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Cuore selvaggio (1990): David, ho l’impressione che non siamo più nel Kansas

Il 2020 è un anno pazzo che forse sarà meglio cercare
tutti di dimenticare e negare, un po’ come fanno i protagonisti del film di
oggi con il loro passato. Però nel suo essere una cifra tonda ci permette di
volgere lo sguardo al passato in cerca di compleanni, ad esempio anche il 1990
a follia era bene messo, infatti non poteva mancare un titolo di David Lynch,
che compie trent’anni, anche se sarà per sempre un adolescente con un cuore
selvaggio.

Invoco il vostro perdono ma devo fare una doverosa
premessa, il mio rapporto di appassionato di cinema con David Lynch è stato più
strambo di alcuni dei suoi film, credo di aver visto e apprezzato quasi tutti i
suoi film, pur avendo passato decadi della mia vita senza aver mai visto mezzo
episodio di Twin Peaks. Il telefilm
(allora li chiamavamo ancora così) che ha dato una clamorosa spallata alla
serialità televisiva, e fatto guadagnare al regista con il ciuffo la sua
etichetta di “genio”, “visionario” e tutte quelle belle parole che i cinefili
colti, con la pipa e gli occhiali, amano appiccicare in fronte a Lynch.

“David qual è il segreto…”, “Lacca spray”, “… Del tuo cinema?”, “Ah pensavo parlassi del mio ciuffo”

Quando poi come vi ho raccontato, sono finalmente riuscito a vederlo per intero come meritava
“Twin Peaks”, ho capito un dettaglio fondamentale di David Lynch: è uno dei più
scemi che ci siano in circolazione. Prima di mettere mano a torce e forconi
come se fossi la creatura di Frankenstein, sappiate che lo dico come lo direi
ad un vecchio amico, l’idiozia è un valore e l’umorismo di Lynch è una chiave
di lettura importante delle sue opere. Se volete sapere il mio parere (e se mi
state leggendo probabilmente è così), tra tutti i suoi film matti, il più
selvaggio (fin dal titolo) resta “Wild at Heart”, nato da una costola proprio
di Twin Peaks.

Curiosamente “Cuore selvaggio” in Italiano ha lo stesso
titolo di un’omonima telenovela, anzi a ben guardarlo ne condivide molti degli
elementi, come già era appunto per “Twin Peaks”, nato anche con l’intento di smontare
con il cacciavite, molte delle soluzioni canoniche fino allora sul piccolo
schermo, che arrivavano proprio dalle “Soap opera”, che si chiamavano così
perché erano intervallate da pubblicità di saponi e detersivi e per questo,
puntavano tutto su storie d’amore pensate per un pubblico di casalinghe, ma sto
divagando nemmeno fossi Sailor Ripley, se per caso mi vedete indicare e dare
calci all’aria fermatemi ok?

Balla come se non ci fosse nessuno a guardarti.

Tra la prima e la seconda stagione di “Twin Peaks”, David
Lynch era in fuga, in cerca di una storia per tornare sul grande schermo,
quando gli capitò per le mani il romanzo omonimo di Barry Gifford, sapeva di
averla trovata, quindi “Wild at Heart” è stato una vacanza dal piccolo schermo,
anche se proprio dalla cittadina di Twin Peaks arrivano Sherilyn Fenn (qui
negli insanguinati panni della ragazza uscita viva dall’incidente, quasi un’altra incarnazione della sua Audrey Horne) e Sheryl Lee in un ruolo breve e
acidissimo. Lynch le ha volute entrambe colpito dal loro talento, ma se sulla
Fenn non ho nulla da cavillare, lasciatemi dire che Lynch è anche l’unico sul
pianeta ad aver visto del talento in Sheryl Lee, almeno fuori dalla coperta di
plastica di Laura Palmer.

Sherilyn Fenn sempre bellissima, anche durante una brutta giornata.

La costante per Lynch è sempre la stessa, quelli che non
lo apprezzano o non lo capiscono lo considerano una sòla, gli altri gli danno
del genio per qualunque cosa faccia, come Petrolini gli dicono bravo anche
quando tace. Lo so che sto esagerando ma è più o meno quello che è accaduto al 43º
Festival di Cannes, dove una giuria presieduta da Bernardo Bertolucci ha
consegnato la Palma d’oro come miglior film a Lynch, scatenando l’ira funesta dei
critici, tra cui Roger Ebert che non ci aveva visto proprio niente di geniale
in “Cuore selvaggio” (storia vera).

