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Da morire (1995): Non sei nessuno in America se non appari in tv

Quando la cricca di compari Blogger ha proposto
un’iniziativa per festeggiare il compleanno di Nicole Kidman non ho avuto
dubbi: “Da morire” non è stato l’esordio cinematografico di Nicoletta
Ragazzino, ma è il film che l’ha messa su tutte le mappe geografiche, oltre ad essere la più azzeccata associazione tra bellezza delle protagonista e titolo del film
che io ricordi.

Ma “To die for” è stato un film di svolta anche per il suo
regista, Gus Van Sant arrivava da titoli che erano rielaborazioni in chiave
“Indie” di opere di Shakespeare (“Belli e dannati” 1991), oppure era capace di
affidare a William Burroughs, la parte di un tossico in “Drugstore cowboy”
(1989), ma dopo il tormentatissimo “Cowgirl – Il nuovo sesso” (1993) forse era
meglio optare per qualcosa di più tranquillo, defaticante direi.

L’occasione arriva dal romanzo omonimo del 1992 scritto da Joyce
Maynard (che fa una comparsata nel film nei panni di uno degli avvocati)
ispirato al caso di Pamela Smart che nel libro diventa Suzanne Stone Maretto,
una pronta a tutto pur raggiungere il suo grande sogno di diventare una stella
delle televisione, un personaggio che, per altro, in uno dei suoi monologhi, s’immaginava interpretata al cinema nel film tratto dalla sua vita, da
quell’attrice sposata con Tom Cruise.

“Ciao, sono quell’attrice sposata con Tom Cruise. Stavate parlando di me?”

Per Gus Van Sant, “Da morire” è il primo film su
commissione, commerciale direbbe qualcuno, (pronunciato con tutte le “E” belle
aperte in segno di disgusto, commEEErcialEEE!), ma è innegabile che questa
storia aveva bisogno della satira al vetriolo del vecchio Gus che, di fatto,
inaugura una tradizione per la sua carriera, quella di alternare titoli più
ricercati a film commEEEErciali passando così a film di fantascienza come “Scoprendo
Forrester” (2000, dal punto di vista cestistico è pura sci-fi, anche di quella
spinta) a titoli minimalisti come “Gerry” (2002), sempre un po’ in equilibrio
tra fulgido talento e i dubbi di essere un po’ una sòla. Sì, sto pensando al
remake di “Psycho” che meriterebbe un discorso a parte se non avessimo un
compleanno da festeggiare.

La verità è che Van Sant per il film della sua svolta, ha
girato a lungo a vuoto in cerca dell’attrice giusta per la parte della
protagonista. Meg “Fidanzatina d’America” Ryan ha pisciato la sceneggiatura pensando
«ma voi siete matti!», a quel punto per il ruolo sono state vagliate tutte e
dico proprio TUTTE le attrici in circolazione, fate un nome? Sì, anche Uma
Thurman malgrado il mezzo disastro di “Cowgirl”. Ma un attimo prima di
infilarsi lui una parrucca bionda in testa a casa Van Sant squilla il telefono.

“Inchioda le gomme, schianto ad ore quattro!” (Cit.)

Era Nicoletta che, lo sanno gli Dei del cinema come, aveva
messo le mani sul numero del regista per convincerlo che Suzanne Stone
Maretto poteva essere solo lei. A me se chiama un numero sconosciuto, di
solito, è un Call Center che cerca di vendermi qualcosa che non mi serve… Certe
persone hanno tutte le fortune! Sta di fatto che dopo quaranta minuti al
telefono e una contro chiamata a Joyce Maynard (che probabilmente avrà
ricordato a Gus il passaggio del libro sopra citato) la Kidman ha avuto la
parte. Se questo non è calarsi nella parte, io non so cosa possa esserlo più di
così, cioè lo saprei anche ma, Harvey Weinstein mi stava giù sulle palle prima
che fosse figo farlo.

Alla fine “To die for” è una trama molto semplice, quasi un
classico a voler esagerare, ma è il tocco di uno che arrivava dal cinema
indipendente come Van Sant a migliorare il racconto, mentre è proprio Nicole
Kidman a regalare al film due o tre marce extra, senza di lei il vecchio Gus si
sarebbe trovato addosso i cani da guardia dell’arte, quellali per
cui il regista in quanto artista dovrebbe essere povero, ma puro. Eppure, le
chiacchiere stanno davvero a zero, perché “Da morire” è un bel film, che oggi è
ancora più attuale per certi versi, anche se i media si sono evoluti.

“Ragazza devi fare qualcosa per quei punti neri, in tv sembreranno crateri lunari”

Chi ha tratto il meglio da questo film però, è stata proprio
Nicoletta Ragazzino che è definitivamente uscita dall’ombra del nasone di
Scientology che preferirei non nominare più in questo post – ho già dato – diventando per dieci anni buoni LA diva di Hollywood, passando per un
sanguinoso non-premio-Oscar per la sua magnifica prova in “Moulin Rouge!”
(2001), corretto in corsa dall’Oscar-questa-volta-sì con “The Hours” (2002).
Ora, lo dico per essere corretto nei vostri confronti, che poi sembra che abbia
un conflitto d’interessi: io e Nicoletta abbiamo avuto una lunga storia.

