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Crimson Peak (2015): Gotico Messicano



Non credo
nella scaramanzia, però prima di ogni partita di Basket indossavo sempre gli
stessi calzini, ok non proprio gli stessi e poi comunque li lavavo tra una
partita e l’altra, eh!

Penso che la
scaramanzia sia più che altro un’abitudine, non si può certo dare la colpa ad
un innocente gatto nero se perdiamo il bus alla mattina, no? Quindi, essere
scaramantici è un’abitudine che non costa molto, nemmeno in termini di fatica, se c’è una scala, io non ci passo sotto. Ora, al pari del gatto nero di
cui sopra, io non credo che Mia Wasikowska (da qui in poi Mia come-mi-viene,
perché questi cognomi polacchi mi mandano ai pazzi) porti sfiga, però è sempre
nella zona delle operazioni quando qualche regista molto riconoscibile sbaglia
qualche mossa. L’unico errore commesso da Guillermo del Toro in “Crimson Peak”
è stato quello di non essere stato scaramantico, per questa volta ha deciso di
lasciare a casa il suo portafortuna di 1.85, ovvero Ron Perlman. A parte questo
ha fatto quasi tutto giusto.
Ho una stima
infinita per Guillermo del Toro, è senza ombra di dubbio uno dei miei registi
preferiti, il Messicano ha la sinistra tendenza a riuscire sempre a fare film
su cose che mi piacciono un sacco, ha firmato il più bel capitolo di “Blade”
(il secondo), fa storie pescando dal folklore e dalla tradizione (La spina del
Diavolo e Il labirinto del Fauno), la sua idea di film commerciale è prendere
dei Robot giganti e farli fare a pugni con dei Kaiju, parola per i fan del genere
che è stata sdoganata da quella bomba di “Pacific Rim”, quando gli chiedono
di fare un film tratto da fumetto, lui snobba i più celebri eroi in calzamaglia
e punta dritto sul diavolone di Mike Mignola, ovvero Hellboy.



“Ho cambiato il campanello di casa, vi piace?”.
Per “Crimson
Peak” Guillermone centra nuovamente un argomento che mi sta a cuore, le storie gotiche
di fantasmi, malgrado alcuni difetti, quasi tutti legati alla
sceneggiatura secondo me, di cui proverò a parlare, resta un film che
dovrebbero vedere tutti, più le storie di Del Toro si assottigliano, più il suo
talento visivo straborda. Il risultato è un film bello, ma proprio bello, una
vera gioia per gli occhi, garantito al limone!
Edith Cushing
(Mia Wikipedia) è un’aspirante scrittrice di storie di fantasmi, anche se il
suo editore preferirebbe vederla cimentarsi con storie romantiche. Suo padre Carter
Cushing (Jim Beaver) si è arricchito negli anni con il frutto del suo lavoro, un
giorno arriva in città il fascinoso Sir Thomas Sharpe (Tom Hiddleston) in cerca
di finanziamenti per la sua rivoluzionaria macchina per l’estrazione
dell’argilla, riceve un bel due di picche da Mr. Cushing, ma fa breccia nel
cuore della giovane Edith. Malgrado l’ingombrante presenza della sorella
dell’uomo Lady Lucille Sharpe (Jessica Chastain) e dell’amico di infanzia di
Edith, il Dott. Alan McMichael (Charlie Hunnam, che purtroppo non fa la sua
camminata da tamarro questa volta…). Tra visioni di fantasmi (scarlatti), gli
eventi porteranno tutti i personaggi sul palcoscenico ideale per questo dramma
gotico: la villa degli Sharpe, Allerdale Hall soprannominata proprio “Crimson
Peak”.
L’ultima
fatica di Guillermone nostro è palesemente divisa in due parti, nella pancia
del primo tempo possiamo trovare un po’ delle cime tempestose di Emily
Brontë. Ma il film è talmente pieno di riferimenti ad altre pellicole e romanzi
che avrò bisogno di almeno un’altra visione per provare a coglierli tutti. Ad
esempio, ho amato moltissimo il fatto che i protagonisti paragonino loro stessi
ad alcuni autori di romanzi, Edith dichiara che vorrebbe essere come Mary
Shelley (…vedova), mentre il Dott. Alan McMichael appassionato dei racconti di
Sir. Arthur Conan Doyle passerà una buona porzione del film a fare lo Sherlock
Holmes della situazione.



