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Deathstalker (2025): Steven Kostanski ha il potere! (dello sword and sorcery)

Lo dico sempre che dobbiamo preservare questo mondo perché è l’unico su cui vivono gli Astron-6, il collettivo canadese da cui arriva quel genietto di Steven Kostanski, un autore che ormai da diversi anni è una costante, le edizioni del ToHorror su succedono nel tempo e il suo nuovo lavoro, non può mancare nel programma.

Quest’anno, la venticinquesima edizione del festival indipendente più longevo d’Italia (avete sentito qualche giornale locale parlare? Ecco, nemmeno io, che pena) si è giocata l’ultima fatica del buon Steven, un titolo che conferma tutta la sua rivoluzionaria idea di cinema, e scrivo rivoluzionaria perché l’umorismo, in questa società in picchiata ormai è l’ultimo baluardo della resistenza.

Affrontate la vita e le difficoltà con il sorriso malandrino di Kostanski.

Basta guardare cosa esce in sala, produzioni sempre più grosse e costose, basate su tanta computer grafica, spesso orribile, e massicciamente orientati ad uno strangolante effetto nostalgia, sempre attorno a quei tre o quattro titoli noti, se degli anni ’80 meglio, che non vengono nemmeno rielaborati, ma semplicemente replicati in nome di un post-modernismo di plastica e di incassi, in teoria facili, ma nemmeno così garantiti a ben guardare. “Deathstalker” si apre, con una decapitazione, perché Kostanski non ne nega una a nessuno, ma anche con una sorta di armata delle tenebre inarrestabile e la domanda: chi ha il potere di fermarla? Nel film è un barbaro dal bicipite arrogante, nella realtà è proprio lui, il nostro Steve, l’eroe di cui abbiamo bisogno da apporre all’armata dei filmacci ad alto budget e poche idee.

Kostanski è quello che ha firmato il miglior capitolo della saga di Leprechaun, quando nessuno si aspettava un nuovo capitolo della saga di “Leprechaun”, e parliamo di un lavoro quasi su commissione, perché quando fa i suoi film, Steve regala al mondo gioielli di culto come PG – Psycho Goreman oppure omaggi ai film con i mostrini degli anni ’80 come Frankie Freako, questa volta invece ha fatto una cosa che da appassionato di cinema, vorrei sempre veder fare quando si parla di rilanci e rifacimenti, ma per motivi economici non fa mai nessuno, perché è meglio sfornare il dodicesimo capitolo della stessa saga ultra nota, sperando che il pubblico muova il culo da casa per andare in sala a sorbirsi la minestra riscaldata.

Usare bene la plastica, per combattere il cinema di plastica.

Forse il mondo non sarebbe un posto migliore se invece di rifare i film famosi, rifacessero quelli bruttini ma con potenziale, ma sicuramente sarebbe più creativo il cinema. Kostanski ha fatto proprio questo, perché andiamo, quanti davvero sono stati cosi pazzi da guardarsi tutti i quattro capitoli della saga di “Deathstalker” prodotta ai tempi da Roger Corman, ve lo dico io, pochi, uno lo conoscete di sicuro. Il risultato è come per il leprecauno di cui sopra, il miglior capitolo di una saga che i più non conoscono, che non solo denota i gusti di Kostanski, ma è una conferma sul suo modo di fare cinema.

Il suo “Deathstalker” prende quello che gli interessa dai vari capitoli, il tema musicale (lasciatemi l’icona aperta, questo merita una sua analisi), l’entrata in scena epica e il protagonista muscoloso del primo capitolo, l’ironia del secondo, l’uomo con la faccia da porco e beh poco altro, perché la sensazione è che il nostro Steven abbia preso l’impolverata scatola dei giocattoli con su scritto a penna “Deathstalker”, l’abbia rovesciata sul pavimento e ci sia rimesso a giocare. Alla fine si fa bastare un guerriero barbarico, un maghetto, una ladra e parecchi mostri per mandare a segno un altro gioiellino che rinfresca la lunga tradizione del filone “Sword and sorcery” nato sulla scia del Conan di Milius, che nel tempo ci ha regalato tanti classici, più o meno noti.

