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Dead for a Dollar (2022): un altro morto per un dollaro per Walter Hill

Sono giunto alla conclusione che i premi alla carriera al
festival del cinema di Venezia non portino troppo bene ai prediletti di questa
Bara.

Jamie Lee Curtis è stata premiata prima della proiezione
dell’imbarazzante Halloween Kills e nell’ultima edizione è toccato ad uno dei
registi su cui questo blog è fondato, Walter Hill.

Non ci giro troppo attorno, “Dead for a Dollar” era il film
che attendevo di più in questi ultimi mesi del 2022, non solo per la stima
manifesta per Gualtiero Collina, ma soprattutto perché si tratta di un Western,
diretto da un regista che non solo ha sfornato film che ancora oggi sono
fondamentali per molti generi cinematografici, ma che per il Rock ‘n’ Roll di
tutti i generi, quello più americano di tutti, è stato una vera autorità.

Il Re della collina laguna.

Lo conosciamo Walter Hill, è uno che parla solo il mercoledì
e nemmeno tutti, per introdurre il suo film a Venezia ha parlato di miracolo,
per trovare i fondi, ma anche per avviare la produzione, perché allo stato attuale dei
fatti, il Re della collina come molti dei preferiti di questa Bara, deve
sudarsi ogni sporco dollaro di budget, invece di essere celebrato come il
maestro indiscusso che ha dimostrato di essere.

“Dead for a Dollar” ha tutti gli elementi giusti per un
risultato che ad una prima occhiata non è all’altezza delle aspettative, ma
nemmeno della filmografia di Walter Hill. La sensazione guardando Nemesi era di un film che con un budget
un po’ più alto e magari meno ruggini nella regia, avrebbe potuto essere
una storia migliore, questo non mi impedisce di finire a rivederlo ogni volta
che lo passano in tv (cosa che succede abbastanza spesso), ma con Dead for a Dollar Mortdollaro sembra che il budget sia ulteriormente sceso e le ruggini
aumentate.

Le facce sono quelle giuste, ma il post è difficile da scrivere lo stesso.

La storia scritta dallo stesso Gualtiero è puro Hill al 100%, Max Borlund è un cacciatore di taglie con l’aria malinconica e ben poco
sorniona, quindi lontano dai personaggi anche Western a cui Christoph Waltz ci
ha abituati. Nel suo lavoro ha accumulato parecchi “morti per un dollaro” in
carriera, ma lui lavora per soldi non per santi e decisamente non è un santo Joe
Cribbens dal Texas (il ghigno di Willem Dafoe), ladro di cavalli, giocatore
d’azzardo, assassino che però, viene rilasciato per un cavillo legale dalla
legge, ma non da Borlund che idealmente la sua scarcerazione se la lega al
dito. Quanti nemici-amici (ma soprattutto nemici) avete visto nel cinema di
Walter Hill? Tanti, aggiungete alla lista anche questi due.

Salto in avanti della storia, Max Borlund viene assoldato in
gran segreto dal ricco Nathan Price, uno con parecchi ganci nell’esercito
americano, il suo compito è quello di recuperare la signora Rachel Price
(Rachel Brosnahan), rapita da un soldato disertore e per di più nero di nome
Elijah Jones. Il riscatto sarebbero diecimila dollari, ma Price preferisce
pagarne duemila a Borlund per recuperare la signora con più discrezione
possibile, anche se nella cifra non proprio da capogiro, ci sta già tutto il
valore che il marito attribuisce alla moglie.

La lunga tradizione di Reggie e Jack continua.

Con Max parte anche Alonzo Poe (Warren Burke), altro “Buffalo soldier” fedele alla
bandiera che avrebbe dovuto essere il contatto di Jones nello scambio, quindi
abbiamo un’altra coppia, un bianco e un nero di nuovo spalla a spalla, come da
canone imposto da Hill alla cinematografia mondiale, infatti in certe rivincite
(anche a colpi di frusta) che Alonzo si prende contro i razzisti bianchi,
sembra un po’ di rivedere Reggie, decisamente meno comico perché in Mortdollaro
si ride poco, lo spirito sta tutto da un’altra parte, più avanti su questo
punto ci torneremo.

A complicare l’assunto ci pensa la trasferta in pieno
territorio del Chihuahua, una zona dove il criminale locale Tiberio (Benjamin
Bratt) fa il bello e il cattivo tempo, proprio il luogo dove Rachel ed Elijah
si sono rifugiati, perché come potete facilmente intuire – e il film non perde
tempo a nasconderlo – la signora Price non è stata rapita, il suo vero aguzzino
è quello di cui porta il cognome.

I cavalieri dalle ombre mediamente lunghe.

Li vedete i pezzi sulla scacchiera? Cosa manca? Quello che
spariglia, Joe Cribbens arriva in città per giocare a carte, si appiccia (con
ragione) ad un inglese al tavolo da gioco e attira l’attenzione di Tiberio,
insomma tutto è apparecchiato per un certo numero di scontri tra personaggi,
trattandosi di un Western non è improbabile che nel finale ci sarà un grosso duello
e voleranno le pallottole, ma questo in fondo è tutto canone del genere.

La colonna sonora
in stile Spaghetti Western è quella giusta, le facce sono quelle giuste, il
nome del regista poi non è in discussione, anche se il primo colpo al cuore è
la fotografia, ho seriamente temuto che Gualtiero questa volta, si sia dovuto
accontentare del primo direttore della fotografia pescato sul posto, invece è
sempre Lloyd Ahern II, spalla di tutti i film di Hill da I trasgressori in poi, quindi me li vedo un po’ come René Ferretti e
Duccio, a barcamenarsi con la scelta (abbastanza suicida) di virare tutto verso
un color seppia che fa molto cartolina scolorita.