“Woh-Oh Charlie! Hanno messo il buffet!”.
Questo ideale
primo tempo sfoggia una bellissima fotografia rugginosa, perfino le dissolvenze
utilizzate da Guillermo del Toro sono volutamente retrò, il film piazza una
(efficacissima) scena di fantasmi subito e per vedere la seconda è necessario
aspettare circa 45 minuti, tutto questo so che verrà criticato da
qualcuno, ma a mio avviso il modo in cui del Toro trasforma questa specie di “Jane
Eyre” in “Rebecca – La prima moglie” di Alfred Hitchcock (ma con molti più
fantasmi) è fantastico.
Questo primo
tempo sembra una lunga introduzione dei personaggi, la cosa che ho amato molto
è il fatto che se nella storia assistiamo quasi esclusivamente a dialoghi tra i
protagonisti, del Toro mantiene sempre in movimento la macchina da presa, anche
di poco, ma la sensazione come spettatore è quella di stare camminando attorno
ai personaggi mentre sono intenti a parlare. L’apice di tutta questa gioia
visiva è la scena di ballo tra Edith e Sir Thomas, sono pronto a mangiarmi il
cappello se dovessi scoprire che Guillermo non è andato a rivedersi dieci volte
la scena del valzer de “Il Gattopardo” di Luchino Visconti prima di girarla.



“Tranquilla ho fatto due anni di latino americano e sono campione di Limbo”.
Il secondo
atto del film inizia con l’arrivo ad Allerdale Hall, qui la fotografia cambia,
tornano i colori un po’ come succedeva ne “Il mago di Oz”, quello originale del
’39, la nostra Edith da qui in poi, non è decisamente più nel Kansas…
Qui calo la
maschera, c’è una cosa che non ho amato di questo film, la stessa che a parer
mio ne affosserà il giudizio presso il grande pubblico, ovvero il fatto che la
trama non è del tutto imprevedibile, che di suo non sarebbe nemmeno un grosso
problema, ma proprio il fatto che tutto quello che succede a Edith una volta
raggiunta la villa, fa sembrare il personaggio la bionda svampita degli
Horror, vado a spiegare.



Benvenuti a Xanadu…. Ah no scusate volevo dire Allerdale Hall.
All’inizio il personaggio di Mia Wasabi ci viene presentata come una donna sveglia e
brillante, una capace di capire tutti di Sir. Thomas solo guardando i suoi
vestiti o le sue scarpe, arrivata ad Allerdale Hall pare una con il cranio
ripieno di argilla. Benedetta figliola, se in due momenti distinti della tua
vita, dei fantasmi vengono a farti visita nemmeno fossero gli spettri di “A
Christmas Carol” per dirti le testuali parole: “Attenta a Crimson Peak”,
vorresti per cortesia stare attenta davvero?
Non so se è
per via delle farfalle nella pancia (e nella casa) o per chissà quale altro
motivo, Edith non riesce a fare due più due nemmeno di fronte ai misteri più
semplici, non andrò nel dettaglio per non rovinare la visione a nessuno, ma se
incominci di punto in bianco a sputare sangue, qualche sospetto ti potrebbe
pure balzare alla mente, no? Ad un certo punto del film, mi sono ritrovato a
pensare che il cagnetto della protagonista fosse più sveglio della sua padrona,
d’altra parte quando ci sono i guai scappa ed uno dei misteri più grossi della
magione, viene svelato proprio rincorrendo il cane…