Eppure io Luke e Yoda li ricordavo un po’ diversi.

Il regno di Abraxeon è minacciato da un’armata delle tenebre inarrestabile, i Dreadites sono i classici nemici senza volto dei cartoni animati degli anni ’80 (pensateci, erano tutti così) con armature rosse tipo il Dracula di Gary Oldman, però al servizio di un di un necromante che vive in un castello a forma di teschio di nome Nekromemnon. Il mago cattivi rivuole il medaglione di chissenefrega, perché tanto davanti a tutti questi nomi e a queste situazioni archetipiche del genere “Sword and sorcery”, reagiamo come Deathstalker, sciacallo un tempo guerriero della regina, che campicchia rubacchiando, armato solo del suo talento con la spada e della sua disillusione.

Permane la gag del “nome” del protagonista, che nella sua lunga entrata in scena da vero maranza, viene pronunciato da tutti tranne che da lui stesso, l’oggetto MacGuffin che costringe questo Jena Plissken di turno ad interessarsi al mondo intorno a lui è un medaglione maledetto da cui non riesce a liberarsi (letteralmente!), Nekromemnon lo desidera, e il nostro recalcitrante eroe dovrà andare in lungo e in largo per liberarsi della maledizione, facendo la conoscenza del maghetto dalla mira di merda Doodad (Laurie Field ma con la voce di Patton Oswalt) e della ladruncola Brisbayne (Christina Orjalo). Insomma, puro canone dello “Sword and sorcery”, però con il fattore Steven Kostanski a rendere tutto una meraviglia.

Riuscitissima senza bisogno di nessuna caratterizzazione, avercene di personaggi così.

Come sempre davanti al nuovo film del regista, devo trattenere l’entusiasmo, perché la prima reazione istintiva sarebbe descrivervi tutte le trovate, sia comiche che visive con cui Kostanski riempie lo schermo, perché sono proprio quelle che caratterizzano e migliorano “Deathstalker”, un film che azzecca tutto, a partire dal suo protagonista impersonato da Daniel Bernhardt, una vita da stuntman e marzialista all’ombra di Van Damme, soprattutto nella saga di “Bloodsport” che si guadagna la prima fila, perfetto nel risultare tosto, comico e scemone (ma non troppo) in una prova che era più facile sbagliare che azzeccare, come invece ha fatto lui.

Il segreto dell’acciaio, ma anche della ghisa a giudicare dalle braccia.

Con la sua fantasia sfrenata, Steven Kostanski costruisce un mondo di déi, mostri e demoni sopra l’esile iconografia dei precedenti Deathstalker, composta fino a questo momento essenzialmente da Piggy, l’uomo con la faccia da maiale e poco altro, infilandoci di tutto con una Joie de vivre artistica evidente, direi invidiabile, il risultato è la dimostrazione che il nostro conosce il segreto dell’acciaio ed è abbastanza intelligente da omaggiarlo, senza imitarlo anzi, prendendolo amorevolmente in giro, giocandoci proprio come farebbe un bambino pieno di entusiasmo. In un mondo di film di plastica, Steven Kostanski firma una cosina che se avessi visto da bambino avrei amato, solo con molto più sangue, arti mozzati e squartamenti, che trova proprio nella plastica e nella gomma piuma un potente alleato.

«Ragazzo, te lo hanno mai detto che somigli proprio ad un porco?» (cit.)

Parliamoci chiaramente, figlio del modo di fare film di Roger Corman, la saga di Deathstalker aveva l’obbiettivo nemmeno celato di infilare lungo la trama quante più bellissime figliole svestite possibili, missione apprezzabilissima e del tutto compiuta. Quel genietto di Steven Kostanski, con il cuore di un bambino, si pone lo stesso obbiettivo, solo che invece delle donnine con tanta epidermide esposta, lui infila dentro i mostri, tanti, originalissimi e realizzati proprio da lui in un altro, bellissimo, tripudio di effetti speciali vecchia scuola.

