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Crash (1996): Il film preferito dei carrozzieri

A Torino facciamo
automobili, chi più o chi meno, per lavoro facciamo tutti automobili. A questo
punto qualcuno potrebbe dire: “Ma io faccio il panettiere!”, non è vero, tu fai
il pane per qualcuno che di mestiere fa automobili, quindi qui facciamo tutti
macchine. Macchine e persone dentro alle macchine, il tema principale del film
di oggi della rubrica… Il mio secondo Canadese preferito!

Per essere precisi, io mi guadagno il pane (visto signor panettiere?) occupandomi di robetta che, messa dentro le macchine, ha la funzione di evitare che le persone volino fuori dal parabrezza come nella prima scena di questo film. Forse anche per questa ragione, David Cronenberg è uno dei miei registi preferiti, in questo caso per deformazione professionale, il Canadese trova sempre il modo di infettarmi con il suo cinema e “Crash” è uno dei suoi film più capaci di rivoltarmi dall’interno, tutti i film del Canadese hanno la caratteristica di essere unici, si possono provare e replicare ma non ad imitare, la giuria del festival di Cannes nel 1996 non poté far altro che premiare un film che non assomiglia davvero a nessuno altro mai visto prima o dopo.

L’unicità non è il solo talento di Davide Birra, mettiamo pure nel mucchio la capacità di farsi
apprezzare dai romanzieri più disparati di cui decide di adattare i lavori per
il grande schermo, che sia il maestro del brivido e dei best sellers Stephen King, oppure il corrosivo e
acidissimo William S. Burroughs,
tutti si sono lanciati in odi sperticate per il lavoro fatto dal Canadese, a
questi aggiungete anche James G. Ballard che è arrivato a definire “Crash”
come una messa in scena ancora più manifesta di alcune tematiche che nel
romanzo restano latenti.

“No ma ha toccato appena, una lucidata con la pasta abrasiva si sistema”.

Cronenberg
sostiene che tutti i lavori di Ballard sembrano ambientati in un presente
collocato poco più avanti nel tempo, contemporaneo, ma allo stesso tempo
futuristico, malgrado gli evidenti punti in comune, l’esordio al cinema di
Cronenberg Il demone sotto la pelle ha
moltissimi punti con il romanzo di Ballard “Il condominio” pubblicato lo stesso
anno, questi due grandi autori erano destinati ad incontrarsi, anzi, è più
giusto dire a scontrarsi.

«Serbo nell’intimo
la convinzione che le due cose più filmate nella storia del cinema siano il
sesso e le automobili.», come non dare ragione alle parole del nostro Davide,
peccato che, come dico sempre, quando Cronenberg si mette in testa di fare
qualcosa, lo fa sempre a modo suo. “Crash” è il fratello più giovane (e
pessimista) di Fast Company, che per
emulazione fraterna prende le auto veloci e scintillanti, le scene di sesso
blande e gioiose e i protagonisti senza macchia e senza paura e li elabora in
una versione sovversiva e nichilista.



Anche i titoli di testa sfrecciano via veloci.

A ben guardarlo,
“Crash” ha anche diversi punti in comune con Videodrome, Max Renn era alla costante ricerca di uno stimolo
(anche sessuale) nuovo e più intenso, arrivando a sviluppare una dedizione
assoluta per la nuova carne che qui è rappresentata dalle cicatrici causate dagli
incidenti. Qui i protagonisti sono ormai ad un livello successivo, sono
annoiati al limite dell’apatia, pur di sentire qualcosa, sono alla costante
ricerca di un’esperienza sempre più intensa che sia un orgasmo o uno schianto
in automobile, ma lo fanno senza l’esaltazione che sfoggiava Max Renn.

Vaughan (un
bravissimo e viscidissimo Elias Koteas) ad un certo punto sgancia la frase
chiave del film: “È una cosa nella quale siamo tutti intimamente
coinvolti. Il rimodellamento del corpo umano da parte della tecnologia”. Ancora una volta il tema della carne mutata, degli uomini-macchina tanto cari a
Cronenberg che, ormai dovreste averlo capito, ha fatto della continuità
tematica la sua principale caratteristica.



“Come fai a guidare con il vetro così zozzo? Farai un incidente” , “Magari!!”.

Alla costante
ricerca di una nuova esperienza che serva a farli sentire vivi, i protagonisti
sono affascinanti dagli incidenti d’auto, Vaughan, ad esempio, ama la sua
vecchia e scassata Lincoln, deformata da mille scontri, da mille esperienze
traumatiche che l’hanno resa quella che è ora, questi personaggi non hanno
nessuna attrazione per le auto nuove e scintillanti, Gabrielle (Rosanna
Arquette) ad esempio s’infila in una concessionaria, solo per il gusto di
provocare e sentire cosa si prova ad entrare con stampelle e tutori dentro un’auto progettata per le persone “normali” come le chiama lei.

Ormai totalmente
apatici, i protagonisti non trovano più nessuno tipo di appagamento nei corpi
naturali, devono cercare un’illusione di benessere attraverso qualcosa di
artificiale, che siano protesi oppure un automobile, non è un caso se fanno
sesso quasi sempre in auto e che lo stesso corteggiamento, avvenga con le
dinamiche di un inseguimento, se non proprio di un tamponamento, non curanti
della sicurezza stradale, o dei moduli CID da compilare, anche se a ben
pensarci la scena finale potrebbe quasi essere intesa come la “Costatazione
amichevole” nella personalissima interpretazione del protagonista.



Un corteggiamento spietato fatto a colpi di paraurti.

