Questa Bara ama molto i fumetti lo sapete, per l’atteso adattamento cinematografico di Diabolik ci siamo affidati al vero esperto del personaggio creato dalle sorelle Giussani, quindi lascio il palcoscenico al Re del terrore (dei registi), l’artista della tastiera: Quinto Moro!
Ho iniziato a leggere fumetti a 7-8 anni. Non con Topolino.
Detestavo i fumetti a colori, così la mia passione per i fumetti è nata con
l’Eroe Nero del fumetto italiano, il Re del Terrore: Diabolik. Ricordo ancora le
prime letture nei soffocanti pomeriggi d’estate, col beneplacito dei miei
genitori, anche loro avidi lettori di Diabolik. Fu così che questo ladro e
assassino divenne il mio eroe d’infanzia.
| Beccati questo MOIGE! |
Non credo di aver mai atteso tanto un film
italiano, prima per mesi, poi un anno intero. Anche perché mentre a Hollywood coi
fumetti ci campa tutta un’industria, da noi nonostante l’abbondanza di eroi su
carta, non c’è mai stata voglia d’investirci.
Se il film di Mario Bava del ’68 è diventato
iconico per tutto fuorché la fedeltà alle atmosfere del fumetto, il Diabolik
dei Manetti Bros. si muove in direzione opposta e contraria. L’omaggio
all’universo narrativo dell’eroe nero c’è ed è sentito, ma davanti al risultato
finale vorrei urlare: e ‘stigazzi?
I Manetti Bros. sono rimasti ancorati
all’immaginario anni ’60, l’hanno fatto nel bene e nel male, portando in scena un
mondo artefatto con uno stile a tratti televisivo, più che fumettistico. Si
passa da una fotografia sontuosa con splendida gestione delle ombre all’orrore
(l’orrore!) di quella stramaledetta sovraesposizione da fiction tv. Da
inquadrature ben concepite ad altre ballerine. Come se avessero appaltato metà
delle scene a René Ferretti.
| “Gli occhi del cuo-ore – gli occhi del cuo-ore – Diabooolik!” |
minuti di film che ne determinano tutto l’andamento? Ebbene, ecco a voi:
l’eccezione alla regola!
casa editrice del fumetto). Non è certo un inseguimento memorabile ma ti sale
il fomento, una promessa di stile e intrattenimento che il film non manterrà
nelle due ore e più di durata (decisamente troppe, poi ci torniamo).
a reinventare o svecchiare un personaggio il cui fascino è in gran parte legato
alla sua epoca, quando il furto era opera d’astuzia e mestiere “fisico”. Quando
i suoi trucchi e marchingegni facevano ancora impallidire James Bond. La
fedeltà allo stile del fumetto va benissimo, ma del fumetto sembra si siano
presi anche i peggiori difetti, rinunciando a un vero adattamento per lo schermo.
possono sentire! La sceneggiatura ha momenti imbarazzanti, nella scelta del
linguaggio, nel continuo spiegare e ripetere che uccide il ritmo e fa cascare
le braccia allo spettatore (e anche qualcos’altro). Non parliamo poi
dell’orrida gestione dei personaggi secondari che sembrano arrivare da una
fiction che si gira lì vicino e non c’entra niente col resto del film. Set
contigui?
| Una rara foto della seconda unità di regia. |
di Eva Kant, vera e sola protagonista del film (anche su questo ci torniamo),
assistiamo ad un piano sequenza traballante che mostra le prime avvisaglie da
fiction. Si procede verso una delle scene più imbarazzanti: Eva, Afrodite scesa
in terra si ritrova ad ascoltare le battute (non i discorsi, letteralmente le
battute) di una combriccola di vecchiacci che farneticano su Diabolik.
L’imbarazzo che incombe! Aaaaah! E vorresti uscire correndo dalla sala, ma stai
buono per paura che ti arrivi un pugnale volante. È ancora presto per
giudicare. Pazienza. Woosah!
guardare tra una scena ben girata con grandissima cura, per poi passare a una scena
svogliata (e in sottofondo lo senti, senti René Ferretti che applaude “buona la
prima!”)
scazzata. Lo dico con tutto l’amore per il personaggio, il fumettaro che è in
me ha capito e apprezzato certe scelte, ma lo spettatore in me sbrocca. E se sono
riusciti a far sembrare un po’ coglione pure l’Ispettore Ginko, il grande
antagonista di Diabolik, allora cari Manetti, o Ferretti, avete sbagliato
tutto.
| “Ma che ci facciamo qui?” |
Parliamo dell’elefante nella stanza: Eva Kant.