…Suona equivoca la frase così? Meglio! Anni travagliati di
frequentazione assidua, quindi vi dirò una cosa che nessuno vi dirà mai. Come
Picasso, con “Da morire” è iniziata la “fase bionda” della carriera della
Kidman, questo è stato il film con cui ha rinunciato per sempre ai riccioli che
aveva in quella roba con le BMX che abbiamo visto in sette, oppure al “pel di
carota” da tirarti via il fiato dai polmoni in “Giorni di tuono” (1990) e
“Cuori ribelli” (1992), non che il rosso sia sparito per sempre (il già citato “Moulin
Rouge!” e quella roba con le streghe e la Bullock), ma i riccioli sì. Ed ora che
vi ho dato questa informazione, sovrapponetela all’andamento della carriera
della Kidman e non potrete più pensare ad altro. Adesso parliamo del film, che
sarebbe anche ora!

Le prime sperimentazioni giovani con sostanze, del futuro “Doc” Sportello.

Con i titoli di testa che scorrono le prime pagine dei
giornali (anche scandalistici) Van Sant ci presenta giù tutta la vicenda e i
personaggi, nella piccola cittadina di Little Hope, la grande speranza di Suzanne
Stone (in) Maretto, sta per diventare realtà. La morte del marito in circostanze
più che misteriose le permetterà di diventare la diva del piccolo schermo, alla
quale Suzanne si prepara ad essere da tutta una vita.


Con uno stile a metà tra la fiction e il finto documentario,
idealmente Van Sant intervista tutti i personaggi, partendo proprio da Suzanne
Stone (ormai ex) Maretto che ci racconta guardando in camera come ha
conosciuto sui marito Larry Maretto (Matt Dillon), cotto di lei fin dal primo
momento anche se i due arrivavano da due ambienti opposti. Italoamericano,
ignorante e batterista scarso a tempo perso, intelligenza limitata e cultura
uguale, condito da tutti i luoghi comuni sugli Italoamericani (sì, siete
liberi di pensare a “I Soprano” se vi va). Lei, la figlia ideale, bella bionda
tutta a modino, una che spara cattiverie al curaro, però sorridendo sempre
impeccabile, la iena più pettinata del mondo.

Chiamami Jena Suzanne Stone.

La sorella di Larry, Janice (Illeana Douglas) non l’ha mai
sopportata fin dal primo momento e sapeva che non sarebbe finita bene, com’è finita non è nemmeno difficile da intuire, perché è la storia più vecchia del
mondo. La nostra Suzanne sogna di arrivare in televisione, perché secondo lei
«Non sei nessuno in America se non appari in TV» e per farlo è pronta a tutto,
anche mandare amorevolmente il maritino in gita in barca, durante il loro
viaggio di nozze, solo per poter sgattaiolare impunita al locale convegno dei
pezzi grossi del piccolo schermo.

Niente può fermare Suzanne dal suo sogno di potere
profondamente americano, quella smania di arrivare in vetta che è più a stelle
e strisce della torta di mele e della democrazia esportata a colpi di bomba.
Poco importa se Wayne Knight (è un film degli anni ’90? Ci deve essere Wayne
Knight!) gestisce una minuscola tv locale da poco, Suzanne è una “tromba d’aria”
che scalpita per arrivare, il primo passo sarà condurre le previsioni
Meteo del tg, per altro, anticipando con tempi non sospetti, le “Meteorine” di
Emilio Fede, tanto per citare un altro che mi stava sulle palle, anche lui da prima
che facesse figo dirlo.

“Sono previste piogge di sangue e alcuni episodi di omicidio su tutta la regione”

Ma come dicevo lassù da qualche parte, proprio perché
l’associazione attrice/titolo del film è così azzeccata, Suzanne le zanne e gli
artigli li tira fuori davvero e qualcuno dev’essere sacrificato sull’altare
del suo successo, visto che è (bella) “Da morire”, i più indicati sono il
minorenne Jimmy (un Joaquin Phoenix in azzeccato stato di catatonia da ritardo
mentale e ormone galoppante) e il suo amico Russell (Casey Affleck al primo, ma
non ultimo film con Van Sant). Sedotti, non abbandonati, ma anzi convinti a fare
qualcosa per liberare Suzanne dall’ingombrante marito, avete già capito come
continua, no? Ve l’ho detto è la storia più vecchia del mondo.

La scena in cui la bionda convince Jimmy a compiere
l’omicidio è micidiale, lui le parla di film di zombie, mentre lei è una
vampira che sbatte le ciglia e lo tiene per le, per le… Vabbè, lo tiene in
pugno. Ma il bello di “Da morire” è il modo in cui Van Sant scopre le carte un
po’ alla volta, sfruttando la tecnica delle finte interviste, sia quelle ai
protagonisti che quelle registrate dalla stessa Suzanne, per raccontarci la
storia di una lucidissima follia, preparata per anni, fatta
di piccoli dettagli, tutti ammonticchiati e da utilizzare al momento giusto.

