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Crank – High Voltage (2009): Chev Chelios era morto, ma ora sta molto meglio

1996. John Carpenter torna alla sua icona Jena Plissken con il preciso intendo di distruggere la folle logica dei seguiti a tutti i costi, tira fuori un capolavoro dadaista e come sempre, fa scuola. Alcuni si ostinano a non volerlo capire, possono anche andare a fanculo, vedere la fine del post per prova e conferma certificata.

2026. Ho finalmente l’occasione di scrivere un post su “Crank – High Voltage” utilizzando una delle più belle tag-line della storia del cinema. A volte mi basta davvero poco per essere felice. Ma ora balzo indietro e iniziamo a parlare del film.

2009. Mark Neveldine e Brian Taylor decidono una cosa semplice: se il primo Crank era una bestemmia cinematografica urlata a 200 km/h, il sequel deve essere un elettroshock direttamente collegato al cervello dello spettatore, missione compiuta, probabilmente anche troppo.

La prova che questo è un film del 2009: la presenza di Bai Ling

Perché qui non si tratta più di raccontare una storia, ma di vedere se il cinema può ancora essere considerato una forma di comunicazione o se è già diventato un riflesso nervoso della caffeina. Chev Chelios, che teoricamente era già morto alla fine del primo film (ma “morto” è un concetto un po’ elastico quando hai Jason Statham come protagonista), viene riportato in pista come un hard disk formattato male, non è che riparte, è che continuano a sputare errori di sistema.

Questa volta il cuore non è nemmeno un cuore, degli orientali loschi glielo sostituiscono con uno artificiale, in pratica una batteria, e già qui il film ci sta dicendo tutto dei suoi intenti: non siamo più solo nel regno dell’action, siamo nel reparto: idee balzate in mente dopo tre Red Bull e una rissa, o al massimo, pescate presso il superiore magistero tecnico di John Carpenter, come già spiegato.

Chev, che era già il perfetto uomo-macchina nel primo film, benzinato e sostenuto dall’adrenalina, qui per vivere deve ricaricarsi, ha bisogno di costanti scosse di energia elettrica per tenere il suo cuore artificiale in movimento e non crepare. Come una novella creatura di Frankenstein, riportato in vita grazie all’elettricità ed è curioso, proprio perché Giasone nostro, Frankenstein lo era già stato per davvero.

I said high (High voltage rock ‘n’ roll)

Tutto questo trasforma “Crank – High Voltage” nell’applicazione della regola aurea dei seguiti, uguale ma di più, in questo caso, anche più esagerato. Che poi è la stessa formula applicata da Dante, Craven e soprattutto Carpenter per il ritorno di Jena Plissken: hai creato il modello? Ora lo “distruggi” in una sorta di opera dadaista che, disegnando idealmente i baffi alla gioconda, irride anche il modello originale. Anarchia pura, per cui se l’informatore gaio del primo film era morto, qui viene vendicato dal fratello macho, ma sempre impersonato dallo stesso attore. Se Amy Smart, ovvero Eve la fidanzata di Chev, faceva sesso in pubblico con lui per alzargli… L’adrenalina (a cosa stavate pensando?), qui il tutto si ripete, ma sulla pista di un ippodromo, con più posizioni per “cavalcare” e tanto di musica country. Una follia? Certo perché come diciamo sempre alla Bara Volante, l’esagerazione è sottovalutata (cit.)

Regola aurea dei seguiti: uguale al primo ma con ancora più scene di sesso pazzo.

Se nel primo film il modello era il il coyote che inseguiva Beep-Beep, qui siamo direttamente nel laboratorio dove quei cartoni animati vengono animati da una banda di tossicodipendenti infatti il film sbarella, nel senso migliore del termine, o il più pazzo, fate voi. Ogni inquadratura sembra girata da qualcuno che ha appena scoperto che la macchina da presa può anche non stare ferma, e anzi, meglio se non lo fa mai. Mai. Un linguaggio che pesca a piene mani dal mondo dei videogiochi, ma non quello narrativo: quello in cui smetti di seguire le missioni e inizi a testare i limiti del motore grafico solo per vedere cosa succede se ti lanci giù da un ponte con una moto in fiamme, infatti “High Voltage” è esattamente questo: un test di resistenza, se vogliamo anche ai limiti dello spettatore. Classido? Non ho dubbi!

