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Daredevil – Stagione 3: Diavoli senza paura

Parliamoci chiaro: l’alleanza tra la Marvel Comics e il
canale streaming Netflix non è mai stata più a terra, sanguinante e piena di
lividi di ora. Proprio nel momento in cui l’attenzione generale verso le serie
dei supereroi urbani Marvel sono al loro minimo storico d’interesse, arriva
la terza stagione di Daredevil che ci parla di rinascita (in tutti i sensi). D’altra
parte il diavolo di Hell’s Kitchen ha ampiamente dimostrato di essere quello
più caparbio nel rialzarsi sempre in piedi, anche dopo aver ricevuto una manica
di botte.


Con la seconda inguardabile stagione di Jessica Jones e il recente annuncio della
cancellazione prima di Iron Fist e
poi di Luke Cage (dopo le rispettive
stagioni numero due, non è nemmeno impossibile capire il perché) è chiaro che i
tempi della prima gloriosa serie dedicata a Devil sono piuttosto lontani e
quella qualità non è mai più stata raggiunta. Se avessi un dollaro da puntare,
direi che Danny Rand e l’eroe di Harlem torneranno magari in una serie
congiunta (dal titolo, perché no, “Heroes for hire”?), ma al momento le certezze
per tutte le serie stanno abbastanza a zero, se non che in questo clima di
disinteresse misto a disprezzo, Netflix punta tutto sul Diavolo Rosso.

A distanza di due anni, posso dire che la seconda stagione di Daredevil (ogni
tanto mi scapperà di chiamarlo ancora Devil, scusate sono un vecchio lettore
del personaggio) aveva la smania di tenere i piedi in troppe scarpe, bisognava
introdurre la serie solita di Punisher
(che spesso rubava la scena), inserire nella storia Elektra, ma anche preparare
il campo per Defenders, davvero
troppa roba. Quindi, i ragazzi di Netflix hanno pensato che, forse, un’altra
orgia di Ninja non era il caso e, complice il finale proprio della serie corale
sui “Difensori” (stesso discorso di sopra per il nome Devil), l’occasione era
quella giusta per tornare alle atmosfere (e al costume nero minimale, fatto in
casa) della prima stagione e portare in scena “Rinascita” di Frank Miller e
David Mazzucchelli. E qui, mi spiace per voi, ma ora (volenti o nolenti) vi
beccate il paragrafo dedicato a questo capolavoro a fumetti, non ditemi che non
vi avevo avvisati.

“Quando attacca a scrivere di fumetti, sono felice che la Bara Volante non esista anche in Braille”.

Frank Miller non ha creato (Dare)Devil, ma è l’autore che ha più contribuito a dare spessore ad un personaggio fino a quel
momento, quasi di seconda fascia nell’universo Marvel, “Rinascita” è la singola
storia in cui i paradossi di un avvocato (non vedente) che di notte si veste da
Diavolo per distribuire la giustizia, vengono fuori in tutta la loro forza,
cosa ci può essere di più paradossale, se non renderlo anche un fervente
Cattolico e per di più figlio di una suora? Solo Frank Miller, quando aveva
ancora la testa sulle spalle, poteva lavorare di fino su questi paradossi.

A questo aggiungete il tradimento della sua amata Karen
Page, fino a quel momento personaggio in stile “fidanzatina d’America” che Miller
trascina nel fango nel giro di un paio di pagine e che diventa l’arma segreta
di Wilson Fisk, il Kingpin di New York, per colpire al cuore il suo nemico
vestito da diavolo ed ecco qua: il capolavoro è servito. Gli straordinari
disegni di Mazzucchelli facevano il resto.
La nuova stagione della serie Netflix mette da parte i suoi
colleghi Defenders che qui, in maniera abbastanza inspiegabile, lo danno per
morto e non lo cercano nemmeno e parte dalla caduta ed apparente morte di Matt
Murdock che ripescato dal fiume finisce a fare la conoscenza di Suor Maggie
(un’azzeccata Joanne Whalley qui tosta il giusto, in questo senso, anni di
matrimonio con quel piantagrane di Val Kilmer sono tornati utili), se avete
letto “Rinascita”, sapete già come va a finire.

“Vi prego, firmo per una quarta stagione, ma basta Val Kilmer!”.

