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Creed III (2023): va’ là fuori e vola da solo Apelle (Rocky III Reprise)

Lo ammetto, fa un certo effetto andare al cinema per vedere il nuovo “Creed III” sapendo che si tratta del primo film della saga in cui il personaggio di Rocky non ha un ruolo, certo viene citato al pari di Creed senior, ma questa volta il giovane Apelle Adonis figlio d’Apollo vola da solo, anche dietro alla macchina da presa visto che Michael B. Jordan con questo film fa il suo esordio nelle vesti di regista.

Zio Sly al secondo Rocky si era già preso lo scettro, Jordan è stato molto rispettoso, ha lasciato che il secondo capitolo sfogasse tutte le vecchie rivalità e ha deciso di prendere il comando di questo spin-off/seguito per portare la storia di una direzione un po’ diversa. Il tutto in un momento non semplicissimo, vista la faida in corso tra Stallone e il produttore Irwin Winkler, una telenovela che va avanti dal 1976 e che vorrei veder risolta su un ring – Stallone lo manda già al primo round, sicuro – in cui l’uomo ad una “B” di distanza dall’avere il nome più bello del mondo, decide di ballare da solo.

“Creed III” comincia con il primo flashback ambientato nella Los Angeles del 2002, con Apelle Adonis, allora ancora Donnie, insieme al suo migliore amico, quasi un fratello maggiore per lui, visto che Damian “Dame” Anderson non solo passa le sue giornate con il protagonista, ma è anche un lanciatissimo nuovo talento della box come vediamo subito, in un incontro che dura meno di quello che sogno tra zio Sly e Irwin Winkler.

Apelle Adonis figlio di Apollo, si prese la saga e della regia l’accollo.

Il Donnie di allora era un ragazzino pieno di rabbia, Jordan con un ellisse narrativo ci riporta al presente, con Creed all’apice della carriera, cinque anni dopo dove lo avevamo lasciato, pronto a vincere il suo ultimo match per poi ritirarsi, anche se fa specie che Jordan (classe 1987) si senta già pronto per il ruolo di pugile in pensione. Creed vuole più tempo da dedicare alla famiglia e alla moglie Bianca Taylor (Tessa Thompson, ridimensionata ai ruoli che Talia Shire ricorda bene, ovvero la moglie che fa il tifo da bordo ring e poco altro), quando il passato ovviamente ritorna, solo che Dame è cresciuto, uscito di prigione e fatto a forma di Jonathan Majors, che ultimamente al cinema è come il prezzemolo ma ha anche il fisico e il talento per caricarsi sulle spalle un ruolo così, alla faccia dei personaggi femminili, fatevi bastare il cast all-black senza ovale del rugby.

“Creed III” dura meno di due ore (116 minuti), praticamente una notizia per i film targati 2023, ma non tutti sono utilizzati nel modo più equilibrato, una lunga, se non lunghissima porzione di tempo viene dedicata alla famiglia Creed, personaggi a cui ormai ci siamo affezionati, quindi tutto sommato come spettatore non mi posso lamentare, anche se è innegabile che la “svolta”, non solo è facilmente intuibile in una trama che dopo nove film, può essere anticipata con svariati minuti di anticipo, come un pugno troppo lento, ma forse avrebbe richiesto qualche minuto in più per approfondire il personaggio di Dame, il cui cambio di atteggiamento non è un “salto dello squalo”, però è veramente un po’ troppo frettoloso e se funziona è solo perché Jonathan Majors è un attore che ha dimostrato di saper gestire molto bene personaggi che cambiano registro e umore in uno schiocco di dita. Tanto quanto il suo Kang riusciva ad essere rassegnato oppure incazzato a seconda del momento della storia, tanto l’attore riesce a prestare questa sua caratteristica anche a “Dame” Anderson, uno che non ha nulla da perdere e per questo è pericolosissimo, visto che si presenta come un vecchio amico, ma in realtà cova rancore da anni. Insomma questo terzo capitolo è uguale al secondo ma senza personaggi storici della saga, STACCE!

