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Demolition Man (1993): ci vuole un pazzo per beccare un pazzo

Questa è una storia fuori dal suo tempo, che per altro
parla proprio di uno sbirro e di un criminale, che continuano il loro
(esplosivo) gioco al gatto con il topo, proprio dopo essere finiti fuori dal
loro tempo, ma andiamo per gradi, cominciamo dagli sceneggiatori.

Peter M. Lenkov e Robert Reneau, arrivano dalla vecchia
scuola, basta dire che quest’ultimo ha firmato un classico come Action Jackson. La loro idea è quella di
scrivere la storia di questo sbirro tosto – nel 1988 per il ruolo, si parlava di
Mickey Rourke -, alla caccia di un cattivaccio ancora più duro, che dopo una
vita passata a combattersi finiscono criogenizzati solo per risvegliarsi in un
lontano futuro, ormai ripulito da ogni forma di violenza. Niente male come
soggetto vero? Deve averlo pensato anche lo scrittore ungherese Istvan Nemere,
che nel 1986 aveva scritto un racconto intitolato “Fight of the Dead” (almeno
per i mercati anglofoni, il titolo originale sembra una vecchia maledizione), che di fatto Hollywood gli ha scippato, senza nemmeno
citarlo nei crediti del film terminato. Perché Nemere nel 1993 non ha fatto
causa ai produttori di “Demolition Man” per plagio? Beh perché non aveva
abbastanza soldi per intentare una causa legale (storia vera).

“Affermazione prevedibile” (cit.)

Che poi plagio! Diciamo solo che laggiù ad Hollywood
hanno preso lo spunto dello scrittore ungherese perché gli piaceva tanto, per
poi “sporcarlo” con qualche altra idea ancora più datata, in modo da
poter sventolare come scudo difensivo, il fatto di essersi ispirati ad un classico
come “Brave new world”, che non è un pezzo degli Iron Maiden, ma il romanzo
distopico “Il nuovo mondo” scritto da Aldous Huxley nel 1932. Ecco perché nel
film, la strizzata d’occhio è così in bella vista, la protagonista femminile di
“Demoltion Man” infatti è il tenente Lenina Huxley, nome preso da uno dei
personaggi del libro e cognome, direttamente dallo scrittore, così nessuno
potrà più dirci niente!
Peccato che il progetto finisca comunque nel limbo per un
certo numero di anni, fino all’arrivo di Daniel Waters, fresco dall’aver appena
scritto uno dei miei preferiti, Hudson Hawk – Il mago del furto e Batman – Il ritorno. Waters è quello più a suo agio con questo soggetto, il suo
tocco sarcastico impone il tono di tutto il film, basta dire che la trovata
delle tre conchigliette, alternativa futurista alla cara e vecchia carta
igienica, sono una delle tante idee portate dal vecchio Daniel nella trama, pare
che lo spunto gli sia arrivato durante una telefonata con un amico: in piena
crisi creativa, Daniels era alla ricerca di qualche buffa trovata per
caratterizzare questo futuro pulitino e perfettino, l’amico in quel momento era
seduto… beh, diciamo sul trono ecco e gli disse che nel suo bagno, buttate su una
mensola a scopo decorativo, erano presenti tre conchiglie, ed è così che la gag
più celebre del film è nata, almeno secondo le affermazioni di Waters, negli
anni ne ha sparate di grossissime su questo film, ad esempio ha dichiarato che
per il seguito avrebbe voluto Meryl Streep nel ruolo della figlia di Stallone (storia vera).

