
Il 16 luglio è sempre una giornata abbastanza nuvolosa nella testa degli appassionati di Horror, ci lasciava zio George A. Romero. Già sapete per cosa sta la lettera “A”, se avete seguito la rubrica della Bara dedicata alla Leggenda, ma visto che qui si aspetta il suo ritorno (per abbracciarlo e farsi mordere) insieme ai compari di sempre, abbiamo messo su una celebrazione, trovate tutti i dettagli al fondo del post, ma prima la mia domanda amletica: di che scrivo?
Sì, perché con la rubrica su Romero ho coperto tutti i film, alcuni di quelli mai realizzati, i fumetti e il romanzo, cosa scegliere? Ottima occasione per completare l’opera, rimettere mano al bel cofanetto di Cine-Musuem e scrivere qualcosa sul secondo e ultimo Creepshow, perché tutti i fanatici sanno che il terzo film non esiste, non fate domande.

Il successo al botteghino di Creepshow è stato uno dei pochi davvero grossi della carriera di Romero, lui che è sempre stato lontano dai film su commissione e spesso anche dalle major. Per altro, non è nemmeno un’abitudine così rodata quella di riuscire a fare soldi con un antologico Horror, una tipologia di film che ha smesso di incassare più o meno dai tempi della Amicus, ma resta il fatto che Romero, grande appassionato di fumetti, amava leggere Pogo e soprattutto i fondamentali fumetti della EC Comics, pieni delle loro storie horror, vere “Morality tales” come dicono da quella parte della grande pozzanghera nota come oceano Atlantico,
quindi la realizzazione del primo Creepshow è stato un gran lavoro quasi fatto in famiglia, ma la famiglia di “Creepshow 2” era leggermente spezzata, visto che zio George ha contribuito solo a livello di sceneggiatura, su soggetti tutti firmati dall’amico Stephen King, per la precisione, cinque soggetti.

Si perché il piano originale per “Creepshow 2” prevedeva cinque racconti horror, tra cui “Pinfall” e “Il gatto del diavolo” che sono stati tagliati per motivi di budget, il primo mi risulta non sia mai stato più adattato, per quanto riguarda il secondo, se non vengo inglobato da un blob, prima o poi riuscirò a trattarlo da qui alla fine dell’anno.
Alla regia zio George passa lo scettro a Michael Gornick, il suo fidato direttore della fotografia, per gli effetti speciali, il tempo di finire il suo lavoro su Evil Dead 2 e possiamo contare anche su Greg Nicotero, più un aiuto speciale da un altro grande amico della famiglia allargata Romero, il mitico Tom Savini.
Il nostro, voleva fortemente impersonale la parte del Creep, la creatura che fa da anfitrione a tutte le storie, diventato il volto (mostruoso) di Creepshow, ad una sola condizione però: che ci fosse una doccia sul set, non voleva dover guidare ogni giorno un’ora per tornare a casa, tutto ricoperto della colla del trucco sul corpo (storia vera). In compenso un papatrac è riuscito a farlo lo stesso, un giorno guidando verso il set, lui e Nicotero si erano dimenticati di verificare che i due bidoni aggiuntivi di melma raccattata in giro per dare spaventosa forma al secondo episodio, nella fretta, non sono stati verificati, alla prima curva, quella doccia chiesta da Savini si è rivelata molto utile.

Il cast invece si è completato con una serie di attori, in particolare quelli molto giovani protagonisti del secondo episodio, costretti a girare in costume da bagno in pieno inverno con Michael Gornick, molto paterno, che ad ogni pausa tra una ripresa e l’altra, si assicurava che venissero avvolti in pesanti coperte, è andata un po’ meglio con Tom Wright, che era sì un attore ma soprattutto un cascatore professionista, la scelta ideale per il ruolo dell’autostoppista dell’ultimo segmento e quindi vediamoli nel dettaglio questi tre racconti del terrore!
Il primo Vecchio capo Testa di Legno, ha contribuito ad una mia antica ossessione, quella per avere in casa un indiano di legno portasigari, io che nemmeno fumo, io che ho il legittimo dubbio che oggi, sarebbero una rappresentazione stereotipata e che forse, andrebbero chiamati nativi americani di legno, non so quanto migliorando la situazione però. Sta di fatto che dai racconti classici dell’Uomo Ragno, io ricordo il primo appartamento di Peter Parker con un comodo lucernario per il secondo lavoro oltre a quello da fotografo al Daily Bugle e proprio uno di quei portasigari di legno, in scala uno a uno, inutili, ma con un gran fascino sul vostro amichevole Cassidy di quartiere.

