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Crime 101 – La strada del crimine (2026): il neo-noir di cui sentivo la ma(n)ncanza

Si sta consumando sotto i nostri occhi un errore, se non proprio un piccolo crimine: stiamo rischiando tutti di sottovalutare “Crime 101”, per fortuna vostra, la Bara Volante è qui per porvi rimedio. Va detto, con quel titolo generico e con quella selva di attori, il rischio grosso era di scambiarlo per il classico titolo pensato per lo streaming, finito in sala per botta di culo, cosa che è stata, visto che il soggetto è stato scippato a Netflix per un soffio (storia vera). 

Scritto e diretto da Bart Layton, di cui non sono mai riuscito a vedere il suo “American animals” (2018), il film è l’adattamento di un racconto omonimo del 2020 di Don Winslow, autore di cui ho amato molto quel – pochino – che ho letto e che al cinema, è stato adattato il giusto, in una delle sue trame più pazzarelle ad esempio da Oliver Stone.

Il film, distribuito tra gli altri dalla MGM, il buio delle nostre sale è riuscito a vederlo per davvero, se correte, magari un cinema che lo proietta ancora lo trovate, perché già è raro poter trovare un poliziesco fatto come Dio Michael Mann comanda, ancora più raro un neo-noir losangelino che è un sottogenere di un genere che già vanta pochi titoli, perderlo sarebbe un peccato, ignorarlo scambiandolo per la solita roba destinata allo streaming con un sacco di attori famosi che onorano contratti, sarebbe un crimine, 101 come i dalmata.

«Ho visto un dalmata attraversare la strada, ma non doveva essere un coyote?»

Questo film sceglie consapevolmente di muoversi in un territorio cinematografico già colonizzato da giganti, “Crime 101”, appartiene a questa categoria: un thriller criminale elegante, adulto, pieno di attori importanti e con una dichiarata aspirazione a quel cinema del crimine esistenziale che negli anni ’90 aveva trovato il suo profeta in Michael Mann.

La buona notizia è che il film non crolla sotto il peso delle aspettative, la notizia ancora migliore è che non prova nemmeno davvero a competere, ma sceglie la strada (del crimine) del bravo studente. “Crime 101” è semplicemente un film giusto, solido, coinvolgente, ben interpretato, visivamente curato, ovvio, non è un capolavoro, ma per quello potete sempre rivedervi qualunque film di Mann, l’ispirazione per nostra fortuna arriva da lì.

Il MIB International, giusto però questa volta.

La storia segue Mike Davis (Chris Hemsworth), ladro di gioielli estremamente metodico che compie una serie di colpi lungo la costa californiana seguendo un codice preciso, quasi filosofico. Non è un criminale impulsivo ma un professionista, ogni dettaglio è pianificato, ogni rischio calcolato, il denaro conta, ma conta ancora di più la perfezione del gesto, insomma l’archetipo del criminale cinematografico che vive per il proprio mestiere, non troppo lontano da certi personaggi manniani ossessionati dal controllo e dalla disciplina.

Sulle sue tracce c’è il detective Lou Lubesnick (Mark Ruffalo), poliziotto veterano, consumato dal lavoro e con una vita personale a pezzi. Ruffalo gioca su un terreno che conosce bene — il poliziotto stanco ma ostinato — ma riesce comunque a dare profondità al personaggio, soprattutto nei momenti più silenziosi, il rapporto tra Mike e Lou è il cuore del film, due uomini definiti dal proprio ruolo, due identità costruite sul lavoro fino a diventare prigioni.

«Che settimana tremenda che ho avuto, fammi riposare», «Guarda che oggi è solo martedì»

A complicare la situazione entra Sharon (Halle Berry), broker assicurativa che si trova coinvolta nel piano del colpo più grande, il suo personaggio introduce una dimensione più emotiva e morale nella storia, anche se non sempre la sceneggiatura riesce a sfruttarla fino in fondo. Attorno a questo triangolo ruotano diversi comprimari: Barry Keoghan che fa il matto con il botto nei panni del violento e imprevedibile Ormon, Monica Barbaro come Maya, Corey Hawkins nel ruolo del detective Tillman, ma soprattutto i due nomi più importanti, Money, figura ambigua legata al mondo criminale è fatto a forma di Nick Nolte, per cui se ne stappa una di quello buono ogni volta che abbiamo la possibilità di rivederlo in un film e nella parte di Angie, la moglie di Lou, abbiamo cinque-minuti-cinque, ma di super qualità, di Jennifer Jason Leigh. Se l’idea manniana era di aver un cast nutrito pieno di facce giuste, Bart Layton ha dimostrato di aver fatto i compiti.

Non è come la scena della piscina di “Codice: Swordfish”, ma Halle Berry resta splendida.

Il primo tempo è probabilmente la parte più riuscita, i furti sono messi in scena con grande precisione visiva, con movimenti lenti, tensione costruita sull’attesa, tecnologia ridotta al minimo e la musica di Blanck Mass, che va di pari passo con la tensione crescente, non conoscevo nemmeno il nome di questo artista, ma se questo è il suo esordio come compositore per il cinema, spero che la sua sia una lunga permanenza.

