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Daylight – Trappola nel tunnel (1996): la luce alla fine del tunnel è il faro di Stallone che sta arrivando

6 luglio, festa nazionale su questo feretro volante, compie gli anni uno degli eroi della Bara, oggi Sylvester Stallone spegne ottanta candeline, per festeggiarlo ho scelto uno dei suoi film che di candeline invece, ne spegne solo trenta, un giovanotto insomma, al fondo del post troverete il resto dei festeggiamenti, ma prima… Tutti nel tunnel!

“Daylight” fa parte di quella porzione di titoli della filmografia di zio Sly in cui ufficialmente, avrebbe solo recitato, l’ultimo film in ordine di tempo, accreditato come sceneggiatore prima di questo era Cliffhanger, ma si sa che con Stallone di mezzo, ogni regista ha un “vice” non richiesto, che spesso non si comporta come tale, ma prende parecchie decisioni sul campo, anche se originariamente, il regista Rob Cohen, aveva pensato a Nicolas Cage per il ruolo di Kit Latura, quindi abbiamo seriamente rischiato di avere un capitolo aggiuntivo alla “Sacra trilogia d’azione Cage” (The Rock, Con-Air e Face-Off), ma la produzione ha deciso di optare per il più spendibile Stallone, che ha accettato perché “Cliffhanger” era il titolo con cui ha sfidato la sua paura per le altezza, quindi “Daylight” poteva fare lo stesso per la sua fobia per gli spazzi chiusi. Le persone vanno dallo psicologo, zio Sly invece sforna un nuovo eroe d’azione, per tutti noi è un grosso… STACCE!

«Ti devi calmare, avresti potuto essere qui sotto con Nick Cage ad indicarti l’uscita, invece ci sono io»

“Daylight” è l’altro grosso titolo sfornato nel 1996 da Rob Cohen, il primo senza la parola Dragon nel titolo ma che comunque, inizia per “D” (lo so, mi è venuta fuori come uno di quei “Trivia” del cazzo su IMDB), non sono riuscito a trovare riscontri effettivi, molte fonti non proprio ufficiali sostengono che il soggetto firmato da Leslie Bohem, avesse dei legami con un titolo a suo modo fondamentale come “L’avventura del Poseidon”, qualcuno sostiene che “Daylight” era nato come prequel del film del 1972, ma siccome qui sulla Bara non amo diffondere dicerie ma solidi fatti, qui mi fermo. Resta innegabile il fatto che “Daylight” si rifaccia al genere catastrofico, non tanto quello riportato in auge da Roland Emmerich, ma proprio quello americano degli anni ’70, e la voglia di Poseidon a qualcuno bruciava nel 1996, ma di questo, se tutto va bene e non crolla qualche altro tunnel, parleremo a stretto giro.

Dopo una veloce presentazione dei malcapitati che rischieranno di fare la fine del topo – tra cui l’aspirante scrittrice Madelyne, interpretata con Amy Brenneman, che con i topi nel suo appartamento fatiscente combatte fin dal primo minuto – Rob Cohen ci porta subito nell’azione, ovvero un macello mai finito: crolla l’Holland Tunnel, quello che unisce New York al New Jersey, alcune persone ci rimangono incastrate in mezzo.

La storia del tunnel ci viene illustrata dalla madre della famigliola il cui padre, impersonato da Jay O. Sanders, è talmente pro-Family Day che di famiglie, sembra averne almeno un paio, come gli fa notare ripetutamente sua figlia Ashley, la mitica Danielle Harris. Al resto ci pensano una banda di improbabili Punk, che dopo aver rubato dei diamanti, da veri sveglioni si infilano rombando in auto nel tunnel, l’acceleratore premuto per errore a tavoletta, alcuni rifiuti tossici trasportati su dei camion militari e la fagiolata è fatta. Ci tengo a sottolineare che però nei dialoghi, nessuno fa notare ai militari che trasportare roba tossica in un tunnel chiuso non è una grande idee, anche se sappiamo che i guai, in questo tipo di trasporti, accadono anche all’aperto.

«Tu sei il capo, ma io sono quello che sa cosa bisogna fare», «Ti autorizzo a rischiare la vita scendendo nel tunnel», «… Ora ho capito perché hai fatto carriera»

Il nuovo capo delle unità di intervento, essendo fatto a forma di Dan Hedaya, quello che faceva l’infame in Commando e se per questo, anche nella Famiglia Addams, quindi ci sarebbe da stare poco sereni, anche perché, per motivi che scopriremo in corso d’opera, tipo sensi di colpa e onore lavorativo (e non) da redimere, Kit Latura, l’unico che ha preso parte alla simulazione del 1994 in cui avevano previsto TUTTO, ora fa il tassista, ed io ve lo dico, l’unico altro film che iniziava con Sly Stallone che faceva il tassista era “Nick lo scatenato” (1984), quindi anche qui, abbiamo poco da stare allegri. Va detto però, che in maniera sottilissima, lo sceneggiatore Leslie Bohem, mette in bocca a Kit Latura una frase d’entrata che riassume già il tema del film: «I miracoli accadono Dottore», tenetela a mente, perché il senso del film sta tutto qui.