Hai un amico in me, un grande amico in me (cit.)

Quindi il pregio principale di “Creed III” è proprio avere due dei migliori giovani attori in circolazione nello stesso film, senza contare che Jordan e Majors fisicamente sono credibili come pugili, quindi con i loro muscoli che hanno più spazio di Tessa, una buona porzione del film è in cassaforte. Però bisogna scriverlo a chiare lettere, chi ha sperato fino all’ultimo nella mossa malinconica, quella acchiappona per conquistare vecchi e vecchissimi fan deve rassegnarsi, Dame Anderson è un personaggio nuovo, non è il figlio di Clubber Lang mi dispiace, anche se bisogna dirlo, in più di un momento l’ombra di Rocky III si allunga anche sul terzo capitolo di Creed.

Non voglio dilungarmi troppo su una trama che come detto, può essere intuita con facilità perché sì, è molto semplice (ohhh la trama semplice! Quella che per molti cinefili è la piaga suprema del cinema brrrrrr!) però sarà un po’ questo, un po’ il fatto che vabbè, con Rocky ci siamo cresciuti tutti, però “Creed III” sembra quello che in musica si chiama “reprise”, lo stesso che viene eseguito anche nel finale, quando il nuovo compositore Joseph Shirley (bene, ma sento già la mancanza di Ludwig Göranssonc) riprende lo storico tema di Bill Conti, ovvero si evocano quelle… posso chiamarle vibrazioni? Quelle che ti fanno subito pensare al passato.

Come il Rocky del terzo capitolo anche Apelle Adonis è un pugile arrivato che conosce il suo momento di borghesia, tanto che nell’inevitabile “training montage” in maniera saggia Michael B. Jordan si gioca piccoli flashback, quelli delle volte in cui il suo personaggio è finito al tappeto, come se Creed stesse cercando motivazioni, quella vecchia rabbia che invece ha in abbondanza Dame Anderson, che in questo è perfettamente identico a Clubber Lang, cresta da guerriero Mandingo a parte. Questo in “Creed III” nessuno la chiama occhi della tigre, ma è impossibile non pensarci.

Come direbbe un suo omonimo, It’s Dame time!

Allo stesso modo è impossibile non pensare a Rocky III quando il protagonista deve indossare il completo nero per esigenze di trama, anzi ogni tanto vedere Creed nel suo nuovo ruolo di mentore, la mente vola al ricordo di Tommy “Machine” Gunn quindi quel senso di remix di un paio di vecchi classici con cui siamo cresciuti è ben presente in questo “Creed III”.

Difetti? Sicuramente l’uso non proprio impeccabile del minutaggio, come detto un po’ troppo sbilanciato, inoltre non sono molto ferrato, ma dubito che le regole della boxe professionistica prevedano i cambi, quasi in stile cestistico, di pugili che vediamo nel film avvenire con grande facilità, però mi appello alla sospensione dell’incredulità e non mi va di fare la punta ai chiodi su questo tipo di dettagli (lo lascio fare ad altri più volenterosi), più che altro mi dispiace che il personaggio di Viktor Drago (Florian Munteanu) sia stato un po’ buttato via, ridotto a funzione narrativa bipede, il pugilone pasticcione che ti “spiezza in due” l’equilibrio per rendere possibile lo scontro in cartellone (cinematografico) ovvero Creed vs. Anderson, tutta roba che poteva essere gestita in maniera un po’ meno frettolosa.

«I don’t hate Balboa Creed, but I pity the fool» (quasi-cit.)