1996 Fuga da Los Angeles (sapevate che lo avrei detto vero?)

Manca ancora qualcosa alla sceneggiatura però, un tocco
che viene portato da un vecchio amico di questa Bara, il mitico Fred Dekker ingaggiato come “Script
doctor”, che suggerisce di inserire al film la prima scena, quella ambientata nella
Los Angeles del 1996, non solo per introdurre lo sbirro John Spartan e il super
criminale Simon Phoenix (i nomi dei personaggi di questo film, sono tutti da
fumetto e indicano il loro ruolo) e la loro rivalità, ma che serva a rendere il
futuro di questo film ancora più appariscente per contrasto, secondo Dekker il
colorato mondo di Oz non sarebbe stato granché senza il Kansas in bianco e nero
del film del 1939.
Siccome gli americani spesso sono anime semplici, il film
si completa quando, potendolo pagare bei soldoni, viene chiesto a Sting di
incidere nuovamente la sua “Demolition Man”, già cantata in precedenza da Grace Jones e dagli stessi Police, in modo da poterla inserire nel
film appioppando così un clamoroso soprannome al protagonista. Sting che quando
si parla di monetizzare non è secondo a nessuno, sforna rimasticamento musicale
e video a petto nudo, perché la
campagna di marketing di questo film è stata tutta all’insegna del nudismo,
lasciatemi l’icona aperta, più avanti ci torniamo.

“Tenetemi. Quando chiede di lasciare le icone aperte mi viene voglia di menarlo, tenetemi!”

Ora ci vorrebbe qualcuno per interpretarli questo Spartan
e Phoenix, i primi candidati a cui i ruoli vengono offerti sono Steven Seagal e
Jean-Claude Van Damme che però non si accordano, un po’ perché nessuno dei due
vuole interpretare il ruolo del cattivo, ma soprattutto non vuole farlo se
l’ALTRO sarà il buono del film, perché vorrebbe dire “perdere” contro il rivale
sul grande schermo, e non ci sono due su questo gnocco minerale che ruota
attorno al sole, che si mal sopportano come Seagal e Van Damme, anzi direi che proprio
si odiano senza mezzi termini (storia vera).
Gli anni ’90 per gli eroi d’azione del decennio precedente è stato l’equivalente del Cretaceo, l’ultimo metro prima dell’arrivo
del meteorite, un periodo in cui tutto stava cambiando, complice anche l’avvento
del politicamente corretto che di certo non vedeva più di buon occhio, tutte
quelle pose da “macho” degli anni ’80. Arnold Schwarzenegger e Paul Verhoeven avevano fatto in tempo a regalarci l’ultimo
grande film d’azione realizzato alla vecchia maniera (anche per contenuti
violenti), ma già con Terminator 2 la
musica era cambiata, Arnie lo aveva capito, “Un poliziotto alle elementari”
(1990) e Last Action Hero sono stati
il suo modo per provare ad adattarsi al “Brave new world” ormai alle porte.

Nei miei sogni infantili zio sly sarebbe stato un perfetto Flint.

Zio Sly invece? Poteva essere da meno? Afflitto da sempre
da una serietà congenita Stallone dopo Rocky V, ha abbracciato la via della commedia con risultati buoni (“Oscar – Un
fidanzato per due figlie” del 1991) ma anche disastrosi (“Fermati, o mamma
spara” del 1992), prima di azzeccare un nuovo successo commerciale con
“Cliffhanger“, che arriverà prossimamente su queste Bare.
“Demolition Man” diventa la risposta Stalloniana a Last Action Hero, quindi come spalla Sly
vorrebbe un nome di richiamo pronto a “perdere” contro di lui sul grande
schermo, uno tipo… Jackie Chan, che alla proposta di Stallone risponde: «Amico mio, ci
torni tu poi in Cina a spiegare ai miei paesani che ho fatto il cattivo in un
film? Ciao Sly, ciao ciao mitico, ciao!». Incassato il clamoroso due di picche, l’altro nome sulla breve lista di Stallone è quello di Wesley Snipes, che
accetta di buon grado, forse anche per provare a battere il suo stesso record: non era vestito così male in un film, dai tempi di Chi non salta bianco è. Ma per Snipes, questo film e la
pallacanestro, ci vediamo a fine post.

“Cassidy, a volte il sole batte anche sul culo di un cane” (quasi-cit.)

“Demolition Man” completa la trilogia dei poliziotti
Stalloniani accusati ingiustamente e chiusi in carcere, insieme a Tango & Cash e al successivo Dredd, infatti nulla mi toglie dalla testa che
questo secondo titolo in particolare, ha risentito parecchio dell’influenza del
film diretto dall’Italiano Marco Brambilla, basta dire che in entrambi compare Rob
Schneider e che la voce femminile del computer della stazione di polizia, in
entrambe le pellicole è quella di Adrienne Barbeau.