Di mio, quando si tratta di Lynch, non sono né tra quelli
che lo considerano geniale anche quando fa recitare i coniglietti, ma nemmeno
lo considero un cretino, cioè sì, ma un cretino come lo direi ad un amico di
vecchissima data, quindi se devo scegliere di guardarmi una storia d’amore tra
una bionda sexy e un Elvis-maniaco, ambientata lungo le strade d’America, piena
di personaggi assurdi e che finisce con una sparatoria, io non ho dubbi, vado a
rivedermi Una vita al massimo. Ma
bisogna essere intellettualmente onesti, David Lynch con “Cuore selvaggio” ha
battuto strade che altri dopo di lui avrebbero seguito.

Tranquilli, questi due sono andati in avanscoperta.

Se per la parte di Lula, David Lynch ha voluto la sua
musa Laura Dern (che più sexy di così, non è mai più stata), per l’eccentrico
protagonista Sailor, ha voluto il più eccentrico di tutti, uno dei miei
preferiti (e anche del mio cane che si esalta quando lo vede comparire in tv.
Storia vera, mica solo Lynch è strambo, che credete?), ovvero Nicolas Cage. Uno
che aveva già dimostrato di poter andare sopra le righe con film come “Arizona
Junior” (1987) e “Stress da vampiro” (1989), ma che con questo film è stato
lasciato libero di improvvisare sul set, che con Nicolas Cage di mezzo equivale
più o meno ad accendere l’interruttore, dopo aver dimenticato il gas aperto.

Love me tender Cage Love me sweet Nick, never let me go.

Sapete cosa dico sempre dei primi cinque minuti di un
film no? Ne determinano tutto l’andamento, quelli di “Cuore selvaggio” ti fanno
precipitare nel mezzo di una storia che pare già cominciata, come se questa
fosse la puntata numero 1432 di una telenovela. A Cape Fear (citazione cinematografica? Non sarebbe l’unica), da qualche parte lungo il confine tra la Carolina del
nord e quella del sud, Marietta la mamma di Lula (interpretata da Diane Ladd,
la vera madre di Laura Dern) cerca di far accoltellare Sailor sulle scale,
colpevole secondo lei di aver cercato di farsela, lo so che avrei dovuto
scrivere qualcosa di più delicato tipo, aver cercato di sedurla, ma il film non
va tanto il sottile quindi non formalizziamoci.

Sailor spacca il cranio al suo aggressore e vince 22 mesi
(e 18 giorni) al gabbio, ma solo dopo una scena in cui Nicolas Cage può fare
quello che gli riesce meglio, ovvero indicare con il dito, come se non ci fosse
un domani. Non so voi ma solo il mio cane si esalta più di me quando vedo il
nipote di Francis Ford Coppola indicare con la gestualità esagerata che di
solito hanno solo i personaggi dei fumetti, di cui per altro Cage è enorme
appassionato.

“Tirami il dito”

I 22 mesi e le pressioni materne non fanno cambiare idea
a Lula, decisa a passare la vita con Sailor, infatti il film comincia (e per
altro finisce anche, ora che ci penso) con lei che lo va a prendere in auto
all’uscita della prigione, portandogli la sua amata giacca di pelle di
serpente, quella che Sailor nel film ripeterà per circa un milione di volte, essere
il simbolo della sua individualità e della sua fede nella libertà personale. Se
vi interessa saperlo, l’iconica giacca arrivava dritta dalla collezione
personale di Nicolas Cage, il cui armadio deve essere una cornucopia di giacche
da Rockstar da far impallidire (cioè, far impallidire ancora di più) uno come Marilyn
Manson, che per altro ha dichiarato più volte che questo film, è la sua storia
romantica preferita (storia vera).

Innamorati pazzi, in cui pazzi è la parola chiave.

Sailor e Lula sono due vere Rockstar, inutile girarci
attorno Nicolas Cage ha cantato lui stesso i pezzi di Elvis in cui vediamo
esibirsi Sailor, tra cui “Love me tender”, la canzone simbolo del Re del Rock,
che Sailor conferma canterà solo alla sua futura moglie. Per capire (parolone!)
“Cuore selvaggio” per quello che mi riguarda, basta una scena, quella della
discoteca.