Matt è un uomo spezzato nel corpo, ma soprattutto nel morale,
Karen Page (Deborah Ann Woll) non si dà pace per la sua scomparsa, mentre l’amico
Foggy Nelson (Elden Henson) sembra semplicemente rassegnato, dal canto suo Matt
è in crisi con sé stesso, con l’Onnipotente, con l’universo e tutto quanto. La
sua volontà è quella di rinunciare ad essere per sempre Matt Murdock, per
essere Daredevil a tempo pieno, in modo da potersi dedicare anima e
(massacrato) corpo a portare giustizia dov’è necessaria, quasi un tentativo
di volersi sostituire a Dio nel distribuire giudizi che sa tanto di religiosa
ribellione, se lo fai facendoti chiamare Diavolo.

A questo aggiungiamo il ritorno sulle scene di Wilson Fisk
(un Vincent D’Onofrio anche questa volta fenomenale), il suo accordo di
collaborazione con l’FBI è solo la prima mossa di una partita a scacchi a
distanza contro Daredevil che lo porterà inizialmente a diventare l’ospite
controllato ventiquattro ore su ventiquattro anche dalle telecamere, dell’attico
della Trump Tower di un lussuoso albergo, gabbia dorata in cui Kingpin
pare sotto controllo, ma a stretto contatto con l’integerrimo agente dell’EFFE
BI AI Rahul “Ray” Nadeem (Jay Ali) e il non proprio il bolla Benjamin
“Dex” Poindexter (Wilson Bethel). Evidentemente all’FBI, assumono
solo se hai un diminutivo come secondo nome.

Orange is the new black Kingpin.

Partiamo dai difetti, due essenzialmente: il primo ENORME,
il secondo consistente, ma comprensibile. Numero uno: Un ritmo che proprio non
va. Il formato a dieci puntate si è rivelato esagerato per serie dalla storia striminzita
come Iron Fist 2 e Luke Cage 2, per questo Netflix opta per
i tredici episodi da 50 minuti l’uno che, comunque, sono sempre troppi anche per
questa stagione di Daredevil. Certo, le cose da raccontare non sono poche, ci
sono Suor Maggie, Nadeem e Bullseye Dex da caratterizzare, ma
il tempo a disposizione per gli sceneggiatori, in certi passaggi, è comunque
troppo e spesso viene riempito con dialoghi davvero troppo lunghi. Se non
altro, a differenza di tutte le altre serie Marvel/Netflix, “Daredevil 3” non
ha il solito calo dopo il quinto episodio, la fase di bassa marea si
consuma tutta prima dell’episodio 3×04 (lasciatemi l’icona aperta che più
avanti ci torno), poi la stagione migliora, sia per eventi che per ritmo, anche
se i flashback restano davvero troppo lunghi e questo mi porta dritto al
secondo difetto della serie: la poco aderenza con il materiale originale a
fumetti.

Se vi aspettate un adattamento perfetto di “Rinascita”, in
cui per perfetto intendo “con la stessa potenza drammatica e le stesse svolte
adulte” beh, scordatevelo! Sarebbe anche ridicolo sperarci, secondo me, il visto
censura televisivo non farebbe mai passare metà delle trovate pensate da Frank
Miller ed ecco perché il tradimento di Karen Page c’è, ma a confronto con il
fumetto è all’acqua di rose, per di più, ci viene giustificato con un episodio
intero (il 3×10 intitolato appunto “Karen”) in cui ci viene mostrata la rava e
la fava, quando sarebbe bastato (qui sì!) un dialogo di cinque minuti, magari
sfruttando l’intensità di Deborah Ann Woll che qui, davvero, le prova tutte per
tenere su dei passaggi da latte alle ginocchia. E sono già stato gentile.

Deborah promossa, lei è una sicurezza!

Posso aggiungere un altro dettaglio su questo (fin troppo)
lungo episodio? Per me tutti i problemi della tormentata gioventù di Karen
Page si possono riassumere in un solo modo: il papà del personaggio è Tobias Beecher di OZ! Sempre bello
rivedere il mitico Lee Tergesen, anche in una particina di pochi minuti, però per
me bastava la sua presenza a spiegare tutti i tormenti della figliola!

L’altro grande, enorme tradimento (e qui m’immagino
centinaia di Marvel Fan che disdicono l’abbonamento e Netflix colpevole di aver
alterato la sacra continuity Marvel) è tutto legato al personaggio di Dex,
anche lui ci viene illustrato per filo e per segno, con un altro lungo episodio
dedicato (3×05 “The perfect game”, il cui titolo ispirato al Baseball
parla chiaro) al personaggio e per di più tutto in bianco e nero, un tentativo
artistico di ricordare i colori del costume fumettistico del personaggio che
qui non viene mai usato, se non il caratteristico logo con il bersaglio che fa
bella mostra di sé sul berretto da Baseball del giovane, ma già parecchio squilibrato,
Dex.