Già Marco Brambilla! Milanese che ora vive in Canada con
lunga esperienza nel mondo dei video musicali, nel 1993 era al suo esordio con un
lungometraggio e si è ritrovato per le mani questa trama rimasticata più e più
volte, alle prese con un divo come Stallone da sempre abituato a comandare sul
set. Ma per assurdo i trascorsi di Brambilla era quelli adatti per rivelarsi l’uomo giusto al momento giusto.
Si perché Brambilla si è formato alla scuola di Ridley, l’altro Scott (quello sbagliato), che lo
ha assunto per la sua Scott Free dopo aver visto alcuni dei suoi lavori,
infatti il futuro solare, sorridente e moderato di “Demolition Man”, sembra la
risposta ai futuri distopici cinematografici sempre piovosi e notturni, come
impone la moda dello Scott sbagliato dal 1982 a questa parte.

Brambilla impegnato a broccolar… Ehm a dirigere la protagonista femminile.

Inutile girarci troppo attorno, “Demolition Man” è nato da
un mezzo furto intellettuale, ha provato a mascherarsi dietro a Sting e Aldous
Huxley, per poi finire a diventare lo spettacolo personale di Sylvester
Stallone che sul set, ha fatto il bello e il cattivo tempo, tanto che nella girandola di
cambiamenti in corsa che è stato questo film, basta dire che anche Sandra
Bullock è stata un rimpiazzo, chiamata a sostituire la dimissionaria Lori
Petty, prima scelta assoluta per il tenente Lenina, che ha portato le sua
labbra ad un indirizzo nuovo (cit.), quando ha capito che aria tirava sul set
(storia vera).

Avete presente le commedie romantiche di Sandra Bullock? Ecco, a questa Bara proprio non interessano.

Si perché “Demolition Man”, era un film con cui sia
Stallone che il mitico produttore Joel Silver non volevano proprio sbagliare,
quindi nel tentativo di compiacere il pubblico, la trama ha preso direzioni
improbabili, per fortuna con un grande aiuto ricevuto dal tono ironico di tutta
l’operazione. Mi rendo conto che sia affascinante affiancare due dinosauri
dell’ultra violenza come Spartan e Phoenix, in grado di vivere di prepotenze in
un futuro, dove le canzoni più popolari sono i jingle della pubblicità e se per
caso ti scappa una parolaccia, ti becchi subito una multa, molto più comoda
delle conchigliette bisogna dirlo. Però ha poco senso che il corpo di polizia
sia composto interamente da Boy-Scout incapaci di gestire i criminali, in un
mondo dove per di più, nelle fogne vivono dei rivoltosi sul piede di guerra.

In questo futuro, finirei per spendere tutti i miei soldi in multe (ma risparmierei sulla carta igienica)

Ha ancora meno senso il fatto che trame a sotto trame
varie siano state inserire e poi tagliate con le cesoie, ad esempio la figlia
futura di John Spartan, quella che nell’ipotetico seguito Waters sognava più
vecchia di Stallone e interpretata da Meryl Streep, qui venga prima citata ma
poi velocemente dimenticata.
Si perché è inevitabile, guardando il film pensare che la
figlia di Spartan sia proprio Lenina Huxley (la sua passione per il ventesimo
secolo e il poster di Arma Letale in
ufficio, non sono solo Joel Silver che si cita addosso), ecco perché è stata
inserita la scena di sesso virtuale tra i due personaggi e dopo quella, ogni
riferimento alla figlia di Spartan sparisce, in modo da togliere ogni dubbio
evitando “l’effetto Oldboy” (film di Park Chan-wook, non versione classica di
Dylan Dog). Anche se tutta la sotto trama con la figlia era già stata girata e
qualcosa è rimasto anche nel montaggio finale del film, durante la battaglia
con i rivoltosi, vediamo Stallone fare inspiegabilmente da scudo umano ad una
ragazza, ed è tutto quello che rimane della figlia di John Spartan in questo
film (storia vera).

Negli anni ’90 andavano di moda i film con i divi impegnati in scene di sesso no? Ecco, più o meno.