Latura è sul suo taxi in prossimità del disastro e da solo, salva più persone di tutte le unità di soccorso in arrivo, poi cerca di convincere tutti che per via della pressione dell’acqua, il tunnel crollerà, lui lo sa, era nella simulazione del 1994, anche se il plastico alla Bruno Vespa che tirano fuori, per spiegare il piano a noi spettatori sembra più vecchio del Poseidon, versione 1972, sta di fatto che Kit Latura, sa che l’unico punto di accesso è quel tritacarne delle pale d’areazione, la multipla infilata di ventole che forzano l’aria respirabile nel tunnel, saltarci dentro è una follia. Ovviamente zio Sly non perde tempo e tra conti alla rovescia, corde e una corsa lungo la parete tonda, tipo criceto dentro la sua ruota, riesce ad entrare. Il “meno” è fatto, ora inizia la parte davvero complicata.

«Non muoverti. Non ci vede se non ci muoviamo.», «Guarda che quello è un altro film»

Tra i sopravvissuti da salvare, abbiamo una banda di giovinastri destinati al riformatorio, tra cui spicca il ragazzo di colore «COMANDO IO!» che farà una pessima fine subito, ma soprattutto, Sage Stallone, qui trattato da papà come un perfetto sconosciuto. Al secondo, e purtroppo ultimo film insieme, considerando il triste destino di Sage, i due hanno la professionalità di lavorare come due attori, senza bisogno di ristabilire il legame padre-figlio, come fatto in precedenza con Rocky V, infatti sfido lo spettatore medio a notare un “nepotismo” che di fatto, non c’è, forse papà lo considerava già abbastanza svezzato, forse puntavano ad altri ruoli, cosa che era anche vera visto che Sage, fondò la Grindhouse Releasing, recitò con Vincent Gallo e per altro, da enorme appassionato di cinema quale era, possedeva una dei famosi obiettivi Carl Zeiss Planar 50mm f/0.7, uno di quelli che Stanley Kubrick fece costruire per dirigere Barry Lyndon.

Tra le altre facce note, impossibile da non notare in occasione del trentennale del film, Viggo Mortensen, che nella sua lunga gavetta come attore prima di diventare famosissimo, ha fatto di tutto, anche una sorta di Reinhold Messner televisivo, protagonista di uno spettacolo in crisi di ascolti, che vede nel disastro del tunnel la sua occasione per rilanciarsi, infatti al grido di: «Sono nato settimino, nemmeno mia madre è riuscita a trattenermi» si arrampica lungo la parte pericolante del tunnel, facendo una pessima fine e mettendo in chiaro che Kit Latura ha molto da insegnarci, tipo impegnare le energie per le battaglie che contando, non puoi salvarli tutti, tanto meno quando sono così arroganti.

«Fammi un primo piano, presto mi manderanno a Mordor e non mi vedrai più in queste particine da carogna»

Tra i dettagli che sono eternamente passati inosservati di “Daylight”, la prima forma di pari opportunità della stronzaggine, che faceva di questo film un titolo avantissimo: di solito nei film catastrofici abbiamo sempre qualche incravattato, il più delle volte uomo, che rappresenta la burocrazia castrante, che non si cura delle persone ma solo dei numeri. Qui abbiamo la sindaca di New York che pensa al traffico più che a recuperare i sopravvissuti, uno dei pochi casi che io ricordi di donna in questo ruolo palesemente odioso, con tanto di “Frase maschia” a sottolineare la sua stronzaggine: «Sono gli ingegneri che prendono le decisioni, voi raccogliere le macerie», quindi segnate “Daylight” tra i titoli progressisti che non vi aspettavate.

Certo, va anche detto che il film fa una strage di persone di colore notevole, zio Sly le prova tutte per salvare il facente funzione di sergente Al Powell di turno, che qui si chiama George ed è fatto a forma di Stan Shaw, il poliziotto che deve consegnare il braccialetto alla sua amata a cui non si è mai dichiarato, lo stesso a cui Rob Cohen dedica quella laconica inquadratura, dove allarga il campo sulla macerie mentre George disperato invoca l’aiuto di qualcuno, ricevendo come risposta solo l’eco.

Il tunnel diventa un lungo “E infine uscimmo, a riveder le stelle” per una banda di personaggi che erano già in trappola prima di esserlo davvero: Kit ha i sensi di colpa per i poveretti nel palazzo del Bronx che non è riuscito a salvare, la protagonista femminile è incastrata in un appartamento e un lavoro caccoloso, la coppia di anziani con cane bloccati nel lutto per il loro figlio, i ragazzi del trasporto prigionieri beh, erano prigionieri. Tutti così, il tunnel in un modo o nell’altro li libererà tutti, qualcuno in eterno agli altri, ci penserà Stallone qui per sconfiggere il demone del tunnel come se fosse la sua personale balena bianca. Dante e Melville in un post su un film dazio e degli anni ’90, solo la Bara Volante vi coccola così.