La storia qui vede al centro un emporio di provincia, presieduto dalla statua del vecchio capo Testa di Legno, i due coniugi Ray Spruce (il grande George Kennedy) e Martha (Dorothy Lamour) lo gestiscono da anni in pace, fino al giorno in cui un aspirante attore capellone, desideroso di andare a far la parte del nativo nei Western che producono ad Hollywood e il suo altrettanto scapestrato compare, non si improvvisano rapinatori per finanziare la loro trasferta e un po’ per caso, sparano a Martha, poi nel panico e decisamente meno a caso, fanno fuori anche Ray che muore, cercando comunque di raggiungere la donna con cui ha condiviso tutta la sua vita. George Kennedy attorone? George Kennedy attorone.
Da qui succede quello che potete intuire, gli spari generano una particolare versione delle pitture di guerra e grande capo Testa di Legno, si prenderà la sua vendetta rianimandosi, risultato? Un’adorabile scemenza che per lunghi tratti, riesce a mascherare anche la tuta in finto legno (in realtà vera gomma) dell’attore che gli presta le movenze, insomma, la quintessenza della “Morality tale” però con un portasigari che diventa un assassino da Slasher.

Si fa un notevole salto di livello con La zattera, dovessi fare un elenco dei singoli segmenti horror più spaventosi di sempre, questo figurerebbe nella lista senza difficoltà, un paio di coppiette fanno a farsi una bella nuotata al lago, raggiungono la zattera ormeggiata al centro e vedono avvicinarsi una sorta di chiazza di petrolio che però, si muove controcorrente, se dico, sarà l’inizio di un incubo suono troppo drammatico? Ecco, mai abbastanza.

Perfetto adattamento di un racconto da brivido, ovvero “The Raft”, pubblicato sulle pagine della raccolta “Scheletri”, quella maledetta pozzanghera di schifo è un blob degno dei suoi cugini melmosi, a ben guardarlo sembra un grosso telone di plastica nera su cui hanno seminato della spazzatura, sul set, ha creato duecento grattacapi a Greg Nicotero, perché la gelatina scelta con la temperatura fredda si irrigidiva, più una serie di altri problemi tecnici che nel segmento, nemmeno si percepiscono, perché da spettatori siamo troppo impegnati a stare in ansia e ad avere paura.
“La zattera” come quella melma di melma, non ti lascia tregua, trasforma in thanatos anche l’unico momento di eros della storia, sembra la versione adolescenziale di quando da bambini si giocava a “Il pavimento è fatto di lava”, passano gli anni, ma ogni volta che lo rivedo, mi viene voglia di raggomitolarmi in modo da essere sicuro di non lasciare i piedi oltre l’orlo del divano, non si sa mai.

La sequenza finale di chiusura, ti fa tifare ogni volta, fino a quel carrello laterale sulla scritta “No swimming” che ti ricorda che dal 1987 questo segmento è puro e autentico terrore distillato, “Creepshow 2” è una buona antologia che non allaccia nemmeno le scarpe al capostipite, ma è il film che contiene “The Raft” e tanto basta a fare paura ancora oggi.
Questa secondo capitolo si Slconclude con L’autostoppista, storia di una ricca signora che affronta la lotta di classe e capisce che è meglio non caricare (sul cofano) uno sconosciuto, specialmente uno che non solo non vuole scendere, ma si ostina a non morire e a restare appeso all’auto, oltre che a ricomparire. Un incubo di quattro ruote che è puro Stephen King, anche i cartelli che cambiano il loro contenuto, se fosse stato l’adattamento di un suo racconto, sarebbe stato ottimo, in realtà il Re del brivido lo ha scritto per “Creepshow 2” e funziona alla grande, solo che dopo “La zattera” risulta quasi riposante. Ho detto quasi! Però va detto che in questo segmento, compare anche zio Stephen King in una piccola apparizione nei panni del camionista.

Ogni segmento, è tenuto insieme dalla cornice, con Creep, ovvero Tom Savini, impegnato a ricordarci l’ovvio, ovvero l’importanza dei fumetti, che voglio dire, è sempre un ottimo messaggio da far arrivare al pubblico, l’altro grande messaggio che ci tenevo a farvi arrivare è questo: ogni 16 luglio non sarà mai un giorno come gli altri per noi appassionati di Horror, ma io sarò sempre in missione per conto di George A. Romero, troverò sempre il modo di farlo tornare su questa Bara, perché tanto già sapete per cosa sta la “A”.
Ed ora, per un altro po’ di “A” su zio George, vi rimando ai miei due compari, Vengono fuori dalle fottute pareti con una bella dose di Zombie e il Zinefilo, passate da loro a trovarli!


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