Lula e Sailor ballano come due posseduti in un locale
dove si sta esibendo un gruppo Metal, quando uno stronzetto fa l’errore di
provarci con la bionda e successivamente, di insultare la giacca di pelle di
serpente di Sailor, che ovviamente prima ferma la musica con un gesto della
mano (Cage indicando può fare tutto), e dopo aver gonfiato il tizio come una
zampogna inizia a cantare lui un pezzo di Elvis, mentre la sua esibizione è
seguita da una serie di urla di ragazzine isteriche che risultano del tutto
posticce, quasi registrate (anche perché lo sono per davvero). Lynch per una
scena così si becca del genio, se l’avesse diretta John Waters identica, non
credo che le reazioni sarebbero state le stesse, ma il risultato non cambia,
Sailor e Lula affrontano questo mondo cattivo e senza pietà, che racchiude dentro
di sè un cuore selvaggio, plasmandolo a loro piacimento, sono Tulip e Jesse Custer in fuga per le
strade d’America, prima che Garth Ennis abbia anche solo deciso i nomi dei suoi
personaggi, vivono in un mondo creato da loro come due eterni ragazzini, che
hanno come barometro Elvis e “Il mago di Oz” (1939), che infatti Lynch demiurgo
dei suoi personaggi utilizza per aggiungere quel tocco di stranezza ad una
storia, che era già bizzarra di suo.

Come nel Mago di Oz, per scappare basta battere i tacchi.

Penso che “Il mago di Oz” sia l’opera più citata
dell’immaginario occidentale, forse anche più di Guerre Stellari, Sailor e Lula non vanno semplicemente a New
Orleans, secondo loro stanno raggiungendo la città di smeraldo e ovviamente la
terribile suocera Marietta è la perfida strega dell’Ovest, che nel suo delirio
si cosparge il volto di rossetto, come Margaret Hamilton faceva con il cerone
verde per interpretare il personaggio nel film del 1939, uno dei preferiti di
Lynch, ma questo mi pare anche ovvio, visto che “Cuore selvaggio” è la sua
personalissima interpretazione. Questo spiega anche perché Lula, nei momenti
peggiori, batta ripetutamente i tacchi delle sue scarpe rosse e in effetti,
sono molti i momenti in cui Lula cerca di evadere dalla realtà.

La strega malvagia (e truccatissima) dell’Ovest.

Nella terrificante scena del suo stupro (che mi
traumatizzo tanto da farmi accettare anche Laura Dern in versione tredicenne,
con i bigodini in testa) la ragazza mente sulla dinamica, ma trattandosi di un
mondo cinematografico creato ad arte per tenere i due protagonisti in una sorta
di bolla, Lynch ci mostra come si sono svolti per davvero i fatti nel flashback.
I personaggi in questo film mentono creando le loro verità, i flashback invece
sono onesti, vale per le ragioni dell’odio di Marietta nei confronti di Sailor,
ma forse anche per le avventure erotiche del pitonato in giacca di serpente,
quando parla della tizia con i pantaloni arancioni, che per quello che sappiamo
potrebbe essere tutta una sua fantasia erotica.

Il difetto di “Wild at Heart” è forse il fatto che dura
124 minuti, ma stringi stringi, avrebbe potuto durare 40 minuti, perché David
Lynch a suo modo rende omaggio alla natura episodica del libro, accumulando
scene e situazioni che a volte non portano da nessuna parte, ma di sicuro
espandono il mondo cinematografico in cui i suoi due amanti si muovono e
ballano (dando calci all’aria come fa Nick Cage). Nel farlo un sacco di attori
mitici trovano un ruolo, come uno dei miei preferiti, un fedelissimo di Lynch
come Harry Dean Stanton, nei panni di
Johnnie Farragut (anche se io ogni volta sento “Farrabut”, storia vera), oppure
quel matto col botto di Crispin Glover, che qui interpreta il cugino Dell, il
tipico personaggio che spiega come mai questo sia ancora uno dei film con più
alto tasso di persone fuggite dalla sala prima dei titoli di coda.

