
Devo ringraziare la Midnight Factory per avermi invitato all’anteprima milanese di uno degli horror estivi più attesi, incredibile ma vero sono anche riuscito a partecipare, quindi eccomi qua, un po’ in ritardo sull’anteprima ma in anticipo sull’uscita in sala – programmata per il 20 agosto – a parlarvi dell’ultima fatica di Sean Byrne.
Quanti film di squali escono l’anno? Mi rispondo io, gazzilioni. Nell’anno in cui quello che ha smosso le acque per primo compie cinquant’anni, qualche titolo in cui la percezione di questi animali cambia fa capolino, visto che proprio Spielberg si era morso le nocche, proprio perché la rappresentazione puramente e volutamente cinematografica del suo Bruce, aveva generato falsi miti intorno a questi animali.

Non è vero che ti attaccano appena metti il piedino in acqua, per farti mangiare da uno di loro devi far un enorme casino in mare, e spesso se ti “assaggiano” e solo perché sono molto curiosi (in quanto intelligenti) e non hanno le manine per farti Bro-Fist, quindi usano le loro tenere boccucce. Ma se quello che vuoi è essere divorato, devi nuotare in mezzo a cumuli di frattaglie e non è detto che basti nemmeno quello, insomma la frase di lancio del film, che ho voluto usare (tradotta bene) nel titolo del post è biologicamente corretta.
Anche perché “Dangerous Animals”, con la sua trama minimale scritta da Nick Lepard parla d’altro, nella fattispecie della bellissima surfista americana Zephyr che finisce a vedersela con un assassino in fissa con gli squali. Fine della trama. Ad interpretarla è Hassie Harrison, che sembra quasi un caso di ringiovanimento di Jennifer Lawrence, se mi è concesso un parere extra cinematografico, una meraviglia da guardare e da veder recitare (qui torno subito in campo cinema) visto che si carica questo, ufficialmente “Survival Horror”, di fatto quasi uno Slasher, solo che l’arma dell’assassino sono i pescecani.

Il prologo, sempre fondamentale per un Horror lo mette in chiaro, Bruce, nome non scelto a caso che mi fa pensare anche a questo e credo che ci abbia pensato anche lo sceneggiatore, è fatto a forma di una versione sempre più grossa e spessa di Jai Courtney, uno che porta i turisti in barca con la scusa di far fare loro il bagno con li squali, gli fa calare le difese cantando in coro “Baby shark” e poi si libera dei maschietti velocemente, per puntare alle ragazze e dare il via ai titoli di testa del film, pieni di cover fighettine di pezzi punk, che poi è quello che potremmo dire anche su “Dangerous Animals”.

Bruce, che ribadisco, si chiama come il protagonista del film di Spielberg non a caso, rapisce ragazze, si sente più forte per diritto di nascita, ti riprende con la telecamera quando ti ha aizzato contro gli squali per poi gustarsi il video mille volte in tv come le vostre nipotine fanno con “Frozen”, sullo sfondo di un’Australia bellissima, selvaggia, tutta ripresa in pieno giorno con colori brillanti perché alla fine Sean Byrne ha diretto Wolf Creek con gli squali.

Siamo sicuramente al cospetto del film più “per tutti” del regista, che firma una regia ogni dieci anni ma ogni volta fa un bel lavoro, questa volta forse alza un po’ il piede dal pedale di sangue, budella e frattaglie, ma ci regala un altro film dove i personaggi sono al centro della trama. Ma esattamente come in “Wolf Creek”, la natura selvaggia australiana ha un ruolo chiave in questo film, anche quando l’azione (o meglio, la cattività) si sposta in interni, perché a tenere banco è la folle filosofia dell’assassino, tutta basata sulla sua interpretazione della catena alimentare.
Si potrebbero fare paragoni con meme resi tristemente alla moda dalla cronaca, ma è chiaro che Zephyr sia molto più al sicuro con gli squali piuttosto che con un maschietto predatore, che fisicamente è il triplo della surfista che ricalca le dinamiche ben note dello Slasher, in cui tra il grosso assassino armato e la “Final girl”, questa sembra sempre quella in svantaggio. Ecco, sembra.

La più grossa particolarità di “Dangerous Animals” però resta proprio la rappresentazione degli squali, che interagiscono con gli umani del film come questi animali fanno nella realtà, in una scena piuttosto rappresentativa degli intenti di Sean Byrne, una ragazza, calata nella gabbia a nuotare tra di loro, passa dal panico alla gioia se non proprio al fascino, di questi animali che, come le ragazze nel film, sono vittime sfruttati per i bisogno e il folle piacere personale di un pazzo, quindi onore a Sean Byrne per avere, non solo aggiunto una notevole tacca alla cintura dei film che vogliono ridare giustizia agli squali, ma per averci ricordato una verità assoluta, la bestia più violenta in circolazione, resterà sempre l’uomo.

Va detto anche che per la famosa “Rule of cool” (se fa figo fa cinema) almeno uno squalone grosso grosso ci voleva, ma è una funzione narrativa del tutto accettabile nello sviluppo di questo “Shark Creek”, che sa ridare giustizia agli squali e a rimettere la selvaggia bellezza dell’Australia al centro della storia, basta non aspettarsi altro, perché altro non avrete. Nelle sale di uno strambo Paese a forma di scarpa uscirà il 20 agosto, nel mezzo del mese-calderone dove vengono scaricate tutte le uscite Horror, ora si spera di non dover aspettare altri dieci anni per il prossimo film diretto da Sean Byrne.


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