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Darkman (1990): da squallidi poteri derivano oscure personalità

Impossibile per un appassionato di cinema scegliere il proprio film preferito, posso dire che il cinema io l’ho “scoperto” grazie a Sergio Leone, ne ho coltivato la passione bruciante grazie a Cameron e Dante, a Carpenter e Gilliam va la palma di quelli che si sono avvicinati di più all’idea di “mio film preferito”, ma non posso dimenticare un titolo che quest’anno compie trent’anni e che è stato fondamentale, per me sicuramente: “Darkman” di Sam Raimi.

Per motivi squisitamente anagrafici non ho mai avuto la possibilità di vedere questo film al cinema, mi sono dovuto accontentare dei numerosi passaggi televisivi successivi e della mia vecchia vhs registrata dalla tv, consumata nel tempo e decorata con un’etichetta personalizzata in cui avevo replicato il fighissimo logo del titolo (storia vera). In realtà, grazie a qualche Notte Horror, avevo già avuto modo di vedere i film precedenti di Raimi, ma “Darkman”? No, gente, se la gioca con Grosso guaio a Chinatown per la palma di film più rivisto dal sottoscritto, anche perché con l’oscuro personaggio creato da Raimi sono veramente andato sotto bevendo dall’idrante.

Faccio parte della generazione cresciuta nel mito di Eric Draven, ma io avevo già il dottor Peyton Westlake.

Per me “Darkman” aveva già tutto quello che potevo desiderare da un film, si trovava perfettamente a metà tra i mostri della Universal che avevo imparato ad amare nelle repliche televisive in bianco e nero, ma incarnava già alla perfezione la mia passione per i fumetti, in particolare quella per i supereroi che sarebbe esplosa di lì a pochi anni, forse complice proprio l’enorme presa che il film di Raimi ha avuto su di me, con il senno di poi è più facile capirlo. Non credo di essermi perso nessuna replica televisiva di questo film durante la mia infanzia, il resto del tempo lo passavo a consumare la vhs ammorbando tutti a scuola, maestre e compagni di classe con la tragica storia del dottor Peyton Westlake, da qualche parte ci saranno ancora i fogliacci dove consumavo quintali di pennarelli neri per disegnare Darkman in tutte le pose possibili (storia vera). Per tutti gli anni ’90 “Darkman” è stato un film di culto per quei matti come me che lo adoravano, oggi a trent’anni dalla sua uscita la sua importanza dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti, ma io l’ho sempre saputo che era un Classido!

Sam Raimi è cresciuto leggendo fumetti, tanto che insieme a personaggi come Joe Dante, è stato uno dei possibili candidati alla regia di “Batman”, prima di venire superato a destra da Tim Burton, uno che si è sempre vantato di non aver mai letto mezzo fumetto in vita sua. Primo smacco per il vecchio Sam, occhio che ora arriva il secondo. Non vogliono farmi dirigere Batman? Nessun problema, risaliamo alla fonte e andiamo a prenderci i diritti per portare al cinema The Shadow (in uno strambo Paese a forma di scarpa, noto anche come l’Uomo ombra), oscuro eroe pulp degli anni ’30, protagonista di sceneggiati radiofonici (doppiato anche da Orson Welles per altro) prima e romanzi e fumetti poi, una delle fonti d’ispirazione primarie del pipistrello di Bob Kane e Bill Finger. Malgrado l’enorme successo del Batman di Tim Burton non si trova un accordo, Sam Raimi non potrà avere nemmeno The Shadow, il secondo schiaffo morale consiste nel fatto che l’Uomo ombra al cinema ci è arrivato davvero, ma solo nel 1994 e proprio sulla scia di “Darkman”.

La mia espressione quando mi dicono che il pipistrello di Nolan è un personaggio “Daaaaaaaaaark”.

Nel 1990 Raimi è un regista che arriva da uno dei più grandi capolavori della storia dell’horror sì, ma girato con i soldi delle merenda tra amici e dal suo seguito/remake grondante sangue e motoseghe, in mezzo solo “I due criminali più pazzi del mondo” (1985), scritto insieme ad altri suoi amici Ethan Coen e Joel Coen, perché Sam Raimi è il quarto di cinque figli di una famiglia del Michigan, ma, artisticamente parlando, è stato a lungo il terzo fratello Coen, del Minnesota.

