un modello.
2006, Mark Neveldine e Brian Taylor si manifestano con un esordio che è una bomba, che però a ben guardare contiene solo una delle idee già sdoganate da Carpenter, l’anti-eroe avvelenato a tradimento e con i minuti contati.
Vent’anni dopo le cose sono cambiate, nel senso che Neveldine e Taylor sono andati per strade diverse senza mai più raggiungere questi fasti, per nostra fortuna Jason Statham è ancora qui, roccioso come sempre, ma nel 2006 “Crank” era uno dei titoli più caldi in circolazione, come Chev Chelios non perdo tempo… Classido! D’altra parte, un film che inizia con Metal Health non può non esserlo.

Jason Statham ai tempi era quello uscito dai film di Guy Ritchie con il carisma per i ruoli da protagonista e l’aria di chi poteva menare tutti, come ha dimostrato nella saga di “The Transporter”, ma questo film è talmente azzeccato da potergli permettere – molto presto nel corso della sua carriera – di risultare mitico anche impersonando un personaggio che è allo stesso tempo esaltazione e caricatura del classico eroe d’azione, a partire dal nome, un’allitterazione da personaggio dei fumetti Chev Chelios («Come si scrive?», «M-O-R-T-O, Chelios» il destino già nella presentazione) applicata ad un tipo di cui non sappiamo nulla, ma che è chiaro sia meglio non fare incazzare, infatti cosa fa Ricky Verona (Jose Pablo Cantillo)? Lo fa incazzare.
Con le vene farcite da una droga spaziale cinese, roba che si dà ai cavalli, l’assassino professionista Chev Chelios diventa il perfetto uomo-macchina, entra in scena con un POV (point-of-view) degno dei personaggi dei videogiochi, da cui, per certi aspetti, prende in prestito parte del linguaggio visivo. Una volta chiarito che ha poco tempo per beccare Ricky Verona, dopo una consulenza volante da parte del suo medico, il Doc Miles (Dwight Yoakam), Chelios capisce che il “cocktail di Pechino” che gli è stato somministrato dopo aver ucciso su commissione Don Kim, il boss della triade di Chinatown, si ritrova con il corpo in costante carenza di adrenalina, se il livello dovesse abbassarsi, addio Chev Chelios…

Per tenersi bello arzillo, il nostro le prova tutte, dalle bibite energetiche alla cocaina, ma vuoi mettere le botta di adrenalina che ti fa rubare la droga ad una banda di spacciatori, insultandoli tutti con la famigerata parola con la “N” mentre lo fai? Insomma, un grandioso bastardo, reso pazzo da un corpo fuori controllo, bisognoso di epinefrina per non morire, che sia per vena o per spray nasale, vale tutto, basta continuare a correre.
Di base “Crank” è un normalissimo film di vendetta, con un protagonista che in teoria dovrebbe essere già morto ma in pratica, si ostina ad ammazzare tutti i suoi nemici sul suo cammino. Il protagonista si paragona a Terminator, altro uomo-macchina cinematografico celebre, l’intreccio poi è quello del cinema criminale, con colpi di scena, tradimenti e ritorni, ma il linguaggio, non ha nulla del Noir.

Mark Neveldine e Brian Taylor pescano dai videogiochi, dai videoclip, anticipano il passatempo più diffuso oggi, vent’anni dopo l’uscita di questo film, ovvero scorrere infinitamente le pagine dei social bombardandosi il cervello di immagini e informazioni. Gli spostamenti di Chelios lungo le strade di Los Angeles, avvengono con lo stesso zoom che facciamo noi quando cerchiamo una strada su Google Maps, marchio non citato a caso, perché nelle mappe di “Crank” si vede proprio il logo dell’azienda in basso a destra nello schermo.
Ma dove Mark Neveldine e Brian Taylor vincono è nel loro procedere per accumulo, per esagerazione, dopo le droghe per sostenersi, cos’altro può sopportare il corpo umano? Ed è qui che l’uomo-macchina dei suoi registi si alimenta della natura folle stessa della storia, il momento del cambio di passo? Una scena di contorno che ogni volta mi fa ridere più del dovuto, ma che chiarisce il tono: Chelios per liberarsi del tassista e prendergli la macchina, lo sbatte sul selciato e poi urla «Terrorista!» mentre un branco di vecchiette, senza perdere nemmeno un secondo, si scaraventa sul malcapitato che prova a difendersi urlando «Io amo Bush!», una trovata in puro stile “South Park” che chiarisce che dopo questa dose di umorismo nero in vena, vale davvero tutto.
Anche che Chev Chelios si aggiri in vestaglia per l’ospedale in cerca di epinefrina, decidendo di farsi defibrillare il cuore, con un effetto da cartone animato, ed è qui che volevo arrivare, il linguaggio scelto dai due registi, grazie ad un montaggio frenetico e un ritmo che non molla mai per ottantotto minuti di durata, è proprio quello dei cartoni animati, ovviamente violenti.

Macchiette sono tutti i personaggi del film, a partire del socio diversamente etero del protagonista, passando per la sua svampita fidanzata il cui massimo problema nella vita è l’ora sul timer del microonde che non è più quella giusta. Quando decidi che il tuo registro narrativo è l’esagerazione, filtrata da linguaggio dei videogiochi o dei cartoni animati, non puoi che procedere per accumulo di trovate pazze, ovviamente mi riferisco al corteggiamento dei due piccioncini, che finisco per fare sesso in pubblico con tanto di pubblico che tifa e l’urlo liberatorio di Chelios («Sono vivo!!») che ogni volta mi fa rotolare dal ridere sul pavimento. Ho un umorismo perfettamente in linea con questa follia, penso sia chiaro, no?

Guardare “Crank” è come guardare la versione con attori di quando, durante una partita a caso di GTA, ti annoi di completare le missioni e inizi a fare il pazzo in giro per la città per vedere fino a quanti poliziotti alle tue calcagna riesci ad avere, il livello di esagerazione è questa, ma il tono da cartone animato è imperante, diventa chiarissimo nel finale.
La mega sparatoria non sarebbe niente di diverso rispetto a quello che siamo abituati a vedere in tanti film con i criminali, ma il destino già segnato fin dall’inizio di Chev Chelios lo perseguita fino alla fine, come un malato terminale dell’azione, il nostro non può che viversi al massimo il suo ultimo giorno, fosse l’ultima cosa che fa, in tal senso ha una sua logica anche la folle scena di sesso, perché va mano nella mano con l’ultima telefonata del personaggio, che però avviene… In volo.

D’altra parte, quale era la fine che normalmente faceva il coyote Willie mentre inseguiva lo struzzo? Sempre la stessa, segnata fin dal primo minuto della puntata, cadere nel vuoto e schiantarsi, ma questo ci ha mai impedito di fare il tifo per quello che in teoria sarebbe, della coppia, il peggiore dei due soggetti? Chev Chelios come il coyote dei Looney Tunes è un’icona di resistenza umana, alimentato ad epinefrina e non a razzi ACME, per un film che rappresenta, la prova, l’ennesima, che Carpenter raccontava storie piene di idee, e che ne bastava anche una sola presa di peso dal suo repertorio, per realizzare un film in grado di risultare mitico, ma tranquilli, non abbiamo finito.
Sapete che se festeggio i compleanni, mi piace farlo bene, per questo, settimana prossima completiamo l’opera, anche perché è una vita intera che sogno di scrivere il post del prossimo capitolo, solo per potergli dare il titolo che ho in testa, quale? Vi toccherà aspettare sette giorni.


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