Il film prende tutto quello che nel primo Crank era già sopra le righe e lo moltiplica per una cifra che probabilmente non esiste ancora nella matematica ufficiale. Sesso pubblico? Certo. Sparatorie? Ovviamente. Sottotrame? Sì, ma trattate come interruzioni pubblicitarie tra una follia e l’altra. La prova che è un film del 2009 è la presenza nel cast di Bai Ling, non per forza utilissima alla trama (anzi) ma permette a Giasone di alzare battute sceme e divertenti come quella del «Mi aiuta a far ripartire il mio cuore», presa molto male da Eve, che ovviamente, qui deve fare la spogliarellista, perché l’esagerazione è il Nord magnetico del film.

Jason Statham, qui arriva ad un altro livello, recita come un impulso fisico mosso da uno elettrico, non parla, resiste, non pensa, agisce, uno che continua a non morire per fare un dispetto all’universo. Il film lo sa e lo tratta come un cartone animato, diventa chiarissimo nella scena della centrale elettrica, quando cresce di dimensioni inscenando una lotta tra Kaiju, dove Mark Neveldine e Brian Taylor si sono divertiti a omaggiare i classici film di mostri alla Godzilla.

STATHAZILLA!

Infatti il film è strapieno di rimandi pazzi, anche alla cultura Pop, spero non vi sfugga che il vecchio cinese laido, legato alla sparizione del cuore di Chev Chelios, sia interpretato da David Carradine, in quella che sembra una presa per i fondelli a quando beh, faceva lo stesso, ovvero il finto cinese nella serie tv “Kung-Fu”.

Questo Bill mi sa che non ha voglia di “Kill” ma di fare altro.

Per arrivare a trovate pazze come il flashback sul passato di Chev, una sorta di momento onirico in cui il nostro compare come un bambino che parla del padre assente nel classico talk show yankee, insieme a sua madre, che anche per motivi geografici è impersonata da Geri Halliwell. Giasone figlio di una Spice Girl, se non è una trovata matta questa, allora non esistono le trovate matte anzi, una ancora più grossa esiste.

L’infermiere, ancora traumatizzato dalla ricerca di epinefrina di Chev, in terapia da una psicologa, come dire, molto ma molto freudiana, visto che ad impersonarla da quella meraviglia di Lauren Holly, che riesce ad essere comunque più sexy di tutta la combriccola di attrici e attori Hard in sciopero in mezzo alla strada.

Come convincere tutti ad andare dallo psicologo: Lauren Holly.

Quando un film riesce a far passare inosservata l’apparizione di Lloyd “Troma” Kaufman, chiedendo a Chev di “strusciarsi” prima sul cantante dei Linkin Park (seconda apparizione nella saga) e poi su una compiaciuta vecchina, vuol dire che hai esagerato quel tanto che basta, se non di più.

In mezzo a tutto questo glorioso casino, a questo trionfo di eleganza in stile Bara Volante, “Crank – High Voltage” apre tutto, dimentica ogni freno narrativo ed esagera, con la volontà di distruggere quanto creato in precedenza rendendolo farsa, la scena dopo i titoli di coda conferma che Chev non morirà mai, è troppo incazzato con il mondo per dargli questa soddisfazione.

Se il primo Crank era un colpo al cuore, questo è un cortocircuito direttamente nel quadro elettrico, non è un caso se tutto si ripeta nella pazza giornata di Chev come abbiamo già visto, sparatoria con boss criminale compresa, ma con toni da cartone animato per adulti (abbiamo anche una testa a mollo, stile “Futurama”), l’ultima inquadratura? L’omaggio finale a Carpenter, alla sua fuga dai seguiti a tutti i costi: anche qui Chev Chelios guarda in camera, come faceva Jena Plissken fuggito da Los Angeles, e non solo riassume il tono di “Crank – High Voltage” ma risponde a tutti quello che pensano che la seconda fuga messa su da Carpenter non sia meno che un capolavoro. Vi avevo promesso la conferma certificata, eccola!

Dedicato a chi ancora non ha capito che Fuga da Los Angeles è un capolavoro.
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