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Dellamorte Dellamore (1994): ci son tre cose al mondo, le donne e il vino nero, la terza è il cimitero

Gli zombi. L’umorismo macabro. Anna Falchi. Suore
ammazzate à go go. Il sesso. L’amore. La morte. Anna Falchi. Teste zombi
volanti. Stragi di bambini. Motociclette. Tombe. Anna Falchi.

La Bara Volante fa scalo al cimitero di Buffalora e
a scavarvi la fossa ci pensa il nostro becchino di riserva: Quinto Moro, a te
la pala!
 
Doverosa premessa per chi non avesse mai visto il film: è una roba. Una roba bizzarra, che si riassume bene in quel verso di Thom Yorke “I’m a creep, I’m a weirdo” eccetera. Non è un vero horror, anche se ci sono gli zombi ma non fanno paura, fanno parte della commedia. Ma non è una commedia, anche se c’è dell’umorismo scemo che fa concorrenza alle trovate di Ortolani. È un film tutto smandrappato, come il suo protagonista.

Ma cominciamo dall’elefante nella stanza: Dylan Dog. Così vendevano “Dellamorte Dellamore” nel 1994: il film su Dylan Dog, giocandosi al massimo l’ingaggio di Rupert Everett, le cui fattezze avevano ispirato l’Indagatore dell’Incubo su carta.

Prima del detective londinese romantico e malinconico, l’autore di Dylan Dog, Tiziano Sclavi, aveva concepito la storia di un ugualmente romantico (ma decisamente più nichilista e bastardo) guardiano del cimitero, tale Francesco Dellamorte impegnato a rimandare sottoterra i “ritornanti”, defunti che non si sa bene perché vogliano ritornare in questa valle di lacrime. Scritto nei primi anni ’80, “Dellamorte Dellamore” non era proprio un romanzo, più un insieme di racconti in forma di sceneggiatura per un film o un fumetto. Il libro vide le stampe solo nel 1991, forte del successo esplosivo di Dylan che aveva reso spendibile il nome del suo autore.

Nel frattempo il personaggio originale – Francesco – e la sua forma definitiva – Dylan – s’erano incrociati nel 1989 sulle pagine dello Speciale n. 3 “Orrore Nero”, in una storia che omaggiava pure lo Scarface di De Palma.

Tre volti di un personaggio tra fumetto, libro e film.

Dato il buon successo del libro e col fumetto all’apice della fama, i tempi erano maturi per un film, ovviamente non sul fumetto, eh. Se c’è una cosa che nel nostro stivale bucato non abbiamo mai imparato, è dare al nostro patrimonio fumettistico la giustizia che meriterebbe in film e serie. Certo sempre meglio che buttarlo in mano a produzioni che piscino in testa a un soggetto senza nemmeno la cortesia di chiamarla pioggia (ogni riferimento a quello scempio che fu “Dylan Dog – Il film” di Munroe è assolutamente voluto).