“Demolition Man” copre con una trovata spassosa, oppure
incredibilmente azzeccata, ogni passaggio da B-Movie con i soldi, ad esempio lo
scatenato Simon Phoenix di un Wesley Snipes in grande forma, il più delle volte
calamita così tanto l’attenzione, da distrarsi da dettagli assurdi come il
fatto che esista un’intera ala del museo di storia naturale, dedicata a quella
manciata di anni, che lui e Spartan hanno passato congelati, come il ghiacciolo
che ti resta sul fondo del freezer e che ritrovi a dicembre, quando stai
facendo spazio per le provviste di Natale. Un po’ come se io andassi al museo
per scoprire qualcosa in più della vita di mio padre, così come non ha senso
che Spartan e Phoenix si becchino lo stesso numero di anni di prigionia, tutte
trovate ben poco logiche, che il film con le sue “frasi maschie” (una più
clamorosa dell’altra), frastornandoti, riesce alla perfezione a farti accettare
di buon grado, in cambio di intrattenimento fuori dal tempo, in fondo
“Demolition Man” (proprio come Dredd),
non è altro che un Bruttissimo di Rete Cassidy!

Mi sembra doveroso ricordare che gli intenti di questa
non-rubrica sono sempre gli stessi: parlare di quei film che sono ciambelle
riuscite senza il buco, ma con carattere da vendere, capaci di fare a loro modo
la storia, non una celebrazione del brutto fine a sé stessa, ma un modo per
ricordarci che per beccare un pazzo ci vuole un pazzo!
“Demolition Man” con i suoi infiniti pasticci interni
alla storia ed esterni alla produzione, è arrivato nell’unico momento in cui un
film così era davvero possibile vederlo al cinema, nel suo tentativo di essere un film
“vecchia scuola” ma allo stesso tempo al passo con i nuovi tempo politicamente
più corretti, è riuscito a diventare un oggettino talmente atipico da poter
ancora conquistare tutti, ecco perché al botteghino andò anche piuttosto bene,
non certo merito della sua stramba campagna promozionale, quella su cui avevo
un’icona da chiudere. Da questo film hanno tagliato così tante scene, che Joel
Silver e soci si sono ritrovati per le mani tutte queste foto di scena con
Stallone nudo con il suo frustanani in bella vista, quindi alla faccia del
politicamente corretto, hanno pensato bene di sfruttarlo per attirare il
pubblico, una mossa che però non trovò troppa visibilità se non in un solo
(strambo) Paese del mondo, quello a forma di scarpa, in cui una celebre rivista
di cinema piuttosto quotata di cui non riporterò il nome (coff COFF Ciak! Coff
COFF!) pensò bene si sbattere in prima pagina (storia vera), determinano il suo
definitivo passaggio da rivista di cinema a valida alternativa alle tre conchigliette, ma parliamo
dell’unico giornale specializzato al mondo che ha dedicato una copertina a “Basic
Insitntc 2”, eh dai su!

Non fate battute sul pesce congelato ok? Quelle ci penso già io a farle.

Lo sconto tra i due scongelati Spartan e Phoenix è un
lungo duello condito da “Frasi maschie” («Se uno come Phoenix ti punta una
pistola alla testa, in dieci secondi sei morto già da nove secondi e mezzo»)
tutte pacchiane, esagerate e sopra le righe, come il tono da cartone animato
violento di questo film richiede. Se il montaggio finale non avesse avuto l’ansia di
accontentare così tanta parte di pubblico pagante, probabilmente avremmo visto
anche lo scontro (tagliato in sala di montaggio) tra Sly e Jesse “The Body”
Ventura, che si intravede velocissimamente tra gli sgherri Cocteau, un super
cattivo con un piano così cretino, che infatti Phoenix lo fa fuori in mezzo
secondo, permettendo a Wesley Snipes di divorarsi buona parte del film, anzi
pare che Stallone si sia pentito vi averlo voluto nel ruolo, perché Snipes è
davvero esperto di arti marziali e in un paio di scene di lotta, Stallone si è
beccato dei gran calcioni da Wesley, fin troppo calato nella parte (storia
vera).

Non vedevo qualcuno di tanto pericoloso in salopette dai tempi di Chucky.