Seppia (Biascica apri tutto)

In certi flashback Hill opta per la macchina da presa a mano
digitale e il bianco e nero, solo che il risultato è più vicino a Nemesi che a Wild Bill, per le parti narrate nel
presente invece, ci sono momenti in cui l’illuminazione funziona, poi arriva il
controcampo e torna l’effetto seppia, che spesso distrae, ti tira proprio fuori
dalla storia e non maschera nemmeno un set un po’ troppo pulitino, precisino,
perché è chiaro che “Dead for a Dollar” sia stato girato con gli spiccioli. Senza scomodare i grandi Western di Hill, questo film va sotto bevendo dall’idrante anche
contro la messa in scena del pilota di Deadwood (diretto dallo stesso Gualtiero), serie che ricordiamolo, HBO ha
chiuso prima del tempo perché girare un Western costa, ma qui il paragone
estetico fa uscire Mortdollaro con le ossa rotte.

La posa degli eroi della Bara (ma con effetto seppia)

I 114 minuti del film si trascinano un po’ pigramente, ci
sono passaggi dove la capacità di Walter Hill di scrivere dialoghi è tutta lì
da ascoltare, in altri invece il budget scarso e la ruggine hanno il
sopravvento su tutto, il problema principale di “Dead for a Dollar” è di essere
nato con un bersaglio disegnato sulla fronte, non solo per la fama del regista,
ma anche per i paragoni diretti, questa storia e questi personaggi avrebbero
dovuto tradursi in un film come Gli Spietati, anzi di più, ma Hill non ha un terzo dei soldi della Warner Brothers
su cui poteva contare Eastwood e purtroppo si vede.

Mortdollaro vive e muore sulle prove del suo cast, ancora
una volta, per essere il fautore di un cinema fatto di uomini, sono i
personaggi femminili di Hill ad emergere come i più tosti del lotto. Il
personaggio interpretato da Rachel Brosnahan sarà anche un po’ ridondante nei
confronti della filmografia dell’attrice però che prova, a testa alta tra le
altre grandi donne forti del cinema di Gualtiero Collina.

Sembra Evan Rachel Wood ma invece è Rachel Brosnahan.

Willem Dafoe ancora una volta torna a ricoprire il ruolo
dell’agente del caos per Hill, meno fumettistico che in Strade di Fuoco, il suo Joe Cribbens è il classico bastardo per cui
si potrebbe quasi fare il tifo, in cui classico è forse proprio il tema più
ricorrente di tutto il film, anche perché in passato il Re della collina ha
sempre contribuito a creare nuovi modelli, portano un po’ di innovazione anche
nelle tematiche. Di fatto “Dead for a Dollar” è un cugino minore, nel senso di
più sommesso di tutti gli altri Western di Hill, certo nella sparatoria finale
qualcuno sfonda una vetrata a cavallo ma non è I cavalieri dalle lunghe ombre e nella ricerca della signora
Rachel, ci sono solo gli echi di BrokenTrail che comunque era ben più drammatico ed epico a seconda di cosa aveva bisogno la trama.

Digerito il budget infinitesimale in “Dead for a Dollar” si
muore senza gloria, anche i personaggi più spudoratamente malvagi vengono
uccisi senza enfasi e la vittoria non è mai scintillante, chi uscirà vivo da
questa storia nei casi migliori, si beccherà una frase prima dei titoli di coda
che riassume il futuri dei personaggi, per certi versi destinati a continuare a
combattere anche dopo i titoli di coda, come il Bruce Willis di Ancora vivo. Ecco perché la prova tutta
a spalle curve di Christoph Waltz potrà far storcere il naso a chi ammira
l’attore per i suoi pistoleri Tarantiniani, ma è la migliore possibile.

«No mi dispiace, non faccio più il dentista»

Parliamo del regista che quando ha avuto l’opportunità di
dirigere il film della vita, quello dove gli è stata concessa carta bianca, ha
firmato un capolavoro come Strade di fuoco che però non finiva con l’eroe impegnato a cavalcare verso il
tramonto con la sua bella. Ha ragione Walter Hill nel dire che questo film è un
miracolo che esista, che qualcuno gli abbia concesso un budget (non
all’altezza) e dei nomi di richiamo per poter tornare ancora una volta nella
sua amata frontiera, e se quando ha avuto tutti i soldi del mondo Hill ci ha
ricordato che essere il Re della collina vuol dire essere fondamentalmente
soli, con i quattro spicci di “Dead for a Dollar” ribadisce il concetto, muori
per un pugno di dollari, dirigi per la stessa cifra, decisamente non all’altezza
ma i guerrieri di Hill sono sempre stati così, pronti a combattere tutta la
notte per tornare in un posto di merda come Coney Island o per portare a casa
un Western che non ha spazio per la gloria.

“Dead for a Dollar” sta tutto qui, fanalino di coda di una
filmografia che andrebbe studiata da tutti quelli che il cinema, vorrebbero
farlo per davvero, tra la malinconia di chi sa che dovrà combattere per tutto e quella di chi sta sulla sua collina, solo, come un Re.

Prendere o lasciare perché con
Walter Hill e i suoi personaggi, non si sceglie quasi mai di stare dalla parte
dei vincitori, io ho scelto da tempo, per ricorare la carriera di Walter Hill, trovate la rubrica, questa Bara riconosce un solo regnante.

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