Va detto che prendendo spunto dal libro di Sclavi, Gianni Romoli e Michele Soavi hanno avuto lo spazio di manovra per una sceneggiatura sgangherata e fumettistica nello spirito, con le immancabili filastrocche strappate agli albi (e agli anni) d’oro di Dylan Dog. Una sceneggiatura capace di dire qualcosa col suo folle mondo e i suoi personaggi, a cui lo stesso Sclavi diede il suo pieno apprezzamento.
Il Francesco Dellamorte del film è un Dylan che non ci ha creduto abbastanza ma con le stesse manie, la stessa pistola, il maggiolino Volkswagen, e come passatempo un rompicapo a forma di teschio anziché un galeone. C’è poi la spalla comica che si esprime a grugniti (antitesi del logorroico Groucho) e un ispettore di polizia che tiene il protagonista in simpatia, anche se non si sa bene perché. C’è il romanticismo e l’erotismo tutt’altro che velato perché Eros e Thanatos, si sa, vanno a braccetto.
«Godimi ora, sub-creatura» (Cit.)
Quando nel 1994 uscì il film, il regista Michele Soavi sembrava lanciatissimo nel panorama horror, già spuntavano i paragoni con Dario Argento che gli aveva pure ceduto la regia de “La setta”. Soavi, cresciuto a pane e horror, s’era fatto la gavetta come assistente di Lamberto Bava, dello stesso Argento e persino di Terry Gilliam. “Dellamorte Dellamore” poteva essere la consacrazione, salvo poi rivelarsi il film con cui Soavi si congedò definitivamente dall’horror e dal cinema per un decennio, dedicandosi alle fiction tv in salsa poliziesca. Il film non raccolse i giusti dividendi presso il pubblico. Aficionados bonelliani a parte, era un prodotto difficile da inquadrare, non per le masse, e si portava addosso – con tanto orgoglio quanta avventatezza – un gusto del grottesco esagerato e una dose di malinconia ed esistenzialismo mica da ridere.
Trentenni sull’orlo di una crisi omicida
La regola cassidiana dei primi cinque minuti che determinano tutto l’andamento del film è rispettata: la farsa è servita dalla prima scena, col geometra che torna dalla tomba e si presenta alla porta del becchino con tanto di valigetta ventiquattro ore prima di beccarsi una pallottola in testa. Ciccio, sei morto, fattene una ragione. E perché vorresti tornare in vita poi? Per fare ancora il geometra? Torna sotto terra che qua fuori è un brutto mondo.
Per il becchino di Buffalora gli zombi sono ordinaria amministrazione, anzi lavoro extra, una gran seccatura. Francesco Dellamorte non è l’eroe che tiene al sicuro la cittadina dagli zombi, è un trentenne disadattato incapace di avere una vita al di fuori del lavoro che è tutto fosse e cadaveri. Niente di così orribile. Niente di speciale. Routine.
Dell’epidemia zombesca nessuno sa niente e Francesco tace per paura che gli chiudano il cimitero, tra indagini e moduli da compilare, certificati di ri-morte e Dio solo sa cos’altro. Visto l’oblio del genere zombesco nel cinema anni ’90, demitizzare e smontare a tal punto gli zombi l’ho trovato geniale, specie ripensando alla rinascita (e ri-morte) del genere nel nuovo millennio. Anche perché superato lo shock iniziale, se i morti tornassero in vita sul serio, cosa dovremmo farne? È già difficile trovare un buon posto di lavoro, ci manca solo che qualcuno torni a prenderselo dall’oltretomba, o che una vecchietta macilenta torni a reclamare la pensione da qui all’eternità. Il sistema pensionistico mi pare già abbastanza fottuto senza i ritornanti.
La risposta definitiva alla burocrazia.
Rupert Everett centra il personaggio in tutte le sue sfaccettature, dal lato comico a quello patetico, sino a quello più dolente e oscuro che emerge nel finale (nota di merito al fantastico doppiaggio di Roberto Pedicini). François Hadji-Lazaro che nella vita fa il musicista, dà al goffo Gnaghi una personalità irresistibile con una prova tutta fisica, ci restituisce tutta l’anima del bambino in un corpo adulto. La bromance tra becchino e assistente sopravvive alle turbolenze della morte e dell’amore, regalandoci un finale bello e malinconico (su questo ci torniamo). Ma il vero motore della trama, quello che spariglia le carte nella vita grigia dei personaggi è l’arrivo dell’amore, che ha la prorompenza sensuale della donna senza nome, archetipo ben incarnato da una Anna Falchi poco più che ventenne, femminilità strabordante una e trina. Sono infatti tre i personaggi che interpreta, tutti senza nome e contrastanti per carattere ed estetica, diverse incarnazioni dell’amore da quello più etereo e sognante a quello più vuoto.
Solo due anni prima, la Falchi era stata lanciata da Fellini in uno spot tv in cui interpretava, pensate un po’, la donna dei sogni dell’italiano medio grigio e sovrappeso che fu Paolo Villaggio. Fellini era un dritto, uno che vedeva lontano e molto chiaro. Per Anna Falchi, Dellamorte Dellamore era il primo ruolo da protagonista e ci ha messo tutta la convinzione possibile, mostrando (oltre alle prorompenti grazie) uno scorcio dell’attrice che non sarebbe mai diventata.
Lei sarà pure vedova, ma noi siamo orfani dell’attrice che poteva essere.
Michele Soavi, al netto di un budget modesto porta a casa il risultato, tra scenografie curatissime ed effetti artigianali, alcuni visibilmente posticci. Coi pochi soldi a disposizione Sergio Stivaletti – truccatore ed effettista di fiducia di Argento e Lamberto Bava – non poteva fare miracoli. Non mancano belle trovate visive e scene ben costruite, dal tetro ossario sgocciolante di teschi alle apparizioni della Morte.
Si nota chiaramente lo stacco tra quelle scene dirette con calma (nel cimitero) alla fretta da “buona la prima” delle scene nel paesello, con inquadrature ballerine e montaggio un po’ così. Eppure il tono farsesco rende il tutto accettabile, vedi la mattanza dei motociclisti che sa di parodia, come uno sketch alla Benny Hill versione splatter, che diventa delirio nella scena del funerale. Si va tanto sopra le righe che un effetto speciale brutto o una scena poco riuscita rientrano nella farsa e caspita, per me funziona.
Trovate sceme come la moto incidentata al posto della bara o la suora zombi presa a padellate sono impagabili. Dalla malinconia si passa alla messa in ridicolo del lutto, sino a momenti più tetri, col becchino che “si porta avanti col lavoro”, o il finale che fa emergere il lato più oscuro del protagonista.
Soavi che cita Freghieri che cita Magritte. Nel film c’è pure un’altra citazione pittorica, a voi scovarla.
Se vi addentrate per i gironi dell’infernet troverete tante altre pagine che parlano del film, anche meglio di quanto mi sarei aspettato, perché nonostante i modesti incassi è riuscito a costruirsi un discreto seguito, anche grazie al mercato home video. C’è qualcosa di viscerale in questa storia che va al di là della messa in opera. Si scherza e si ride della morte, si scherza e si piange dell’amore. La morte è una farsa, l’amore una tragedia e la vita il grottesco nulla tra i due estremi, sempre in sospeso tra poesie e barzellette.
Anche le parti più deliranti, con Francesco che pur di stare con la segretaria casta e sessuofoba è disposto ad evirarsi, raccontano le distorsioni mentali di noi maschietti, di un finto romanticismo malsano e distruttivo.
Il fumo nuoce gravemente alla salute. Pure l’amore non scherza.
Tra una sciocchezza e un dramma, la farsa di amore e morte arriva al finale quasi per caso. La palla di vetro vista sui titoli di testa torna sui titoli di coda, con Francesco e Gnaghi chiusi in una bolla che non è solo una rottura della quarta parete, ma dà un ulteriore senso al mondo che vuole raccontare. Buffalora non è che la piccola provincia (italiana e non) da cui sembra impossibile scappare. Il mitologico “resto del mondo”, un miraggio lontano impossibile da raggiungere perché, come diceva il buon Freccia in un altro film, la voglia di scappare da un paesino con qualche migliaio di abitanti è la voglia di scappare da te stesso, e da te stesso non ci scappi nemmeno se sei Eddy Merckx. Tanto le ossessioni sono sempre le stesse, i centri di gravità permanente sono quei tre: l’amore e il vino nero, e infine il cimitero.
«Non si è mai
abbastanza diversi, beh tu certo sei un caso a parte»
(il parere
estemporaneo non richiesto e rafforzativo di uno stramboide di nome Cassidy)