“Darkman” per Sam Raimi rappresenta il primo film diretto sotto l’egida di una grande casa di produzione come la Universal, convinta a produrre il suo supereroe personale, proprio perché in parte nato dall’omaggio dei vecchi mostri classici Universal, in un’epoca in cui per portare un fumetto al cinema bisognava fare i salti mortali, Sam Raimi trovò il modo di fare un mezzo miracolo. “Darkman” è un insieme di fascinazioni chiarissime, nel DNA del personaggio ci sono evidenti tracce di Dracula (il mantello), Frankenstein (il mostro), la mummia e l’uomo invisibile (le bende), ma anche il gobbo di Notre Dame e Il fantasma dell’opera, entrambi interpretati da Lon Chaney. Un citazionismo sfrenato che, però, non strangola mai il film e la storia, al massimo riesce a sostenere i personaggi, dando loro spessore e dramma, come nella struggente scena del vicolo inondato da una pioggia torrenziale, in cui ciò che resta del dottor Peyton Westlake cerca riposo, accanto ad un gorgo d’acqua che sfuma sul primissimo piano del suo occhio, una scena del tutto identica a “Psyco” (1960) di Alfred Hitchcock, ma senza distrarre mai lo spettatore dal dramma di un uomo a cui è stato tolto tutto. Ma andiamo per gradi.
Dai guardatelo, ditemi se non ha tutto per essere uno dei classici della Universal.

Quello che molti si rifiutano di accettare risguardo a Sam Raimi è la sua capacità di riuscire ad emergere con tutto il suo inconfondibile e geniale stile, anche quando lavora a titoli su commissione, per “Darkman” Raimi non ha avuto carta bianca, ma ne ha avuta quel tanto che bastava da poter sfornare un film capace di diventare immediatamente di culto, anche perché se il vecchio Sam avesse potuto scegliere, avrebbe affidato il ruolo di Peyton Westlake al suo amico Bruce Campbell, ma la Universal non convinta di concedere a quello che ritenevano solo un caratterista il ruolo principale, cercò altri candidati, tra i quali Bill Paxton che quando si vide scippato della parte dall’amico Liam Neeson, smise di parlargli per mesi (storia vera).

Già… Liam Neeson… Vi ricordate quando in tanti si sono scandalizzati per la svolta d’azione presa dalla sua carriera? Tutti a mettere su il muso perché l’attore “serio” di capolavori diretti da Spielberg, si era messo ad uccidere la gente al cinema per vendetta (e per soldi). Da parte mia non ci ho mai visto nulla di male, io sono letteralmente cresciuto guardando “Darkman”, quindi per me l’Irlandese era soltanto tornato a fare quello per cui l’avevo conosciuto, la sua prova in questo film lo ha reso uno dei miei attori preferiti di sempre. Sam Raimi voleva qualcuno in grado di recitare il dramma e la sofferenza del personaggio e di riuscire a farlo sotto strati di pesante trucco, con quel suo carisma naturale alla Gary Cooper (che ha attirato Raimi) e una gavetta teatrale lunga come il vostro braccio, Liam Neeson qui regala una prova magnifica. Il mancato Oscar per “Schindler’s List” (1993)? Tzè! Il mancato Oscar per “Darkman” quello è il vero scandalo!
Un mito, vi giuro che ancora oggi nei miei momenti di dubbio riflessivo mi ripeto “Perché? Perché? Perché? Perché?” (Storia vera)

“Darkman” inizia tra le nebbie e il tema musicale di Danny Elfman che arrivava proprio da Batman e per me sarà sempre il miglior compositore del fantastico al cinema. Il lungo sodalizio artistico con Sam Raimi è iniziato proprio sul set di “Darkman”, i due si sono incontrati mentre Sam era impegnato a dirigere la scena che vi descrivevo lassù, quella del tormentato Westlake appena fuggito dall’ospedale sotto una pioggia battente, pare che al tentativo di presentarsi al regista di Elfman, abbia ricevuto come risposta dal regista una cosa tipo: «Sì, sì, ok, piacere di conoscerti prendi questo secchio d’acqua e quando ti faccio un cenno, lancialo addosso a Liam Neeson». Avete presente la secchiata d’acqua che colpisce il protagonista mentre attraversa la strada per raggiungere la sua Julie? Anche quella è firmata Danny Elfman (storia vera).

Devo cercare di essere pragmatico, però, devo cercare di tenere a bada la mia sconfinata passione per questo film un po’ come Peyton deve fare con la sua rabbia. Iniziamo da difetti che per me sono pochi e del tutto secondari, ma per onestà intellettuale vanno citati anche perché sono quasi tutti legati alle numerose riscritture del film che sono state addirittura dodici (storia vera).