Citazione fumettistica beccata, chiamatemi Bullseye!

Perché è un tradimento? Perché Bullseye nel fumetto è un
personaggio di nome Lester, forse, perché potrebbe essere una balla inventata
da un pazzo lucidissimo, sadico e felice di uccidere, insomma un personaggio
completamente diverso da Dex che qui un po’ è buono, ma sfortunato, un po’ è un
viscido bastardo, poi, però… Poi è di nuovo buono e vittima del sistema, per poi
finire come uno stronzo pedina, ma di fatto, semplice braccio armato. Insomma:
esattamente come per Typhoid Mary in Iron Fist 2, la controparte sul piccolo schermo è una versione sbiadita (e non
per via dell’episodio in bianco e nero) del personaggio che abbiamo imparato ad
odiare nei fumetti.

Detto questo, per quanto mi riguarda, i difetti di “Daredevil
3” sono belli che finiti, ok lo sono, non sono certo roba da poco, ma quello
che rimane è davvero, ottimo, digerite le lungaggini e assimilato il fatto che “Rinascita”
di Miller e Mazzucchelli è giusto il canovaccio alla base della storia (ma a
dirla tutti, ci sono passaggi pescati anche dalle storie di Brian Michael Bendis
e dal seguito firmato da Ed Brubaker), dovete solo mettervi comodi e godervi i
lati positivi che ci sono e sono anche ottimi.

“Karen sei in pericolo devi lasciare la cit…”, “Guarda che io sono da questa parte”.

Matt Murdock è un personaggio tormentato, una specie di
Giobbe cieco e pieno di lividi in lotta con se stesso e il suo Dio, ma anche
con i suoi fantasmi che gli parlano e lo seguono, il trucco di vedere Charlie
Cox dialogare (solo nella sua mente) con il defunto padre, il pugile “Battlin”
Jack Murdock e con la sua nemesi numero uno, ovvero Wilson Fisk (qui con il
completo bianco che sfoggia sempre nei fumetti) funziona molto bene. Fisk e
Devil sono due facce della stessa medaglia, o per lo meno è quello che la
coscienza di Matt vorrebbe suggerire, un concetto che il nostro si ritroverà a
combattere, nel lungo percorso in tredici comodi episodi del personaggio.

Quando hai il soldato palla di lardo come grillo parlante nella testa, essere cieco è l’ultimo dei tuoi problemi.

L’altro arco narrativo piuttosto riuscito è quello dell’agente
Nadeem, all’inizio odiosissimo nel suo essere il primo della classe, campione
di un’etica morale che dura giusto il tempo di finire sul libro paga di Fisk
e di conseguenza marionetta nelle sue mani, un personaggio secondario senza
nessuna controparte fumettistica che dimostra che le serie Netflix, quando s’impegnano, possono anche sfornare personaggi e trame funzionali.

Al resto ci pensa un cast che è davvero ottimo, Charlie Cox
è perfettamente a suo agio nei panni di un personaggio che ormai conosce molto
bene, ma il migliore resta quel mostro di Vincent D’Onofrio, a partire dal suo
vocione che ogni tanto pare stonare, tratteggia ancora alla grande un
personaggio minaccioso, ma grottesco, goffo, ma pericolosissimo, che sembra
pazzo, ma poi fa quasi pena quando spiega il suo punto di vista mentre il
pubblico gli fischia contro e in tanti momenti, se questo paradosso (esattamente
come Daredevil) vestito di bianco funziona così bene, è proprio perché D’Onofrio
fa un lavoro straordinario nel renderlo credibile, malgrado il personaggio
abbia dei tratti che spesso anche nel fumetto, risultano ben poco realistici, a
partire dalla sua fisicità esagerata (Bill Sienkiewicz lo aveva capito bene).


“Così risparmio tempo quando devo scegliere cosa mettermi”.

A proposito di elementi fantastici resi molto credibili
dalla serie, Matt che torna al suo costume nero (ammettiamolo, il migliore mai
sfoggiato in tre stagioni) non è solo un modo per riflettere la volontà del
personaggio di mantenere un profilo basso e della serie di tornare alle origini,
ma è anche il modo migliore per far funzionare al meglio un personaggio, nell’ambientazione
urbana tipica delle serie Marvel/Netflix. Anzi, il costume corazzato rosso di
Daredevil diventa un elemento narrativo, quando viene indossato da Dex e aiuta
a farci meno domande sui suoi “Poteri”, mai descritti come tali, ma ben
illustrati nell’efficacia, anche grazie a scene d’azione degna di nota.