Bart Layton non cerca l’azione bulimica che va per la maggiore in molti film d’azione, tutto è misurato e controllato, come detto, si percepisce chiaramente l’ispirazione al cinema di Michael Mann, ma — ed è importante dirlo — non come copia, piuttosto risulta un modo di utilizzare a modino quel tipo di linguaggio ormai condiviso fatto di strade notturne, luci artificiali, professionisti che vivono ai margini della società, dialoghi asciutti, tutti elementi riconoscibili, ma utilizzati con rispetto.

Hemsworth sorprende parecchio, nel senso che lo sappiamo di cosa capace, ma essendo più portato ai ruoli da scemone, Hollywood quelli continua a proporgli. Abituato a ruoli più fisici o spettacolari, qui lavora di sottrazione, il suo Mike Davis parla poco, osserva molto, ragiona continuamente, un personaggio quasi minimalista, costruito più sul comportamento che sulle parole, la sua presenza funziona e soprattutto convince come criminale, creando con la sola presenza – e la sua prova – un legame diretto con il cinema di Michael Mann, perché se “Crime 101” avrà il merito di ricordarci la bellezza di Blackhat, allora via con un’altra tacca alla cintura dello studente del primo banco Bart Layton.

Un altro professionista (proto) manniano per Chris.

Un giorno poi dovremmo valutare la carriera di Mark Ruffalo ad Ovest dei suoi ruoli nel mio personaggio Marvel preferito, ho sempre pensato di lui che fosse uno di quei professionisti usciti da un altro secolo cinematografico, capacissimo di ricoprire il ruolo di protagonista e ancora meglio, di brillare e far brillare gli altri come secondo violino, qui il suo Lou è la versione trasandata del poliziotto che impersonata in, pensate un po’, un film di Michael Mann. Lou, come se avesse esaurito tutta la sua carica di buona volontà nel cambiare il sistema, e avesse imparato a muoversi al suo interno, continuando ad odiarne malfunzionamenti, idiosincrasie e burocrazia, pur mantenendo inalterato il rispetto per il proprio lavoro. Tutta questa robina non solo mi fa sentire vicino al personaggio di Ruffalo, ma lui riesce a recitarla quasi a pelle, come se nemmeno ci fosse veramente bisogno di aggiungerla alla sceneggiatura, offre Mark.

Nella seconda metà del film la storia comincia ad allargarsi, si aggiungono sottotrame criminali, relazioni personali, tensioni morali, passato dei personaggi. Tutto interessante, ma anche scavo nei personaggi, qui Layton dimostra di avere margine di miglioramento rispetto al regista di Chicago, ma il cuore è sicuramente dal lato giusto.

Quando mi ricapita Ruffalo nella prosa degli eroi della Bara!

La parte più significativa riguarda il progressivo smantellamento del mito del ladro perfetto, perché Mike non è invincibile, non è nemmeno completamente libero, ma intrappolato nel suo stesso codice. Quando il grande colpo finale inizia a incrinarsi — errori minimi, imprevisti, persone che reagiscono in modo non previsto — emerge il tema centrale del film, il professionismo assoluto è una forma di isolamento, più sei perfetto nel tuo ruolo, più perdi il resto.

Il confronto finale tra Mike e Lou non è costruito come un’esplosione spettacolare ma come una resa dei conti inevitabile, non c’è il trionfo del bene sul male, ma l’incontro tra due uomini che hanno sacrificato tutto per definire sé stessi attraverso il lavoro. Insomma un finale coerente con il tono malinconico del film e anche con quel linguaggio condiviso di cui sopra, per questo, chi conosce già quella grammatica cinematografica, probabilmente una conclusione del genere la troverà beh, canonica.

Per questa inquadratura Layton si sarà dato il cinque alto da solo.

Alla fine, il punto fondamentale è questo, “Crime 101” non è Heat, non ha la stessa potenza, la stessa profondità, la stessa ambizione tragica, non può esserlo, perché quel capolavoro è il punto di arrivo di un modo di fare cinema a cui Layton si rifà apertamente, approcciandosi con il giusto rispetto, quindi non è nemmeno un problema che non lo sia, anche se mi gioco dei soldi che qualcuno lo bollerà velocemente così per passare ad altro.

Questo film è un neo-noir adulto ben fatto, che prende ispirazione dal cinema di Michael Mann e lo fa con rispetto, senza trasformarsi in imitazione sterile, in un panorama cinematografico pieno di prodotti usa-e-getta, pronti a sbarcare sulle piattaforme di streaming per essere ignorati, vedere un film che punta su personaggi, atmosfera e tensione psicologica è già qualcosa di prezioso.

Se farete come il protagonista, con una corsa forse, riuscirete ancora a beccarlo in sala, ignorarlo come vi dicevo, sarebbe un peccato, specialmente nel panorama contemporaneo, un film con il cuore dal lato giusto come questo si merita di più che uscire dalla sala per sprofondare nelle paludi della tristezza dello streaming, consideratevi avvisati.

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