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Dave made a maze (2017): Il Labyrinth per gli amanti del bricolage

Quando sei
prossimo ad un trasloco, le prime costanti della tua vita iniziano a diventare
le scatole di cartone, le guardi e non vedi più cubi di carta pressata, ma solo
cosa potresti metterci dentro, come potresti usarle, insomma ci mancava solo
che in questo periodo io scoprissi “Dave made a maze”.

L’inizio cerca
subito di alzare la posta in gioco, un primo piano di Dave (Nick Thune) che
confessa di essere dispiaciuto per tutti i morti che ci sono stati, un modo furbetto
di farci capire che nel film ci sarà sangue come nel titolo di una bella
pellicola di Pitì Anderson.

Cambio, titoli di
testa fatti a cartoni, ma non quelli di carta, quelli animati intendo, quindi
un cambio di tono completo che in un paio di minuti musicali ci racconta di Dave
annoiato disoccupato che non sapendo cosa fare, usa dei cartoni (questa volta
di carta, non animati) per costruire un labirinto nel mezzo del soggiorno di
casa. Immaginatevi la gioia della sua fidanzata Anne (Meera Rohit Kumbhani) che
aprendo la porta si trova un fortino fatto con le scatole in mezzo alle
scatole.



A nessuno piace avere gli scatoloni in giro per casa, ma qui stiamo esagerando.

Grande, eh? Circa
due metri per quattro, ma non sufficienti per perdersi dentro, anche se Dave
che urla da dentro la sua creazione continua a dire di non riuscire a trovare l’uscita.
Nell’incredulità generale arriva prima l’amico barbuto Gordon (Adam Busch), poi
il documentarista Harry (James Urbaniak) con tutta la sua troupe pronta a
girare, ma aggiungiamo anche un altro paio di amici tipo Jane (Kirsten
Vangsness, la Garcia di “Criminal Minds”) e due turisti fiamminghi in gita
(storia vera) giusto perché Dave aveva chiesto di tenere la notizia riservata.

Nessuno crede
davvero a Dave quando dice che il suo labirinto, come il TARDIS del Doctor Who “It’s
bigger on the inside”, ma quando la comitiva entra scopre che è davvero così,
non solo il labirinto di cartone di Dave è sconfinato, ma sta crescendo, come
se fosse vivo, come se fosse il “The Cube” di Vincenzo Natali, però, beh, fatto
di cartone pressato.
Se ti chiami Bill
Watterson, hai una bella responsabilità, se non altro quella di essere omonimo
del creatore di una delle più belle strisce a fumetti di sempre ovvero “Calvin
& Hobbes”, ma nessuna illusione è solo un omonimo, con molta esperienza
come attore che qui esordisce alla regia di un film dai toni molti Indie, ma
completamente spiazzante, se, come ho fatto io, inizierete a guardarlo senza
sapere un ciuffolo della trama e senza aver visto nemmeno mezzo trailer.



Metacinematografia portami via…

La prima cosa che
stupisce di “Dave made a maze” è anche la sua caratteristica principale, ovvero
una messa in scena fantastica, frutto del design di John Sumner e Trisha Gum e
del lavoro del Cardboard Institute of Technology, praticamente l’M.I.T. con
carta e cartone al posto di computer e tecnologia.

Questo collettivo
di artisti di San Francisco ha utilizzato 30.000 metri quadrati di cartone (sai
quanti traslochi con tutte quelle scatole?) per realizzare il set del film,
composto da corridoio, volti giganti che sembrano quelli della statue all’interno
del labirinto di Labyrinth, ma anche ingranaggi, origami e persino la testa del
Minotauro (che ha il corpo del wrestler John Morrison), perché pensavate davvero
che potesse mancare un Minotauro di cartone in questo labirinto di cartone?



Non fatevi spaventare, fa tanto il duro ma è solo un guappo di cartone.

Per quasi tutto
il primo tempo “Dave made a maze” è una serie di trovate visive una più
spettacolare dell’altra, come la stanza con i fasti di pianoforte giganti,
oppure quella con le carte da gioco, un capolavoro di lavoro manuale che ti fa venire
voglia di prendere forbici (con la punta arrotondata) carta, carta crespa e
cartone e mettiti a creare forme e formine come non facevi dalla seconda
elementare.

