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Death Race (2008): Stathamkenstein vive!

La leggenda vuole che Roger Corman abbia
gradito molto “Shopping” (1994), film d’esordio di Paul W. S. Anderson e abbia
aperto l’abbondante portafoglio per distribuire la pellicola anche negli Stati Uniti.

Non dev’essere stato male per un Inglese pieno d’idee bellicose come
Anderson, ricevere tali attenzioni da una leggenda come Corman e, siccome al
ragazzo il carattere non ha mai fatto difetto, proprio in quell’occasione
espresse la sua volontà di fare un remake di Anno 2000 la corsa della morte. Ci sono voluti solo 14 anni di
attesa, ma alla fine chi la dura la vince.
Anche se il piano originale di Corman, bisogna
dirlo, era diverso: lui avrebbe voluto vedere Tom Cruise sotto la maschera
di Frankenstein, il pilota interpretato da David Carradine nel film originale,
ma Tommaso Missile rifiutò (per tre volte!) la sceneggiatura del film e si
mise a litigare con tutta la produzione. Ma anche voi, egomaniaco com’è quell’uomo
gli chiedete di mettersi una maschera? Eh, dai su, è normale che poi Tommaso
parte di capoccia se non può sfoggiare il suo sorriso a 96 denti.
Insomma, di riffa e di raffa a Corman torna in
mente quel ragazzotto inglese che, ancora reduce dalla bordata di fischi
ricevuti (e ingiustificati) di Alien Vs.Predator, era alla ricerca di un altro pasticcio in cui infilarsi.



“Cosa ti devo dire Giasone? I soggetti facili mi annoio”.

Ma prima di tornare a parlare del film, vi consiglio di passare a trovare il Zinefilo, che su questa pellicola avrà parecchio da raccontarci!

A dirla tutta, però, Anderson s’ispira più ad
un altro film piuttosto celebre con giochi mortali e futuri distopici, ovvero l’originale
Rollerball, da cui ha preso in
prestito l’idea dell’arena chiusa in cui svolgere il massacro in diretta
televisiva, una buona idea considerando che il film di Norman Jewison è ancora
oggi un capolavoro del genere. Ecco, peccato che poi Anderson si faccia un
attimo prendere la mano, iniziando a parlare di macchine da corsa che diventano
invisibili (!) o che si trasformano in mega robot (!!), a quel punto Corman gli
batte due dita sulle spalle e gli fa: “Sentì un po’, vabbè che paga pantalone
qui, ma cala un po’ le arie”.

L’Idea di Anderson per un film più sobrio e morigerato.

50 giorni di riprese e 45 milioni di ex
presidenti stampati su carta verde dopo (budget più alto di sempre per un film
di Corman), Anderson sforna la sua versione di “Death Race”, a detta del
regista ambientato 15 o 20 anni prima del film originale, anche se non si sa
bene il perché, è ambientato 12 anni dopo, nel 2012 appunto.

Jensen Ames è un ex campione di NASCAR caduto
in disgrazia per colpa della crisi economica che sta falcidiando il mondo,
meglio non farsi troppe domande sul perché un campione di gare NASCAR, debba
risentire della crisi economica e finire a fare l’operaio sottopagato in
fonderia e nemmeno del perché il suddetto pilota abbia il grugno e i muscoli
di Jason Statham che per questo film si è preparato con un ex Navy Seals, ha
visitato la prigione di Corcoran in California e ha portato la massa grassa
del suo corpo dal 20 al 6%, il tutto per stare seduto a guidare una macchina,
se gli avessero chiesto d’interpretare Rambo. cos’avrebbe fatto? Scatenato la Terza Guerra Mondiale?



“Lasciami guidare o scateno una guerra che non te la sogni neppure” (Quasi-Cit.)

Il nostro Jensen, malgrado le sfighe, è un
bravo ragazzo con moglie e figlia, uno a cui non frega niente del programma
televisivo più visto di sempre, la famigerata “Death Race”, una corsa mortale
tra galeotti alla guida di bolidi armati e corazzati, sulla pista della
prigionale di Terminal Island, gestita con il pugno di ferro dalla direttrice Hennessey,
una Joan Allen in un ruolo molto diverso dal solito, ma molto azzeccato.

Siccome la trama è stata scritta da Anderson,
non è difficile intuire chi è l’ex campione di NASCAR che verrà incastrato per
l’omicidio della moglie e dovrà correre a Terminal Island per aver salva la
vita e vendicarsi del vero assassino… Dai, era facile, no? Ecco bravi, come L’Implacabile, quasi uguale.



Ecco, provate con LUI a fare la constatazione amichevole!

Quello che interessa davvero a Paul W. S.
Anderson, è fornire una nuova angolazione rispetto all’originale Death Race 2000, nella scena d’apertura
del film, appena appena spettacolare, vediamo il pilota mascherato Frankenstein
(doppiato proprio da David Carradine, storia vera!) morire malamente prima dei
titoli di coda, essendo il favorito del pubblico, Hennessey sa che chiunque
potrebbe indossare la maschera di Frankenstein, ma pochi potrebbero guidare
come lui, da qui il piano per incastrare Jensen, che ci viene spiegato in una
delle poche scene di dialogo, che sembra durare da sola due ore, perché
il resto del film va ad un ritmo indiavolato.