Va detto che attorno a George, il regista crea tutto il coinvolgimento emotivo del film, prima solo Kit Latura prova a salvarlo, ma ci riesce solo quando tutto il gruppo di sopravvissuti si unisce al suo sforza di sollevare l’auto che blocca il poliziotto, ed è qui che “Daylight” si gioca la sua arma segreta: la colonna sonora.

«Ok, io sono abituato a Bill Conti, ma anche questa non è niente male»

Randy Edelman è il più grande compositore mai cagato della storia del cinema, a lui dobbiamo le musiche per “MacGyver” e “Le avventure di Brisco County Junior”, il che per me, basta a spedirlo nell’empireo. Aggiungete la collaborazione storica con Ivan Reitman e proprio Rob Cohen, due che non sono mai stati considerati quanto meritavano davvero perché troppo di genere. Il suo stile ha massicciamente influenzato Hans Zimmer nel suo periodo migliore, gli anni ’90, quando il vostro compositore del cuore ancora sperimentava e quindi, era davvero innovativo. Purtroppo, con l’ascesa di Zimmer, abbiamo perso Edelman, per un problema di inevitabile sovrapposizione nello stile e per mancanza di varietà di film su cui lavorare, un vero peccato perché tutti i momenti migliori e più emozionanti di “Daylight”, salgono di due o tre tacche nella resa finale, proprio grazie alla trascinante colonna sonora firmata da Edelman, in un film dove il tunnel è un grosso METAFORONE d’azione, non a caso Latura, come il capitano Achab quando raggiunge a fatica il punto chiave gli urla: «Figlio di puttana hai ucciso tutti, ma avresti dovuto uccidere me, perché io ora ho trovato il tuo cuore e te lo faccio esplodere», non proprio una pugnalata dal cuore nero dell’inferno, ma quasi.

Come al solito il nostro zio Sly ci mette il carico di enfasi, ad un certo punto diventa chiaro che non si tratta più di uscire da un tunnel, ma dall’inferno delle proprie colpe, lo vediamo con la coppia di anziani e il loro Weimaraner, che tatticamente appare e scompare nei passaggi più complicati ma è lì, nel momento drammaticissimo della nuotata sottacqua, quando l’anziano padrone dichiara di averlo perso per via della rottura del guinzaglio e sua moglie va in pezzi. Drammi su drammi, un continuo metterci il carico perché solo chi riuscirà a patteggiare con i suoi tormenti interiori e i propri irrisolti, uscirà fuori da questo inferno Dantesco, in cui Stallone è il Virgilio con i muscoli e l’esplosivo, che infatti salva il cane ma lascia lì il corpo della vecchia, morta di tristezza come Padme, però ehi! Kit Latura torna in dietro per aiutare il cagnone in difficoltà, questo automaticamente lo parcheggia in zona eroe.

Zio Sly e la luce blu, una lunga storia d’amore.

Anche perché Sly, nella sua intelligenza, capisce che Kit Latura non è Rambo, è uno che quando viene insultato direttamente, non trasforma il suo avversario in una macchia di sangue, al massimo abbozza come a dire: «Vabbè sei un pirla, parlare con te è uno spreco di tempo e ossigeno che non ho, quindi fai quello che vuoi, io faccio la cosa giusta», in pratica Kit Latura è ognuno di noi, sul posto di lavoro e non solo, però tutto questo viene recitato da zio Sly senza bisogno di un dialogo, gli basta il modo di alzare gli occhi e utilizzar il linguaggio del corpo, per darci una delle più grandi lezioni della vita: sceglietevi le vostre battaglie, non potete salvarli tutti, quindi meno vecchie e Viggo e più cani portati in salvo e trattandosi di un grande METAFORONE sulla salvezza, la via d’uscita dal tunnel non può che essere il passaggio attraverso la quale ci guida Stallone, che sta dietro una croce perché profeticamente Latura aveva già capito tutto: «I miracoli accadono Dottore». Forse anche questo era nella simulazione del 1994.

“Daylight” è un grande esempio di cinema catastrofico anni ’90, un filone che in quel periodo andava fortissimo e in cui Stallone si è infilato alla grande, come fa nel tunnel, non sarà tra i suoi titoli fondamentali perché è troppo esagerato per essere realistico e troppo intimo per risultare la solita spacconata che molti si aspettano da Stallone. Nel suo non essere imprescindibile, sono finito a vederlo e rivederlo, circa ogni volta che Italia 1 lo ha replicato in tv, non potevo non averlo sulla Bara in occasione del suo compleanno, ma soprattutto, in occasione di quello di Sylvester Stallone, si uniscono alla festa per zio Sly anche Vengono fuori dalle fottute pareti e Il Zinefilo, passate dalle loro parti!

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