Malgrado tutto, Sam Raimi apprezzò molto l’ottima campagna pubblicitaria messa su dalla Universal, che ha creato l’attesa con poster promozionarli come questo (storia vera)

Per rendere più credibili gli elementi medici delle trama, Sam Raimi ha scritto il film con il suo compare più fidato, il fratello Ivan medico alla Michigan State University e sceneggiatore a tempo perso. Mentre per fornire un passato militare al cattivissimo Robert G. Durant, ha chiesto supporto all’ex militare e sceneggiatore Chuck Pfarrer, dopo aver apprezzato il suo lavoro in “Navy Seals – Pagati per morire” (1990), questo spiega perché Durant maneggia senza problemi un lancia granata nel finale e forse anche perché stacca le dita usando il tagliasigari, una trovata gustosamente horror.

«Credo che Larry Drake… Sarà perfetto!» (quasi-cit.)

Non ancora convinti del risultato finale alquanto bizzarro (perché semplicemente troppo avanti per l’anno 1990), la Universal commissionò un altro paio di riscritture a Daniel Goldin e Joshua Goldin e un altro paio ai fratelli Coen non accreditati come “Script doctor”, questo forse spiega perché il ruolo della protagonista femminile sia stato assegnato a Frances McDormand, amica di Raimi e sposata con uno dei Coen (mai capito quale). A complicare l’assunto anche il primo montatore Bud S. Smith che ha ceduto il compito al collega David Stiven, causa esaurimento nervoso (storia, purtroppo, vera) e capite da voi come mai alcuni passaggi logici vengano abbastanza clamorosamente meno.

Per essere un “Revenge movie”, uno degli aguzzini del protagonista non muore, almeno se non andate a cercarvi una delle scene tagliate dal montaggio finale, dove Darkman uccide lo sgherro con la gamba di legno-mitra (ideale continuazione della mano-motosega di Ash) crivellandolo con la sua stessa gamba. Mitra. Oh, insomma, quella roba lì! Inoltre, non ho mai capito come mai nel finale Darkman possa padroneggiare la voce di Durant senza problemi, per anni mi sono fatto bastare la spiegazione delle registrazioni della sua voce utilizzate con sapienza, ma so che potrebbe essere un po’ poco continuare a ripetere la frase tormentone: «Credo che… Sarà perfetto». Posso essere onesto? In anni e numerose visioni, questi problemi sono sempre stati robetta secondaria, perché “Darkman” è un capolavoro.
E’ rapidissimo, è furbissimo, è giustissimo. Combatte con lealtà, con caparbietà, con abilità. E corre, corre Darkman (Darkman! Darkman!)

Il merito è quasi tutto dell’enorme cura che Sam Raimi ha messo nel suo film. Per prima cosa, il regista del Michigan fa la scelta più intelligente: parte presentando al pubblico il cattivo. Una delle più clamorose facce da bastardo mai viste al cinema, il diabolico Robert G. Durant, interpretato da Larry Drake, scelto da Sam Raimi senza aver mai visto nemmeno mezzo episodio della serie che ha lanciato l’attore (“Avvocati a Los Angeles”), perché secondo Raimi aveva lo sguardo giusto per la parte, al netto del risultato finale, un centro perfetto

Tra i suoi sgherri compare l’altro fratellino del regista Ted, ma soprattutto Nicholas Worth, nei panni di Pauly, il primo sgherro a cui Darkman scippa l’identità provocandone la morte («Pauly, ti auguro buon volo!»). In un’opera così fumettistica Raimi affida a Worth lo stesso ruolo che ricopriva in un altro cinecomics ante litteram, ovvero “Il mostro della palude” (1982) dell’amico/rivale di Raimi, Wes Craven, un film che sono sicuro un nerd come Raimi conoscesse molto bene, a ma su questo dettaglio ci torneremo a breve con un post a tema.

Senza nessuna paura o volontà di mitigare le origini, Raimi trasforma lo schermo in una pagina a fumetti (ed è ancora una delle migliori rappresentazioni della rabbia viste al cinema)

Nella prima scena Raimi spazza via il campo da ogni dubbio: Robert G. Durant è un bastardo di prima categoria invischiato in ogni affare losco (droga, armi ed industria immobiliare… Giuro, nel film dicono proprio così!). L’altra faccia della medaglia è, ovviamente, il buonissimo dottor Peyton Westlake, un secchione innocuo che non farebbe male ad una mosca, anzi, ha dedicato tutta la vita a perfezionare una pelle sintetica che potrebbe aiutare tutte le persone ustionate del pianeta, se solo le cellule sintetiche delle sue maschere in stile Diabolik, non si sciogliessero come neve al sole dopo 99 minuti. Un problema che viene attenuato solo dall’oscurità, la pelle sintetica al buio è stabile e quando Liam Neeson s’interroga su quali segreti possa nascondere l’oscurità, non solo sta dando uno sguardo al futuro del suo personaggio, ma lo fa con una teatralità che è quella tipica dei personaggi dei fumetti, la loro “recitazione” è spesso esasperata dal disegnatore, ruolo ben ricoperto qui da un Sam Raimi in stato di grazia.