Quello che funziona è lo stile della regia di Michael B. Jordan, per il montaggio (curato da Tyler Nelson) si potrebbe migliorare, ma il neo regista sceglie per la parte estetica degli incontri, di uscire un po’ dall’ombra di zio Sly: più primi piani, più colpi decisivi mostrati a rallentatore, molti meno campi lunghi e coreografie di combattimento di conseguenza meno intricate. Per certi versi lo stile sembra una continuazione di quello più “videoclipparo” dello Sly di Rocky IV, però filtrato dalla sensibilità di uno come Michael B. Jordan, che sicuramente sarò cresciuto con in cuffia ben più Hip Hop di quanto ne abbia mai ascoltato Stallone in vita sua, da qui la differenza di stile. Ecco perché Creed urla dall’alto delle “Hollywood hills” invece che dalla cima di una montagna sovietica, il massimo sarebbe stato sentirgli urlare: «Draaago! Kaaaaang!»

Infatti in certi momenti Jordan si lancia in soluzioni da video musicale quasi surrealiste (concedetemi il termine), come la gabbia che circonda il ring trasformando per qualche secondo l’incontro tra i due nemiciamici (come Red e Toby) in una sorta di “Cage match” stile WWE.

«Metti via quel dito o te lo rompo», «Ok, ma tu smettila di farmi la presa Vulcaniana»

Michael B. Jordan ha abbastanza fegato e personalità per portare la saga di “Creed” un passetto più lontana dai vecchi fan, scrollandosi di dosso la parata di vecchie glorie che era stato Creed II, per avvicinare la storia al pubblico di ragazze e ragazzi che hanno conosciuto Rocky partendo da Creed.

Seguitemi per un momento nel mio ragionamento, si spera, non troppo contorto: quanti ragazzi, specialmente americani, si possono ritrovare nella storia di un protagonista che perde e ritrova un “fratello” finito in galera e poi tornato? Secondo me più d’uno. Non voglio dire che Jordan abbia cercato di tornare al cinema di denuncia, con cui lui stesso ha iniziato diretto da Ryan Coogler, guarda caso regista anche del primo capitolo. Ma in ogni modo un tentativo di uscire dalla strada maestra della saga originale, in sicurezza però, visto che in parecchi momenti sembra davvero di stare guardando una sorta di “Rocky III Reprise”.

Forse è mancata un po’ la lungimiranza per creare la propria iconografia, le proprie nuove ruggini da risolvere a pugni sul ring, anche nei prossimi capitoli (il quarto è già stato confermato), di sicuro anche con “Creed III” si fa il tifo, ci si ritrova coinvolti anche quando Apelle Adonis reagisce ai momenti alla Marty McFly («Fifone!» cit.), certo magari lo scontro finale, buono in pantaloncini bianchi contro cattivo in pantaloncini neri, poteva essere un pochino più raffinato, ma in generale “Creed III” è un buon esordio dietro alla macchina da presa, con margini di miglioramento, specialmente riguardo alla trama e allo sviluppo dei personaggi per il futuro.

Come direbbero i cinéfili nell’era dell’Internét: questo film è un pugno nello stomaco!

Il primo Creed resta quello diretto meglio, il secondo quello più esaltante, il terzo coinvolge, fila via molto bene, conferma quasi tutti i talenti coinvolti e in generale devo dire che su un paio di cazzotti ben assestati, o di momenti piuttosto intensi, sono esploso nella mia silente e rispettosa esultanza da cinema (a denti stretti io che tipo faccio «Si cazzo!» con il pugnette dimenato in aria, storia vera), quindi sono ben felice che questa saga continui. In attesa di Stallone vs. Winkler mi sono goduto anche questo capitolo, ora per il prossimo spero che Michael B. Jordan alzi di due tacche il volume della radio, intanto però anche senza un’apparizione di Rocky, l’uomo ad una “B” di distanza dall’avere il nome più bello del mondo garantisce sul fatto che “Creed” abbia lo stesso spirito e lo stesso cuore imposto negli anni da zio Sly, vai Apelle Adonis, la saga è tua.

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