Se escludiamo il protagonista, la ladruncola, il cattivo e lo sgherro che arriva dal passato di Deathstalker, quella specie di grosso avvoltoio di Jotak (Paul Lazenby), oltre ad un altro paio di umani di contorno, il resto dei personaggi del film sono tutti realizzati con trucco, gomma ed effetti speciali pratici. L’orda di assassini sulle tracce del protagonista si compone con orridi sgherri a due facce, sicari mummia armati di catene e teletrasporto, vermacci dentuti incattiviti e un esilarante… Banshee? Non lo so, non è chiaro, ma qualunque cosa fosse quel coso urlate e svolazzante, è al centro di alcune delle scene più divertenti ed esaltanti del film, quindi bene così!

Round one… FIGHT!

Come PG – Psycho Goreman, vorresti uscire dalla sala e correre a spendere tutti i tuoi soldi nelle “Action figures” (o i pupazzetti, sono di un’altra epoca) che hai appena visto sullo schermo, perché sono uno meglio dell’altro, ho seriamente invidiato la creatività di Kostanski, immaginandomelo da bambino, a disegnare i mostri più pazzi come facevo io a scuola, solo molto meglio di quanto abbia mai fatto io. Cioè, vogliamo parlare di quel coso (termine tecnico) di pietra, con la faccia che ruota? Quello è un MOTU (Master of the Universe) però con dentro l’Ooze delle Tartarughe Ninja. Io francamente non so come non si possa amare Steven Kostanski e la resistenza messa in atto con il suo cinema.

Il momento chiave per me è uno, non voglio rivelarvi troppo perché questo è un film che va gustato, ma ad un certo punto, cicciano fuori un’altra tornata di creature brutte (quindi bellissime), talmente tanto che da appassionato di bestiacce e questo tipo di effetti speciali vecchia scuola, personalmente avrei voluto abbracciare, ecco, appunto, magari il paragrafo così, potrebbe risultarvi un po’ oscuro, ma quando vedrete il film capirete che abbracciare i mostri, è la quintessenza del cinema di Steven Kostanski riassunta.

Il manifesto programmatico del cinema di Kostanski.

Vi ero debitore di un’icona da chiudere, lo faccio subito: nel suo giocoso delirio, uno dei pochi elementi citazionisti è la colonna sonora, una roba giustamente strapiena di Metal composta dai fidati Blitz//Berlin e vitaminizzata da schitarrate a buttare ad opera di Slash, insieme a Bear McCreary e Chuck Cirino che non solo hanno rivisto il tema principale della saga, ma lo hanno delineato in tutte le versioni possibili, proprio come si faceva con i vecchi film poverelli di un tempo, dove avevi i diritti per una canzone e la riciclavi per tutto, quindi il tema diventa una ballata Power Metal oppure viene suonato al flauto, ribadisco, solo amore per Kostanski, solo amore!

Ovviamente questo film non riporterà ad una rinascita dello “Sword and sorcery”,  risulterà essere solo l’ennesimo ottimo film nella coerentissima filmografia di un regista che si oppone, testardamente e con una grande gioia nel cuore, ad un cinema sempre più freddo e malinconico, divertendosi lui per primo e tutti quanti noi insieme a lui, se serve anche esagerando, ma con tutti i riferimenti giusti, per dirne uno, Albert Pyun si era “limitato” ad una spada a tre lame, il nostro Stevie è riuscito a fare di più, perché facendo le citazioni giuste: Steven Kostanski ha il potere!

Ha persino la giacchetta rosa del principe Adam, cosa vogliamo criticare a quest’uomo?

Come sempre, grazie al ToHorror per averci permesso di vedere questo gioiellino in sala, per il resto delle visioni dal festival, arriverà almeno un altro post a tema, forse nessuna testata o pagina di cinema a chilometro zero ha dedicato parole per un festival che come Kostanski, testardamente resiste, questa Bara, come sempre, porta avanti il suo servizio di pubblica utilità.

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