«Devi guardare in quella direzione, come se da laggiù stesse arrivando l’apocalisse» (quando il regista è più elegante del protagonista)

Il punto di contatto tra Durant e Westlake è la fidanzata del dottore, Julie (Frances McDormand) avvocatessa che ha il ruolo prima di rappresentare quello che il protagonista ha perso nella vita, poi di coprire il ruolo di damigella in pericolo (ricordate la MJ di Spider-Man, vero?). Julie ha per le mani un memorandum che incastra il suo capo, il losco costruttore edile Louis Strack Jr. (Colin Friels) in combutta con Durant per mettere le mani sul terreno necessario a costruire la sua ricca e scintillante città del futuro, sfiga! Peyton e Julie vivono per comodità sopra il laboratorio del dottore (casa e bottega) che viene dato alle fiamme da Durant e i suoi uomini… Con Peyton dentro. Per mano degli uomini di Durant, il dottore subisce un martirio che anticipa di una manciata di anni la scena iniziale di Il Corvo, da cui il protagonista esce con il volto sfregiato, le mani ustionate e creduto morto da tutto il mondo, compresa Julie che in un attimo (e una dissolvenza fumettistica di Raimi) passa da novella sposina a vedova.

Dannato uccelletto bastardo, nei Simpson almeno facevi ridere.

Ma se per qualunque supereroe l’ottenere i poteri coincide con la conquista di qualcosa che prima gli era precluso a livello sociale (per restare in casa Raimi, l’amore di MJ per Spider-Man), per l’antieroe Darkman i nuovi poteri sono una maledizione, il dottore passa dall’essere un uomo equilibrato che aveva tutto nella vita, ad essere una creatura grottesca, sfigurata, distrutta nel corpo e nella mente e dalle mani devastate. Non credo ci sia una singola scena più tragica e drammatica della terribile «Le mani… Mi hanno distrutto le mani!», un momento che se non avessi un personaggio da mantenere definirei quasi commovente, in cui Darkman si conferma un mostro della Universal a tutti gli effetti e non solo per via della casa di produzione, ma proprio per l’empatia con cui Raimi ci fa patteggiare per l’uomo che ha perso tutto ed ora ha solo la vendetta come unica ragione di vita.

Se non fossi schiavo del mio personaggio e potessi piangere al cinema, è su questa scena che lo farei (il dramma, quello vero)

Proprio come l’uomo invisibile di James Whale, Darkman è un essere tormentato e avvolto dalle bende, i suoi poteri non sono un dono, ma una maledizione frutto della scienza: per rendere sopportabile il dolore delle ustioni i nervi ricettori del dolore gli sono stati recisi, rendendo Westlake insensibile al dolore fisico. Per altro, sotto la mascherina da dottori che illustrano la buona riuscita dell’esperimento, ci sono Sam Raimi e il mio amico John Landis che ha anche suggerito l’attrice che interpreta la dottoressa, la bella Jenny Agutter, l’infermiera di “Un lupo mannaro americano a Londra” (1981).

Il mio amico John Landis vorrebbe giocare al dottore con Jenny Agutter (per Sam copre sempre lo stesso ruolo)

Per compensare l’assenza di sensazioni fisiche, il corpo di Westlake rilascia adrenalina (rendendolo quindi super forte), ma allo stesso tempo fragile e in balia delle emozioni, scoppi di rabbia che Raimi rende alla perfezione trasformando lo schermo in una tavola disegnata da Steve Ditko piena di visioni horror che si alternano ad abissi di depressione senza fine che rendono il protagonista un personaggio estremamente tragico, perfetto perché un pubblico (pre)adolescente possa identificarsi in lui, ma anche per tutti gli altri, se pensate che “The Elephant Man” (1980) di David Lynch sia drammatico, non avete mai visto la scena di Peyton che si autocommisera («Solo 5 dollari, per vedere il mostro che balla! Solo 5 dollari!»), si infuria («Farò vedere a tutti che non sono… Un mostro!!») e poi cerca di nuovo di ritrovare la calma («Sono uno scienziato. Peyton controllare la rabbia…»), prima di passare al contrattacco. Basta, altrimenti ve lo recito tutto questo film!

Era Tim Burton quello con la poetica dei Freak vero? Seee nemmeno le scarpe può allacciare a Raimi!