Ovviamente, per
gestire una trovata del genere l’ironia è fondamentale, mentre l’atmosfera
generale è quella di un film di Michel Gondry, vi dico solo che nel finale un
dettaglio (piuttosto vistoso) mi ha ricordato proprio il bellissimo video dei Foo
Fighters “Everlong”, proprio diretto da Gondry.



“Se suoni la nota sbagliata, diventiamo bemolli noi” (Cit.)

Si ride in “Dave
made a maze” un po’ per le trovate tutte matte un po’ per i dialoghi
volutamente comici, ad esempio Gordon che si esibisce in “Frasi maschie” mi ha
fatto schiattare dalla risate, quello che funziona meglio, però, è sicuramente il
(blando) elemento Splatter, perché un labirinto come da tradizione è pieno di
trappole letali, quindi il film è un tripudio di teste mozzate e poveri Cristi
sbudellati, ma anche questi realizzati come opere d’arte fatte in casa, quindi
al posto del sangue, dai corpi zampilla un tripudio di stelle filanti rosse e
non è mai chiaro se, come dicono nel film, qualcuno è morto, oppure se è stato
trasformato in un’opera artigianale.

Orrore! Si spargono in aria litri di ehm… Sangue ed uhmm budella?

A proposito di
fili rossi, non di budella di carta, ma di trama, Bill Watterson ogni volta che
può cerca di mettere alla prova i limiti del cinema, in alcuni tratti “Dave
made a maze” sembra un film teorico sul cinema, perché è proprio grazie ai
trucchi registici che la realtà del labirinto cambia attorno ai protagonisti. Come
nella scena del soggiorno arredato, che in realtà è tutto composto da piccoli
oggetti di scena posizionati più vicini alla macchina da presa rispetto agli
attori, per sfruttare la profondità e dando l’illusione di una maggiore
prospettiva, il risultato? La casa di Alice quando si rimpicciolisce dopo aver
bevuto il tè.

Watterson si
gioca parecchie trovate gustose, come ad esempio trasformare tutti i suoi
protagonisti in pupazzi di carta e comunque continuare a far loro recitare i
dialoghi e, sfruttando la presenza del documentarista Harry, tiene tutto il film
in equilibrio sulla metacinematografia, diventa chiaro nel finale che non vi
rivelo, ma che prevede uno di quegli strumenti con immagini in movimento che
proviene direttamente dall’era del precinema, quindi non siamo di fronte ad una
versione Indie di “Hugo Cabret” (2011) di zio Martin Scorsese, ma è chiaro che Watterson
volesse fare un passo in quella direzione.



“Ferma tutti gli schiacciatori di rifiuti del livello di detenzione! Fermali!” (Cit.)

Ecco, il problema sta proprio nei paragoni, Bill Watterson punta più sull’effetto mockumentary
che sul fare un Labyrinth con tanto cartone, nel secondo tempo il ritmo cala e
purtroppo vengono a mancare delle motivazioni (anche da parte dei personaggi)
davvero all’altezza di una messa in scena così ben realizzata, ad un certo
punto purtroppo è impossibile non pensare che da una premessa del genere, gente
come Charlie Kaufman, Spike Jonze o lo stesso Michel Gondry avrebbero tirato
fuori un filmone, anzichè solo un film molto ben fatto come questo che,
purtroppo, ad un certo punto pare girare a vuoto, alla ricerca di una via,
proprio come se fosse dentro un labirinto.


In ogni caso, “Dave
made a maze” resta una gustosa sorpresa, con dentro tanto cinema, per altro in
una scena mi è sembrato quasi di vedere un omaggio alla scene degli
schiacciatori di rifiuti (sul livello di detenzione) di Guerre Stellari, così, tanto per farvi capire l’andazzo.

Insomma, questo
film potrebbe piacere a chi cerca un film sicuramente differente dal solito, a
chi ama i film Indie, ma anche a quelli a cui piace fare che so, diorami,
lavori con la carta… In fondo il cinema è anche un hobby, no? 
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