“Non sei svampita mia cara biondina, è che ti scrivono così”.
Secondo me è
un peccato, perché questa parte si espone a critiche, questi difetti
saranno più visibili agli occhi del pubblico rispetto ai tantissimi veri pregi
del film, ma prima di parlarne vorrei dire due cose sul cast, che in un film
così orientato ai personaggi, diventa anche più fondamentale del solito.
Mia
Walkie-Talkie ha la sfiga di essere ricordata come “Quella di Alice in
Wonderland” (Puah!), con quel suo aspetto pallido ed esile è perfetta per
prendere parte a TUTTI i film in costume, sembra sempre che da un momento
all’altro debba gettare la testa indietro, portarsi il dorso della mano alla
fronte e dire “Ah! La peste!”. A mio avviso sarebbe anche ora di ricordare Mia
Waterloo come “Quella di Maps of the stars” o ancora meglio “Quella di Crimson
Peak”, personalmente l’ho trovata perfetta e vorrei io per primo provare a
non associarla a quel filmastro pessimo dell’Ei Fu Tim Burton.



Mia Wampum alle prese con la classica posa da eroe della Hammer, appesa ad un candelabro.
Tom Hiddleston
si ritrova nuovamente nei panni di un affascinante “cunta bale”, se
improvvisamente arrivasse Hulk a tirargli un pugno dicendo “Un Dio gracile”
(Cit.) forse in pochi si sarebbero stupiti. Hiddleston è una calamita per il
pubblico, garantisce l’incasso del film con la sola presenza, affidargli un
altro ruolo così simile a quello per cui è famoso sembra una direttiva di
scuderia della major pagante, sarebbe stato rivoluzionario invertirlo di ruolo
con Charlie Hunnam, ma alla fine sono i fatti che parlano, Tom Hiddleston si
mangia lo schermo e funziona alla grande, però se passa di qui Hulk glielo
spiegate voi che non è Loki ok?
Mi ha fatto
piacere rivedere Charlie Hunnam dopo la fine di “Sons of Anarchy”, spero di
vederlo in tutti i prossimi film di Guillermone (magari insieme a Ron Perlman),
l’ho trovato molto bravo, ha la sfiga di essere un po’ troppo figo per passare
per l’amico di infanzia rifiutato o il brillante investigatore, sempre senza
rivelare nulla della trama, ad un certo punto il biondo prende e parte alla
carica, ho seriamente pensato di vederlo infilarsi il gilet di SAMCRO prima di
farlo.
Ah, a
proposito di attori feticcio di Del Toro: Burn Gorman (Torchwood, Pacific Rim,
Game of Thrones) fa capolino anche qui e sono sicuro che avete riconosciuto Doug
Jones malgrado l’ottimo make-up, quelle ditone chilometriche si riconosco da un
miglio di distanza. Di Notte. Con la nebbia.



Cinque dita di paura…
Seconda
classificata nei migliori attori di questo film, indubbiamente Jessica Chastain,
personalmente ritengo la rossa una forza della natura, sembra sempre una che
non sta recitando, che per un attore è il complimento massimo, qui tra tutto il
cast, è quella che forse ha interpretato meglio la natura drammatica della
storia, un racconto che richiede una recitazione sopra le righe (lasciatemi
l’icona aperta che ripasso…), se devo trovare un’altra prova così naturale, in
cui è palese che la stessa Chastain si sia divertita, devo citare il suo ruolo
in “La Madre” che, pensa un po’, era prodotto proprio da Guillermo del Toro. Non
scomodate l’investigatopo Charlie Hunnam, qui due indizi fanno decisamente una
prova.