Raimi ci mostra la trasformazione del protagonista poco alla volta anche sullo schermo, le bende che come per pietà coprono lo scempio fatto sul volto di Westlake, diventano sempre più sfilacciate con il passare dei minuti. Svelando con un misto di curiosità e repulsione che da bambino mi faceva impazzire, l’ottimo lavoro di trucco a cui Liam Neeson si è dovuto sottoporre per ore ogni giorno.

Ammirazione e repulsione per un personaggio, con quel tocco di Brian Bolland che non guasta mai.

Oggi definiremmo “Darkman” una storia di origini, ma nel 1990 Sam Raimi si stava muovendo in un territorio inesplorato battendo per primo strade che tutti quanti oggi ancora utilizzano. La bellezza di Darkman sta nel suo essere tragico in tutto, una mente spezzata che si aggrappa con mani distrutte ad una vita che ormai ha perso e più si ostina a rifiutare la sua condizione di mostro, più si ritroverà ad agire come tale. Quando nessuno sapeva ancora come raccontare al cinema il processo da zero ad eroe tipico dei personaggi dei fumetti, Raimi usando tutta la sua esperienza di regista (appassionato di) Horror, facendo percorrere a Peyton Westlake il percorso in direzione opposta, da Dottor Jekyll a Mr Hyde, da persona quasi felice ad antieroe tragico, che contorto e aggrappato ad un Gargoyle si interroga: «Dio che cosa sono diventato? Che cosa sono diventato»).

Il talento di Sam Raimi è la vera forza propulsiva di “Darkman”, malgrado le riscritture e i tagli al montaggio, il regista di Evil Dead si conferma il genietto visivo capace di imprimere il suo tocco anche alle pellicole su commissione, figuriamoci una che sentiva così tanto sua a livello di spunti narrativi. Ad un solo anno di distanza dal Batman di Burton, Raimi entra a gamba tesa creando un personaggio che fa sembrare il crociato di Gotham un’educanda («Ho dovuto imparare cose anche peggiori») e la sua capacità di gestire ogni momento del film è totale.
Un momento chiave, la scelta dell’eroe, e uno così può scegliere solo l’oscurità.

Da grande maestro della messinscena, Raimi da forma cinematografica alla furia del suo personaggio spaccando letteralmente lo schermo, ancora oggi credo che nessuno abbia saputo rendere così bene al cinema il concetto stesso di lasciarsi sopraffare dalla propria furia, eppure con la stessa abilità Raimi può inserire nel film tocchi splastick perfettamente azzeccati (Darkman che corre sul camion) il tutto mentre orchestra scene d’azione avanti di almeno una ventina d’anni. Vi dico solo che nel 2002, mentre ero in sala a guardare per la prima volta il suo Spider-Man, avevo continui flashback dello scontro tra Darkman e Durant sull’elicottero. Unica differenza che qui a guidare “The Classic”, la Oldsmobile delta 88 beige che compare in tutti i film di Raimi, ci sono Ethan e Joel Coen (Storia vera).

Il cameo della mitica “The Classic” (guidata dai fratelli Coen)…

Da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Ok, ma da grandi responsabilità che cosa deriva? Grandi dolori? Grandi solitudini? Per lo Spider-Man di Sam Raimi era così, perché la strada era già stata battuta nel modo più drammatico possibile dal dottor Peyton Westlake, uno che da poteri squallidi, in cambio ha avuto solo una vita distrutta, una faccia mostruosa e la consapevolezza di non essere più umano. La solitudine dell’eroe caricata di tutta la gravitas di un film che sembra un classico della Universal, però a colori.

…e il cameo di Bruce “The King” Campbell!

L’ultima scena è fondamentale, non solo perché Westlake per fuggire tra la folla si traveste da Bruce Campbell (ancora il suo cameo in un film di Raimi che preferisco), ma perché è la fine dell’arco narrativo di un personaggio percorso alla rovescia. La sua frase, «Io sono tutti gli uomini e nessuno. Sono dappertutto e in nessun luogo. Io… Sono… Darkman» è lo stesso identico finale, solo molto più drammatico del primo Spider-Man di Sam Raimi. Se ancora oggi ci sono film di supereroi che utilizzano la stessa formula, con tanto di presentazione del nome del personaggio nell’ultima battuta prima dei titoli di coda (e ci sono… E sono anche tanti!) è solo perché Sam Raimi aveva già mostrato a tutti la via da seguire e lo aveva fatto con il più tragico degli antieroi… Auguri Darkman, dopo trent’anni sei ancora il mio preferito.

Non l’anti-eroe che meritavamo, ma quello di cui non farei mai a meno.
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