Di fatto, sono una
versione estrema di quei furbacchioni che alla guida rallentano, per guardare
l’incidente della corsia opposta (e tante volte provocando una fagiolata,
bravi!) e non è un caso che un’opera così smaccatamente sovversiva, abbia
scatenato una Cambogia alla sua uscita, molte sale inglesi si rifiutarono di
distribuire il film, anche se tempo dopo è stato poi trasmesso in prima serata
senza censure dai canali in chiaro della BBC (storia vera).

Prendo un titolo
a caso, “Ultimo tango a Parigi”, nel 1972 scatenò un vespaio mai finito, ad una
manciata di anni dal 2000, Cronenberg si becca ancora accuse di pornografia
che dimostrano che più le cose cambiano, più restano le stesse, tutti pronti a
parlare di arte, ma finché non modifica lo status quo e non urta nessuna
coscienza e anche qui Cronenberg ha dimostrato estrema coerenza: fin dai suoi esordi ha sempre sostenuto
che per lui l’arte deve far riflettere ed essere sovversiva. Critiche
estremamente “Illuminate” a cui il nostro Davide Birra ha risposto come sempre
senza scomporsi, facendo notare che sì, il sesso abbonda nel suo film, ma ogni
amplesso è mostrato in maniera estremamente gelida. Inoltre gli incidenti vengono mostrati in maniera realistica, veloci e brutali, senza spettacolari rallenty come siamo abituati a vedere al cinema.



“Un tizio con la gamba ingessata, mi spia dalla finestra qui di fronte, sto guardone!”.

A ben guardarlo,
“Crash” non ha nemmeno una vera trama, si passa da una
scena di schianto ad una si sesso, procedendo per accumulo, verrebbe quasi da
dire che è un’imitazione della struttura di qualunque film porno vi possa
capitare fra le mani, non lo so eh? Parlo per sentito dire, me lo ha detto mio
cuGGGino!

Le scene di sesso
sono molto spinte ed estremamente esplicite, forse anche oltre i limiti del
visto censura e, per di più sono condite, da dialoghi volutamente scabrosi, ma
risultano comunque gelide, l’occhio da anatomopatologo di Cronenberg ci mostra
corpi che nell’atto sessuale si schiantano uno contro l’altro come automobili
durante un incidente, ma comunque gelidi come le lamiere impegnate a
contorcersi.



Un tipo di eccitazione che solo i carrozzieri possono capire.

Il film ci
ricorda costantemente la sua natura fittizia, il protagonista si chiama James
Ballard (un gelido ed azzeccatissimo James Spader) come a ricordarci che tutto
questo è tratto da un romanzo di un autore e all’interno del film, sono gli
stessi protagonisti a ricordarci la finzione, impegnati a portare in scena gli
incidenti che hanno tolto la vita ai divi del cinema, come James Dean. Per
altro, il casting è ancora una volta micidiale, trovo incredibile che
Cronenberg con questo film abbia anticipato una buona parte della carriera di James
Spader celebre per un ruolo “sexy” come quello di “Secretary” (2002), ma anche
per aver definitivamente ceduto a lamiere ed acciaio, diventando a sua volta
una macchina in Avengers age of Ultron.

Elias Koteas è
bravissimo e qui risulta davvero animalesco e laido, Deborah Unger bionda
algidissima non poteva essere una scelta più azzeccata per la parte, menzione
speciale per Rosanna Arquette, attrice che malgrado i dentoni trovo sempre
piuttosto sensuale e qui è davvero azzeccata nell’incarnare la bellezza non
canonica del corpo modificato, nella comunione tra carne e metallo.



Chissà perché mi viene in mente una battutaccia dal film “Borat”.

La profonda
apatia dei protagonisti, li spinge a cercare una sensazione, una qualunque,
ovunque, anche nel farsi tatuare sopra le cicatrici (qualunque tatuatore con la
testa sulla spalle si rifiuterebbe), eppure tutto questo sesso manifesto risulta
comunque gelido, basta dire che nella prima bozza di sceneggiatura era prevista
anche una scena di sesso (avevate dubbi?) tra il protagonista e la sua
segretaria che Cronenberg ha deciso di tagliare perché i due attori sul set
dimostravano di avere fin troppa chimica (storia vera).

Cronenberg ci
mostra l’apatia dei protagonisti, puntando tutti su una recitazione volutamente
monocorde, ridotta ad una mimica facciale quasi assente, guardateli nella scena
in cui riguardano tutti insieme le videocassette dei crash test, basta questa
sequenza per capire che Cronenberg ha portato i suoi personaggi e il suo
cinema, oltre i confini della nuova carne, le VHS che provocavano una reazione
(mutante) a Max Renn qui non ne ottengono nessuna.



I miei colleghi si agitano molto di più vedendo i filmati dei crash test.

Ancora una volta,
Cronenberg trova il modo di piazzare il suo celebre colpo segreto del malessere
(UA-TAAA!!) usando gli elementi più fisici del cinema (sesso e automobili) per
parlare all’inconscio dello spettatore, uno sguardo assolutamente nichilista,
scandito da quel finale, in cui i protagonisti, passano da un amplesso
metaforico fatto di scontri e sbandate in auto, ad uno fisico, tra le lamiere
delle auto stesse. Se per tutto il tempo James Ballard cerca di ricostruire
l’eccitazione del suo primo incidente d’auto, nel finale la mette fisicamente
in atto.

“Ed ora facciamo la costatazione amichevole…”.

Se tutti i film i
David Cronenberg risultano unici, imitabili, ma non ripetibili, questo porta il
concetto di unicità a livello di arte, un capolavoro di asettico e assoluto
nichilismo, da cui nessuna cintura di sicurezza potrà mai salvarci davvero.

Prossima
settimana, una cosina di tutto riposo, vi piacciono i videogiochi? Ecco avete
sette giorni per scatenarvi, poi cambierete idea.
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