“Dellamorte
Dellamore” è un film strambo che piace agli strambi, infatti l’ho amato dal
primo minuto.
Certo un po’ hanno
contribuito la coppia di “ali” di Anna Falchi (sempre sia lodata!), ci ho messo quattro visioni
per rendermi conto che le spuntano proprio in prossimità delle spalle in quella scena lì, quella che ricordate tutti. Alle prime tre visioni ero distratto dalle bocce.

No, “Dellamorte Dellamore” parla proprio al
disallineato dentro di noi, quello che spera di risultare figo come Francesco
Dellamorte, ma molto più probabilmente somiglia a Gnaghi a cui dedichiamo il
post, non solo perché chiaramente uno di noi, ma anche perché l’attore e cantante
François Hadji-Lazaro, ci ha lasciati proprio quando Quinto Moro ha consegnato
il post (storia vera). Chissà se dovremo attendere anche il suo ritorno?

Come ci si riduce
dopo tanti anni a custodire la Bara, impari a trovare la poesia dove meno te l’aspetti.

Francesco che
sognava di cambiare nome, perché Andrea Dellamorte suona meglio, è un Eric Draven meno fan dei Kiss o un Patrick Bateman più proletario, non ci sono dubbi
su chi sia l’assassino, ma lui viene considerato troppo strano anche per essere
indiziato, anche se urla la sua confessione. La società attorno a lui è
troppo impegnata a ragionare per luoghi comuni, restando aggrappata alla vita,
al ruolo, a vecchi amori o alla poltrona, continuando ad ignorare uno
stramboide come lui.
Buffalora è la
provincia, ma anche uno strambo Paese a forma di scarpa, infatti trovo significativo
che il primo nome che balza agli occhi durante i titoli di testa, prima del
bell’inizio descritto da Quinto Moro sia quello di uno che ha segnato il calcio, la
televisione, sicuramente la politica e di conseguenza il cinema italiano. Un
politico come il sindaco Scanarotti interpretato da Stefano Masciarelli, con un
titolo che però non è quello di ragioniere. Non si sa cosa fa tornare in vita i
morti a Buffalora, allo stesso modo non possiamo dire con certezza che sia colpa di quel signore nei titoli di testa la morte di tutto quel cinema di genere nostrano, che piace a questa Bara, che è finito in una fossa, perché il gusto del pubblico è cambiato. Una volta
ci piacevano “sandaloni”, spaghetti western e guarda un po’, horror, ora
preferiamo il varietà, il bunga bunga e quei film che fanno tanto ridere e tanti soldi sotto Natale.
Gli ultimi boy scout – Missione: morire
Dellamorte Dellamore” per me, resta l’ultimo
grande, piccolo culto del nostro cinema di genere, prima della fine della
filmografie dei nostri registi horror e prima di restare come Francesco e Gnaghi,
gli ultimi due stramboidi a cui piacciono ancora quelle storie piene di amore e morte.
Non si scappa da Buffalora, infatti siamo rimasti nel nostro cimitero a vegliare sui
cadaveri, su tutte quelle storie a cui Michele Soavi qui ha reso omaggio,
aspettando. Magari ritorneranno chissà, fino a quel momento vegliamo sulla Bara, in attesa del ritorno… GNA!
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  1. Per me è un piccolo ma GRANDE cult, lo vidi anni fa e me ne innamorai perdutamente.

    • Anche io non mi sono mai ripreso dalla prima visione, passione fin da subito 😉 Cheers

  2. Per me è un piccolo ma GRANDE cult, lo vidi anni fa e me ne innamorai perdutamente, ha una struttura fuori dagli schemi che ti incolla alla poltrona, difficile che non mi sia piaciuto.

    • Assolutamente sì, l’ultimo titolo di genere del nostro cinema prima della calata della falce. Cheers!

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