“Indosso il velo della Shriver quando ha sposato Arnold caro”, “Ma quello che diceva sempre: che cavolo stai dicendo Willis?”

Suzanne ha costruito il suo personaggi in maniera maniacale,
il velo da sposa ispirato a quello di Maria (non De Filippi, Maria Shriver) e
il cagnetto di nome Walter, come Cronkite, nemmeno un cane a caso, un Volpino
«Una palla di pelo vomitata dall’inferno» come viene descritto del film, che
poi dicono che i cani e i loro padroni non si somigliano.

Occhio che morde. No, non parlo del cane. 

La morte del marito e il successivo arrivo dei giornalisti,
è il “ballo del debutto” che Suzanne ha sempre aspettato, infatti affronta le
telecamere della sua rinascita con il cagnetto in braccio e il tailleur addosso nemmeno
fosse la “First Lady”, sulle note di “The star-spangled banner” proprio perché
rappresenta la caricatura del sogno americano, solo impeccabile e fotogenica,
beh… Da morire.

La terra dei liberi e la patria dei telegenici.

Trovo ironico da morire che una così fissata con le
telecamera, dimentichi nel suo piano perfetto un altro tipo di telecamera
(quelle di sorveglianza), in una vicenda grottesca per quanto potrebbe essere
reale e, infatti, è ispirata ad un fatto di cronaca prima che ad un libro.
Nicole Kidman è semplicemente perfetta, senza girarci troppo attorno, perché ha un aspetto puro e innocente come una statuina di porcellana, per
citare le parole del marito, quando è chiaramente uno schiacciasassi
anaffettivo, una spranga d’acciaio che sarà pure avvolta in perfetti vestitini
color confetto, ma se ti arriva sui denti fa la gioia del tuo dentista lo
stesso.

In dieci e passa anni di dominio artistico totale, Nicoletta
Ragazzino ha dimostrato che il suo scalpitare era prova di vero talento, ma
“Da morire” è ancora un così riuscito caso di arte che imita la vita, da farti
quasi pensare: «Hey, ma sta recitando davvero?».

“Shhhh! Non dirlo a nessuno, altrimenti mi toccherà eliminare anche te”

Ma devo essere completamente onesto con voi, perché se
l’Australiana è un motivo di interesse notevole per questo film, l’altra
ragione per cui l’ho scelto per questa iniziativa di compleanno è anche per via
di un Canadese, il mio secondo preferito,
un attimo che ci arrivo.

“Da morire” è ancora incredibilmente attuale nel suo
fotografare l’ossessione per l’apparire, per diventare famosi a tutti i costi,
nel 1995 la televisione era il massimo viatico per la celebrità per tutti, oggi
i punti di vista, invece, proliferano grazie ad Internet. Se la prova di
Nicole Kidman in questo film è diventata da esempio per molte altre attrici (Per
loro ammissione, Reese Witherspoon in “Election”, Charlize Theron in
“Young Adult” e Rosamund Pike in “Gone girl”) il suo
personaggio è un influencer ante litteram, sarebbe bellissimo che qualcuno
raccogliesse il testimone di Van Sant e ci raccontasse un “Da morire 2.0” ai tempi della celebrità a colpi di click.

“Dove mi porti David? Andiamo a fare uno dei tuoi film?”, “Si certo, tu lo hai visto Eastern Promises?”

Sapete quando è stata l’ultima volta qui sopra che ho
invocato un film aggiornato ai nostri strambi tempi moderni? Quando ho scritto di Videodrome di David Cronenberg e,
infatti, nel finale spunta anche il mio secondo canadese preferito, in un
piccolo ruolo (ottenuto per amicizia con il regista e perché il film è stato
in parte girato poco fuori Toronto. Storia vera) quello di un… Ehm, ufficialmente
pezzo grosso di Hollywood, in realtà altro, non vi dico cosa per non rovinare
il finale a chi non avesse mai visto il film. Ma trovo incredibilmente satirico
che quella scena sia stata affidata da Van Sant all’uomo che prima di tutti ci
ha mostrato l’ossessivo rapporto quasi fisico che si può instaurare con la
televisione.

Se proprio dobbiamo dirla tutta, di davvero satirica c’è anche la pattinata sul ghiaccio finale sulle note della celebre “Season of the witch”
dei Donovan, un finale talmente iconico che persino Lisa Simpson si è esibita
nella stessa pattinata in un celebre episodio dei Simpson, quando arrivi ad
essere omaggiato dalla serie creata da Matt Groening, vuol dire che sei davvero
qualcuno. Suzanne ne sarebbe stata molto fiera.

Per completare la giornata di festa, vi ricordo il resto del
Blogtour dedicato a Nicole Kidman:

Bollalmanacco – La donna perfetta
Pensieri Cannibali – Destroyer
Non c’è paragone – Il sacrificio del cervo sacro
La fabbrica dei sogni – Il matrimonio di mia sorella
Director’s Cut – Moulin Rouge
La stanza di Gordie – The Others
Una mela al gusto pesce – Amori e incantesimi
Stories. – Big Little Lies – stagione 1

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