Il mio
personaggio preferito del film? Non ho un singolo dubbio, vince a mani basse
Allerdale Hall e non venite a dirmi che è solo una location, qui Guillermo
del Toro dà tutto il suo meglio, questo maniero gotico ci viene mostrato come
un personaggio, sanguina per via dell’argilla sotto le sue fondamenta, comunica
i suoi attraverso la comparsa di fantasmi anche loro rosso cremisi (per altro
realizzati alla grande!), ma soprattutto parla: quando Edith arriva ad
Allerdale Hall, la casa risponde con scricchiolii che sembrano un saluto. Del
Toro sa sempre cavare il sangue da tutti i reparti tecnici, ma se pensavo che
“Pacific Rim” fosse straordinario, probabilmente le scenografie di “Crimson
Peak” sono anche migliori, vedere per credere.



Vendesi villa, ottima per i week end in famiglia, ampi saloni e riposo eterno. 
Colgo l’occasione
anche per dire la mia sulla critica che sento (troppo) spesso e che trovo senza
senso “Pacific Rim, ma ha una trama che fa ridere”, non entro nel merito di prendetene
una trama complessa in un Kaiju Movie, quello che voglio dire vale anche per “Crimson
Peak”, insieme al suo direttore della fotografia Dan Laustsen (lo stesso di “Mimic”)
del Toro fa un uso espressivo del colore, lo utilizza per compensare il non
detto della storia, nel suo film precedente Raleigh vestiva i toni del verde,
mentre Mako era caratterizzata dall’utilizzo del colore blu, provate a guardare
che colore viene fuori quando si interconnettono nel momento del Drop.
Qui Guillermo
fa la stessa cosa, sempre senza rivelare nulla della trama, sappiate
che ci sono due personaggi con un forte legame, ad inizio film sfoggiano colori
opposti (nero e rosso nello specifico), nel finale adottano
tonalità nere. Il colpo di genio del Toro lo piazza con il
personaggio di Mia Windsurf, la prima volta che la vediamo da bambina ha i
capelli rossi, mentre Allerdale Hall è costantemente ricoperta dal bianco della
neve, con il passare dei minuti pare quasi che Edith scolorisca, assumendo un
look che deve molto alla bambina di “Operazione paura” di Mario Bava, nel
finale Edith ha il vestito, la carnagione e il colore dei capelli candido come
la neve, mentre la magione sanguina il rosso dell’argilla. Un modo quasi subliminale
di suggerire l’avvenuta “Drop” tra i due personaggi.



These colors don’t run…
Ho sentito
tanti aspettarsi da “Crimson Peak” una specie di “Il labirinto del fauno
versione 2.0” a mio avviso, invece, il film più somigliante è “La spina del
diavolo” il monologo di Edith che fa da prologo al film ricorda molto il finale
di “El espinazo del diablo” potrebbe quasi essere il famigerato terzo capitolo
della trilogia.
Ma la verità
secondo me è un’altra e con questo chiudo commento e icona lasciata aperta
lassù, “Crimson Peak” per essere apprezzato in pieno va guardato
come se fosse un film muto, questo spiega la recitazione esasperata e un po’ sopra
le righe degli attori, tipica dei film muti. Un po’ come per la versione in
bianco e nero di “The Mist” che sottolineava la natura del film da Drive-In di Frank
Darabont, “Crimson Peak” andrebbe guardato senza audio, magari con un bel
grammofono sghembo in sala a far suonare una musichina vintage. Per il futuro
spero che Guillermo sforni film con sceneggiature impeccabili, perché dal punto
di vista visivo impeccabile lo è ogni volta, lasciatevi conquistare da quell’uso
espressivo del colore e da un regista capace di fare un gran bel film muto
nell’anno di grazie 2015.

Quando gli
lasceranno fare tutti i film che vuole, tipo il sequel di “Pacific Rim”, quello
su Frankenstein che ogni tanto minaccia, ma soprattutto, se potesse finalmente
mettere le sue ditone cicciotte su “Alle montagne della follia” di H.P.
Lovecraft, magari non vivremmo in un mondo migliore, ma vedremmo tutti del Cinema migliore, poco ma sicuro.
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