
1987, Robert Rodriguez non è nemmeno ventenne ma essendo un tipo con la testa sul collo è già un fan di Carpenter, insomma, uno di noi. Insieme al fratello poco più grande, divorano tutti i film giusti uno via l’altro, quel giorno sono andati a vedere l’ultimo di Arnold Schwarzenegger intitolato Predator, quando a metà del secondo atto, questo ganzissimo film di guerra cambia genere, qualcosa nella testa del giovane Rodriguez deve essere scattato, tanto che questa storia il regista l’ha ritirata fuori quando ha prodotto il suo Predator.
1996. Quentin Tarantino è tipo Dio sceso in terra, l’onda lunga dell’enorme successo di Pulp Fiction gli permette di fare tutto, anche un film tra amici in un albergo a capodanno, che vede coinvolto proprio Robert Rodriguez. Quindi pensa bene di ripescare una vecchia sceneggiatura scritta ai tempi del liceo e ispirata a tutti i titoli giusti, due delinquenti si devono dirigere alla frontiera messicana per sfuggire alla polizia dopo aver compiuto una rapina, un soggetto ispirato a “Getaway!”, non tanto la versione di Peckinpah, quando proprio il romanzo originale che aveva – pensate un po’ – una seconda parte che cambiava totalmente genere e tono.

Tarantino voleva qualcosa ispirato agli zombi di Romero ma anche a Dèmoni, tanto che Michele Soavi per un po’ è stato nel mirino come potenziale regista di questo soggetto, ma io alle storie di Tarantino credo sempre il giusto. Con molto Carpenter nella pancia, per stessa ammissione del regista di Knoxville, per la trama applicò la lezione del Maestro e lo schema di Distretto 13, un assedio in un locale questa volta, ma se posso aggiungere, anche un tocco di 1997 Fuga da New York, visto che ad un certo punto al pubblico (e al resto dei protagonisti) viene chiesto di aggrapparsi ad un cattivo cattivissimo, che improvvisamente, diventa l’eroe controvoglia in una situazione dove sono tutti più pazzi e malvagi di lui, quindi chi meglio di un carpenteriano di ferro come Rodriguez per dirigere una storia, perfezionata insieme a Robert Kurtzman e con Tarantino che si rilassa e gioca a fare l’attore, nei panni di Richard Gecko, uno dei due fratelli in fuga verso il messico.

Per me “Dal tramonto all’alba” si riassume tutto con una storiella: un mio vecchio compagno di squadra dei tempi in cui giocavo a basket, conoscendo la mia passione per Tarantino se ne arriva da me esaltato dalla visione di questo film che ha iniziato, “From Dusk till Dawn” cioè fighissimo! Tarantino e Clooney che sparano alla gente, esplodono i distributori di benzina, rapiscono la famiglia di Harvey Keitel cioè, bomba zio! Troppo gasato, devo correre a casa a vedere come finisce perché ho dovuto interromperlo a metà. Quando l’ho rivisto due giorni dopo, aveva l’umore sotto le suole delle scarpe (da basket) ed era tutto tipo: minchia che merda, quando spuntano i vampiri avrei voluto mandare tutti a cagare (storia vera).

Va detto che il mio compagno di squadra era totalmente refrattario ai film dell’orrore, il vostro amichevole Cassidy di quartiere invece, come ben sapete, proprio no, quindi mi sono sempre goduto ogni visione di questo film nel corso degli anni, per molti è stato quello che per Rodriguez ha rappresentato il film di McTiernan, uno dei primi incontro con quella tipologia di titoli che iniziano con un genere e terminano con un altro, tutto differente. Per lascito, livello di caciara e sì non mi nascondo dietro ad un dito, Salma Hayek, io dubbi non ne ho… Classido!