Il lungo scontro, a medio raggio, tra Matt e Dex negli
uffici del Bulletin è ben diretto e molto ben coreografato, certo, forse aiuta
poter inquadrare da vicino due stuntmen con il volto coperto, evitando gli
orrori visivi, necessari a cercare di non far tornare l’utilizzo delle
controfigure, a cui abbiamo dovuto assistere in Iron Fist 2.

Piani sequenza, quelli belli!

Le scene d’azione di “Daredevil 3” sono davvero curate, basta
dire che per prepararsi a combattere il secondo round contro un avversario
letale sulla media e lunga distanza, grazie alla sua mira infallibile, Matt si
attrezza con le corde da Muay thai legate ai pugni, in modo da infliggere più
danno possibile e avere il maggiore vantaggio nello scontro ravvicinato.

A proposito di combattimenti fatti come si deve, fatemi
chiudere l’icona lasciata aperta sull’episodio 3×04 (“Blindsided”), che sfoggia
una scena che sta a metà tra il piano sequenza della prima stagione e il corpo
a corpo in carcere della seconda. Qui Matt Murdock senza maschera, deve
vedersela con un intero carcere e portare a casa la pelle, il tutto con la
macchina da presa che non stacca mai a Charlie Cox, che ci mette la faccia,
letteralmente! Che bello vedere un attore che in una scena così si fa sostituire
dalla controfigura il minimo indispensabile, ma lo fa grazie ad una regia e una
coreografia tanto ben fatta, da non far notare troppo il trucco (ok, si nota
che la controfigura ciccia fuori, quando Cox rotola dietro il lettino dell’infermeria,
ma in generale tutto resta molto ben fatto), il risultato è che in “Daredevil 3”
ci si mena bene e forte, quanto il personaggio e la trama lo richiede.

“Forse avrei dovuto lasciar fare alla controfigura…”.

Il finale, poi, mi è sembrato quello giusto, anche se questa
terza stagione esce in un momento in cui non è chiaro se e quali serie
Marvel/Netflix avranno un futuro, se non altro la terza stagione di Daredevil
si chiude con un finale che potrebbe andare bene anche nel caso di chiusura
della serie.

Se così dovesse essere, avremo sicuramente dei rimpianti
legati specialmente alle troppe lungaggini e ai momenti morti del minutaggio,
però, parliamoci chiaro: davvero possiamo lamentarci? Mentre guardavo la scena
in chiesa con Karen come bersaglio mobile e Devil e Bullseye, oppure nei molti
momenti in cui Kingpin sembra davvero quello minaccioso del fumetto, non facevo
che pensare a quella porcheria di “Daredevil” (2003) di Mark Steven Johnson,
masochismo lo so.

“Mark Steven Johnson? Sai chi ti saluta tantissimo?”.

Va bene! Mi sembra già di sentirvi! Troppo facile fare i
paragoni con qualcosa che fa schifo, lo so, avete ragione, ma Devil è sempre
stato un personaggio bello perché pieno di paradossi, nel 2003 è sembrato
ancora più impossibile vederlo mai adattato con rispetto, fuori dalle pagine di
un fumetto della Marvel. Ora, grazie a questa serie, questo personaggio così
sfaccettato ha potuto dimostrare anche ad una platea di non lettori di fumetti,
perché è così diverso (e affascinante) rispetto a tutti gli altri tizi in
calzamaglia sgargiante, sicuramente “Daredevil 3” non è l’adattamento perfetto
di “Rinascita” che ogni piccolo nerd come voi e me sogna, però è chiaro che nel
portare il realismo, il sangue, il sudore e le botte che servono a raccontare
Devil, chiunque deciderà di affrontare nuovamente il personaggio, al cinema o
in televisione, dovrà tenere conto dei molti lati positivi di questa serie,
sarà pure poco, ma questo è sicuramente un fatto.

Insomma, anche quando cade, il Diavolo di Hell’s Kitchen
trova sempre il modo di rialzarsi, magari pesto e sanguinante, ma sempre a
testa alta e soprattutto senza paura. Quindi, diamo una sistemata al ritmo degli episodi e sotto con la stagione 4!
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