Come si può voler male a “Death Race”? Il film
è ancora una discreta bombetta, me lo sono rivisto qualche giorno fa trovandolo
anche migliore di come lo ricordavo, Anderson aggiorna tutto, la maschera di Frankenstein,
le automobili che sono finalmente dei bolidi corazzati e non dei colorati
go-kart usciti dalla sfilata di carnevale di Viareggio.



Un film di genere, si ma che genere? Il genere figo!

Inoltre, Anderson riesce a rendere quasi
credibili delle trovate da videogioco che per un altro meno convinto di lui,
sarebbero state pericolose macchie d’olio sulla pista su cui scivolare e
schiantarsi, l’idea dei “tombini” in acciaio, su cui i piloti devono guidare
per attivare le armi (di attacco e di difesa) a bordo delle loro automobili, è
chiaramente presa in prestito dal mondo dei videogiochi, ma è anche una trovata
che Anderson riesce a sfruttare bene, tra sabotaggi e piloti costretti ad
improvvisare quando si ritrovano a corto di armi.

Anderson centra in pieno tutta l’atmosfera
carceraria, è chiaro che il suo intento è quello di fare un film con macchine
che si schiantano, sgommano e tirano dei ciocchi fortissimi, ma non dimentica l’ambientazione che, comunque, ha la sua parte. Jensen Ames appena arrivato si becca
dai secondini una doccia con l’idrante in puro stile Rambo (meglio non farlo
notare a Statham, la Terza Guerra Mondiale è dietro l’angolo…) e poi si ritrova
a collaborare con la sua squadra di meccanici, tutti carcerati con il talento
per i motori che, a ben guardarli, sembrano usciti da “Sorvegliato speciale”,
giusto perché sia chiaro che Jason Statham studiava da Sly Stallone versione
2.0 anche prima di finire in squadra con lui negli Expendables.



“Ho detto che volevo l’M60 come in Rambo 2, questi sono i minigun di Terminator 2!”

Quindi, il film è popolato da una serie di
facce giuste che levati, ma levati proprio, il capo meccanico Coach, è il
solito grande Ian McShane, caratterista da cinque stelle extra lusso. Mentre il
capo dei secondini è Jason Clarke, uno che ultimamente sta coprendo ruoli da
protagonista, anche se il cattivo è sempre quello che gli riesce meglio. Aggiungete i tatuaggi sul collo di Robert
LaSardo (uno che una parte da carcerato in un film l’avrà finché campa) e Tyrese Gibson che eredita proprio da
Stallone il ruolo di Machine Gun Joe e, intanto, scaldava i motori per entrare a
far parte della famiglia di Toretto e soci.

La trama è un buon compresso tra il pretesto
per mettere un tostissimo Jason Statham dentro una Ford Mustang GT del 2006 e
un riuscito aggiornamento del film del 1975, anche rivedendolo devo dire che mi
è sembrato un po’ debole l’espediente finale con cui i buoni prendono per il
naso i cattivacci e anche la vendetta contro Hennessey si consuma in maniera
davvero frettolosa, in ogni caso l’azione e le gare sono la vera forza del
film e quelle sono girate davvero alla grande!
Anderson ci ficca dentro di tutto: sgommate,
sparatorie, scudi d’acciaio, sedili eiettabili, bombole di NOS, un camion
blindato che sembra il cugino alla lontana della Blindocisterma di Mad Max Fury Road.



Una Blindocisterna, PRIMA della Blindocisterna, ma comunque DOPO un’altra Blindocisterna.

Inoltre con un estremo (ma gradito) sacrificio della credibilità, si gioca anche la carta “Michael Bay”, quando va entrare in scena (ovviamente a rallentatore e con musicona sparata a palla) i co-piloti che, naturalmente, arrivano dal carcere femminile e sono tutte delle strappone esagerate, perché è chiaro che in carcere hai tutto il tempo di farti unghie, capelli e magari pure un paio d’ore di step al giorno.

Anderson, ma se questa è la tua idea di WIP, girarne sette otto? brutto?

Per assurdo Case, la co-pilota assegnata a Jensen
è un personaggio che funziona, è scritta più che decentemente, le sue
motivazioni funzionano e Anderson accenna anche un minimo di passato
travagliato, tutto riassunto in una sola riga di dialogo tra una gara e l’altra.
Niente da dire nemmeno su Natalie Martinez (vista in Self/Less) e che le vuoi dire? Brava, non so bene come faccia una
con quella scollatura ad essere un aiuto e non una distrazione per un carcerato
al gabbio da mesi, ma probabilmente mentre stai prendendo una curva a 180Km/h e
quello dietro ti spara addosso con due fucili mitragliatori, è bene restare
concentrati e non togliere le mani dal volante.

“Ho detto occhi sulla strada, ti vedo che sbirci…”.

Insomma, il “Death Race” di Paul W. S. Anderson
è caciarone e divertente, ha tutto quello che uno vorrebbe vedere in un film d’azione
di questo tipo ed è un modo originale per riportare sul grande schermo un
classico del cinema, senza dover per forza ripeterlo fotogramma per fotogramma,
perché Anderson potrà pure essere uno sceneggiatore modesto e un ragguardevole
tamarro di periferia, ma riesce sempre ad approcciarsi alle storie con il
piglio giusto, il ragazzo è più creativo di quanto i flop al botteghino lascino
intendere, grazie al lavoro di Anderson questa saga potrebbe andare avanti
ancora a lungo cosa che, in effetti, ha fatto, ma questa… E’ un’altra storia.

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