“Harry Dean che piacere!”, “Cassidy non può stare senza di me”

A proposito di fedelissime di Lynch, Isabella Rossellini anticipa
Daenerys “Shakira” Targaryen per il look della sua Perdita Durango, personaggio
approfondito da Barry Gifford in uno dei suoi libri e portato al cinema nel
1997 da Álex de la Iglesia, dove il personaggio però era interpretato da Rosie
“Chi non salta bianco è” Perez.

Certo che Perdita Durango è un nome veramente figo.

Ma se parliamo di personaggi folli, signore, signori,
fate spazio, perché un paragrafo tutto suo lo merita il Bobby Peru di Willem
Dafoe. Il personaggio entra in scena dopo una fugace apparizione di prosperose
signorone nude che sembrano uscite da un film di Fellini (giusto per ribadire
che tutto attorno ai personaggi è un mondo cinematografico volutamente
posticcio), ma non passa inosservato, con quei denti storti e disgustosi e il
baffo sottile, che ricorda molto lo stile di John Waters, perché nulla mi
toglie dalla testa che il padrino del Trash (e questa secondo me è l’unica
occasione in cui si può utilizzare questa parola abusata), sia il modello di
riferimento di questo film, alla pari di Elvis e il mago di Oz.

“Cattivo come adesso non lo sono stato mai…”

Willem Dafoe ha dimostrato in carriera di saperli interpretare i cattivi anche in film pieni di Rock ‘n’ Roll, ma il suo
Bobby Peru gioca in una categoria a parte, non è solo malvagio e manipolatore,
fa proprio schifo per quanto è viscido, il suo approccio a Lula è l’equivalente
di uno stupro, non si arriva alla violenza, non quella fisica per lo meno, ma
la volontà di umiliare la ragazza è sordida allo stesso modo. Bobby Peru è il
serpente tentatore nell’Eden che Lula e Sailor si sono creati da soli, come mi
sia venuta fuori questa frase non lo so, però suona bene, quasi quasi la
lascio.

Un vero gentiluomo, uno d’altri tempi quasi (sì il medio evo!)

Il lungo chiacchierare (anche attorno al nulla), i
personaggi eccentrici e le esplosioni di violenza come nel finale, hanno fatto
scuola. Basta dire che in molti Paesi la decapitazione a colpi di fucile di
Bobby è stata censurata, ma la mattanza finale grottesca (con tanto di cane che
fugge con una mano mozzata, chiaro omaggio a La sfida del Samurai di Kurosawa) ha aperto la via a tutto il
cinema degli anni ’90, per quello che mi riguarda “Cuore selvaggio”, piazzato
proprio all’inizio del decennio, è stato il film che ha tenuto a battesimo
tutto il cinema che avremmo visto fino al 2000. Quando si parla di cinema
americano degli anni ’90 uno dei primi nomi a cui si pensa è sicuramente Quentin
Tarantino, ma a ben guardare è stato Lynch a fare del cinema “Tarantiniano”,
quello che ancora oggi tanti tentano invano di replicare, ironico visto che lui
il suo aggettivo lo aveva già, “Lynchiano”.

Citazioni per un cinofilo cinefilo.

Ecco, visto che l’ho utilizzato, il finale del film è quando
di più “Lynchiano” possa esserci, per quella che sembra una telenovela tagliata
con dose abbondanti di “Il mago di Oz”, il finale non poteva che essere ai
limiti del cattivo gusto, ma sempre filtrato da quell’ironia surreale che ti fa pensare amorevolmente:
David, sei un coglione ti voglio bene. Per lo meno davanti alla fatina Sheryl
Lee la mia reazione è questa.

Ecco qui David, sei più in acido del mago di Oz.

“Cuore Selvaggio” ha anticipato Preacher e Tarantino, lanciato per sempre nel mondo quella bomba
atomica bipede che risponde al nome di Nicolas Cage, che è il vero mattatore di
tutta la pellicola. Il battesimo del fuoco di un intero decennio per il cinema
americano, che per molti versi è stato cattivo e senza pietà (nei riguardi di
molto cinema precedente) ma racchiudeva dentro di sè un cuore selvaggio.

Quindi auguri “Wild at Heart”, non rinunciare mai alla tua
giacca di pelle di serpente.

Lo sapete che rappresenta il simbolo della sua individualità e la sua fede nella libertà personale vero?
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