Concentriamoci sulla prima parte, il cast qui è tutta farina del sacco di Tarantino, il prete che ha perso la fede dopo aver perso la moglie, che fa valere la sua nuova patente C per portare i figli in gita, è impersonato da un pretoriano del regista come Harvey Keitel, a mani basse il miglior attore del film. Accanto a lui una giovanissima Juliette Lewis che in quel periodo era in rampa di lancio, affiancata da tale Ernest Liu, il cui unico motivo di essere consiste nel riempire la maglietta/citazione carpenteriana che indossa, perché riesce nell’impresa di essere un tale tubero, da distrarre dalle lacune da attore di Tarantino, che nei panni di Richard Gecko però è a suo agio: parla troppo, fa uscite da matto che ti fanno venire voglia di prenderlo a schiaffi (come quando scrive robe tipo “Cinema speculation”) e trova il modo per farsi pagare mentre Salma Hayek gli infila un piede in bocca, assecondando così le sue fantasie da feticista, insomma bravo lui.

Non vi sfugga poi qualcosa che a tutti, sarebbe diventato chiaro solo nel 2003, ovvero che l’universo espanso di personaggi tarantiniani qui era già in azione, visto che Michael Parks interpreta per la prima volta lo sceriffo che avremmo poi rivisto in Kill Bill anzi, a dirla tutta, forse l’intera operazione sta tutta qui. “Dal tramonto all’alba” è il più giocoso, gloriosamente caciarone e orgogliosamente “di genere” tra tutti i film di Tarantino e allo stesso tempo, è il più tarantiniano tra quelli di Robert Rodriguez. Quando ogni tanto qualcuno, a voce bassa ma eroicamente, prova a dire che Tarantino avrebbe fatto bene ad affidare la regia del primo volume dei massacri della sposa all’amico Rodriguez, mentre mi riguardo questo film, faccio fatica a non credere io stesso a questa tesi, anche se va bene così, perché in questa atmosfera Tex-Mex, Rodriguez se la comanda.
Il punto di equilibrio tra la porzione di storia dominata da Tarantino e quella in cui è Rodriguez a fare la sua cosa, è rappresentata dal pretoriano del regista con cappello da cowboy, Cheech Marin qui interpreta più ruoli di Peter Sellers per Kubrick: guardia di frontiera, il famigerato Carlos e il buttadentro del Titty Twister, raramente credo che al cinema qualcuno abbia pronunciato la parola “passera” più volte di Marin in quella sequenza.

Va detto che anche le facce che vediamo nella seconda parte, sono rappresentati di tutto quel cinema di genere che piace a questa Bara, a Tarantino e a Rodriguez: in una breve apparizione alla tv vediamo l’agente dell’FBI John Saxon, il barista e buttafuori del Titty Twister è la prova che anche Danny Trejo è stato giovane ma i due più rappresentativi, restano il veterano Fred Williamson, che con la sua presenza si porta dietro tutta la blaxploitation e i primi bastardi senza gloria, quello di “Quel maledetto treno blindato” (1978) di Enzo G. Castellari, il film che secondo i tarantiniani che ripetono a pappagallo quello che dice il loro eroe, è un capolavoro, ma beccami gallina se per caso un film di Williamson che non sia questo, dove è alle prese con i vampiri, lo hanno mai visto davvero.
Il mio preferito ovviamente resta il personaggio di Tom Savini, padrino del Gore e degli effetti speciali pratici, che benedice con la sola presenza tutta l’operazione, riprendendo idealmente il ruolo del suo motociclista di Dawn of the dead, qui battezzato Sex Machine per via dell’arma del cazzo che usa. Letteralmente.

I veri Re senza corona di “From Dusk till Dawn” per me restano la Kurtzman Nicotero & Berger EFX Group Inc. che qui fa gli straordinari, Nicotero per altro compare anche in una breve apparizione (è quello che scopre come mai Sex Machine si chiama così) ma letteralmente in questo film hanno creato di tutto, oltre ai volti dei vampiri, un po’ alla Buffy ma più ripugnanti, hanno trasformato i Tito & Tarantula in una banda uscita dall’inferno prima dei Lordi, che suona chitarre fatte con cadaveri, tra scioglimenti, impalettamenti con ogni genere di oggetto di legno (dalle gambe dei tavoli ad una matita), “Dal tramonto all’alba” è un’orgia di trucchi e trovate vecchia maniera una migliore dell’altra, ma se Nicotero e soci sono i Re senza corona, chi sia la regina, lo sapete tutti ed è anche l’unico motivo per cui state qui a leggere questo post, o a guardare le figure, tipo quelle che vedrete qui sotto.