Per certi versi “Demolition Man” è il film che ha
anticipato il futuro del cinema, perché è un grande B-Movie, che esalta la
violenza – l’unica accettabile, quella fittizia dei film -, intrattenendoti alla
grande, tanto da farti dimenticare di essere stato prodotto con tutti i soldi che
il cinema di serie A può permettersi. Ma sono proprio le trovate nel film ad
aver aperto una finestra sul nostro presente, sempre più in affanno nel suo
cercare di essere politicamente corretto sempre, in ogni sua forma.
Grazie ad un lavoro di consulenza notevole con le aziende
leader del mercato nel 1993, “Demolition Man” ha portato in scena le auto a
guida autonoma che iniziano a fare capolino oggi, ma anche le videochiamate che
invece sono già parte della nostra vita da tempo.

Il cinque alto ai tempi del distanziamento sociale.

Tra le grandi intuizioni che fanno passare per profetico
“Demolition Man”, sicuramene la battuta sulla “Biblioteca Schwarzenegger”, sono
certo che Stallone, da sempre amico/rivale di Arnold sapesse delle sue mire
politiche, ma cavolo lo sapevamo un po’ tutti che Schwarzenegger avrebbe dovuto
finire alla Casa Bianca, in fondo ha spostato una Kennedy mica per niente, no?

Beh dai, è arrivato fino alla carica di governatore della California.

“Demolition Man” è l’orgoglio di tutte quelle sveglie
analogiche come noi, che rimpiangono quel cinema muscolare e pieno di
battutacce, che purtroppo si è estinto come i dinosauri, ogni volta che finisco
a rivederlo, mi godo di più le sue previsioni degne di Cassandra e l’adorabile
caciara, che i difetti, che comunque sono in bella vista.
Anche perché tra tutti i ruoli comici di Stallone, Angelo
“Snaps” Provolone resterà il suo migliore (e incompreso), ma per certi
versi John Spartan incarna l’idea di comicità che un “musone” (in senso buono,
gli voglio bene a zio Sly) come lui può accettare, ecco perché il film è così
riuscito, proprio perché Stallone qui ha l’occasione di essere al centro
dell’attenzione facendo il duro come piace a lui, ma il personaggio gli
permette di divertire (e divertirsi) con trovate volutamente assurde come
Spartan che sa tutto del punto e croce, oppure che utilizza i suoi modi da
cavernicolo, sveglia analogica in un mondo digitale («Che cosa direbbe se la
definissi un bruto fossile, simbolo di un’era corrotta fortunatamente
dimenticata?», «Ah, non lo so. “Grazie”?»).

Dinosauro dell’ultraviolenza.

Il cattivo di Simon Phoenix poi, risponde perfettamente
alle caratteristiche richieste dal ruolo perché è la faccia opposta della
stessa medaglia di Spartan, solo che non ha nessuna cura della vita umana, alla
fine sono due “Demolition Man” opposti uno contro l’altro e negli intenti, ma
identici come caratterizzazione sopra le righe, ma visto che vi ero debitore di
un punto aperto legato a Snipes e la pallacanestro, la chiudiamo qui nel
finale, visto che si tratta dalle più grossa predizione azzeccata da questo
film.
Dopo una lunga militanza nei “Bad Boys” Pistons, Dennis
Rodman è passato attraverso un periodo piuttosto difficile della sua vita, vi
risparmio i dettagli perché non è questa la sede, ma dalla depressione Dennis è
uscito a suo modo, all’inizio stagione con la sua nuova squadra, i San Antonio
Spurs, Rodman dagli spalti continuava a sentirsi urlare: «Ehi! Demolition
Man!». Stando alla sua autobiografia del 1996 (la notevole “Bad as i wanna be”)
Dennis ha capito di che cavolo stessero parlando i tifosi, solo dopo essere
andato al cinema, anche se ha giurato e spergiurato che l’idea dei capelli
ossigenati gli è venuta da solo.

STORIA VERA!

Peccato, perché “Demolition Man” sarebbe stato un bel
soprannome, anche se non è riuscito a scalzare il suo ufficiale, ovvero “Il
verme” (per il modo in cui si divincolava appeso ai Flipper), in ogni caso il
film, oltre ad essere ancora uno spasso, ha saputo anticipare anche la zazzera di Dennis, io spero solo non azzecchi
anche la profezia dei jingle pubblicitari al posto della vera musica!
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