Con una scelta forse un po’ didascalica, Rodriguez faceva entrare in scena Salma Hayek in Desperado con un incidente alla guida provocato dal suo passeggiare per strada, ecco, qui ha fatto anche di più. Non lo farò mai, ma se mai dovessi stilare quella famosa classifica delle più belle donne mai viste sul grande schermo, Salma ci sarebbe perché qui è davvero in grado di resuscitare i morti, in poche hanno mai compresso così tanto “sesso a pile” in un metro e cinquanta di donna, Santanico Pandemonium con il suo ballo tutto improvvisato (hanno ficcato il pitone in braccio a Salma Hayek, la rimescolata di ormoni che segue è tutta farina del suo sacco, storia vera) avrebbe convinto qualunque maschietto e non solo ad una vita da schiavo («No grazie, ho già avuto una moglie.»)

Vogliamo parlare di cosa è cambiato negli ultimi trent’anni dall’uscita del film, il 19 gennaio 1996 nei cinema americani? Verrebbe da dire quasi tutto, ma più che altro mi concentrerei su George Clooney: rivedere “From Dusk till Dawn” oggi, vuol dire assistere alla prima e probabilmente unica sortita di Mr. Caffeina nel cinema di genere, se escludiamo l’esordio con i pomodori assassini, oggi è un grande nome in un film pieno di facce note, nel 1996 era solo il Dottor Ross di una celebre serie televisiva ambientata a Chicago, che provava a fare il salto.

Ad oggi Clooney resta uno dei pochissimi ad avercela fatta davvero, nato attore del piccolo schermo diventato per davvero un divo del cinema, ma sempre nel 1996 il pubblico doveva accettare che uno con i trascorsi e la faccia da buono, futuro tontolone per i Coen, doveva essere lo Jena Plissken della situazione, il criminale senza cuore, tutto frasi cazzute e nervi scoperti, che ad un certo punto diventa l’unica speranza per uscire da una situazione infernale, in tutti i sensi.
Per questo è stato necessario mettergli un tatuaggione finto su collo e braccio, anche se i dialoghi che si trova a recitare aiutano parecchio, ad esempio io quello sui sei velocissimi figli della signora quaranta quattro continuo a trovarlo coattamente fighissimo, un po’ come tutto questo film.

“From Dusk till Dawn” sarà anche il giocattolone di due registi famosi, che si divertono ad omaggiare il cinema di genere che amano, ma lo fa così bene che ogni volta mi conquista, certo Salma Hayek aiuta molto, ma l’operazione è onestissima, condita da una colonna sonora che spacca, dal 1996 i Tito & Tarantula sono entrati in tutte le mie playlist di ascolto, la loro Angry Cockroaches e la sensuale After Dark spaccano, gli ZZ Top con She’s just killing me ci stanno come una birra fresca d’estate e a fare la parte del leone ci pensano i The Blasters, la loro Dark Knight, in apertura, è il perfetto tema musicale di questo pazzo film, un po’ Pulp, molto Horror, tutto Tex-Mex ma al sangue, molto al sangue.
Il film ha generato due seguiti da cassetta e una serie tv, sono sicuro di aver visto tutto, mordimi vampira (possibilmente Salma) se mi ricordo qualcosa, non so se ho voglia di un ripasso, sono sicuro che da trent’anni, io non mi sono ancora stufato una sola singola volta di rivedermi “Dal tramonto all’alba”, un film che è un treno lanciato in faccia allo spettatore e che poi, con un controcampo finale sul Titty Twister, spiega tutto senza aver bisogno di dire nulla, avercene di giocattoloni così!


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