L’elefante in senso buono, perché Eva da sola riempie un film altrimenti vuoto,
fatto solo di bei costumi e qualche bella ambientazione. La macchina da presa segue
Miriam Leone per tutto il tempo come se ne fosse innamorata, sarà per questo
che a volte trema? Emozione, mancamento da ormone fremente? In tal caso
verrebbe quasi da scusarli.
lo dobbiamo a Miriam (sì, ci diamo del tu, mi ha fatto gli occhi dolci per
tutto il film!). Non è solo la somiglianza col personaggio e la sua bellezza
magnetica, che aiuta, ma per quanto ci crede. Non mi stanco di ripeterlo:
attori e attrici che ci credono riescono a cavar sangue dalle rape. A momenti
anche Miriam sembra afflitta dalla malattia della ripetitività, dell’eccessiva
finzione che tutto affligge, con qualche occhiata e atteggiamento di troppo da
femme fatale. Ma Eva Kant è un personaggio che recita una parte nella parte, quando
va sopra le righe ci sta, ed è l’unica con un minimo di storyline, evoluzione e
mistero.
viscido aspirante fidanzato di Lady Kant, peccato che pure lui venga trattato
come un oggetto estraneo, importantissimo nella trama ma guai ad offrirgli
primi piani e montaggio decenti.
| “La mia non è proprio fame, è più… voglia di qualcosa di |
E Diabolik? Dovrebbe essere spietato ma non
bastardo, minaccioso ma abbastanza carismatico da farti tifare per lui. Il
fumetto delle Sorelle Giussani è sopravvissuto ai decenni costruendosi
un’immagine densa e ricca di sfumature. Era una sfida alla bigotteria, al
costume dell’italietta anni ’60, alla borghesia fatta di tradimenti e ferocia
assassina alimentata dall’avidità, in salsa Hitchcock – con cui la serie credo
abbia avuto i suoi pesanti debiti negli anni d’oro. Il carisma di Diabolik riusciva
a far guardare oltre i suoi crimini. Di tutto questo, nel film non c’è traccia.
Marinelli funziona bene quando indossa la tuta e
sfoggia il suo sguardo glaciale, ma quando sta a volto scoperto è lì che il
personaggio muore, e dell’attore non resta traccia.
| Marinelli come Eastwood: un’espressione con la maschera e una senza. |
avventuroso, carismatico. Marinelli si limita ad occhi spiritati e una parlata
fredda, sussurrata e sempre minacciosa. Non lascia trasparire nulla. Non lo
vediamo fingere normalità con Elisabeth, la fidanzata di comodo trattata come
peggio non si può. Né lo vediamo sciogliersi con Eva (madornale errore), mentre
recita frasi tipo: “o seguo il mio cuore e mi fido o seguo il mio cervello e ti
uccido”. Ma che è ‘sta roba?
sulla bocca dei personaggi, non vive di indagini che diano il ritmo del
racconto, o il senso di una vera sfida. Non c’è il minimo accenno all’aura
poliziesca del cinema di genere, né atmosfere da giallo. Ginko sembra uno
qualunque, spicca solo perché circondato da perfetti idioti. Il buon Valerio
Mastandrea ci prova ma con quelle poche scene e battute imbarazzanti c’è
davvero poco da fare. Lo scontro finale poi, è una delle robe più tristi e
imbarazzanti che abbia mai visto.
| Ancora un po’ di Miriam Leone và, che senza non si arriva vivi alla fine del film, né del commento. |
l’impegno nel creare le ambientazioni e le atmosfere del fumetto, la
ricostruzione di un’epoca “vecchia” intrisa nel bene e nel male di tutta la sua
italianità. Apprezzabile la cura delle scene in esterni, che avranno certamente
consumato energie e budget, ma servono solo all’illusione di un film pensato in
grande che fallisce nella gestione dei personaggi e della storia.
dal piattume. Di contro l’audio è mediocre, la resa dei dialoghi è scadente al
di là del testo, ma proprio nel sonoro vero e proprio (di nuovo, qualità da
fiction tv).
un film di 90 minuti. Come possono dei conoscitori dell’opera originale (come i
Manetti mostrano d’essere) mancare un elemento chiave come l’immediatezza e la
fruibilità del racconto? Diabolik è un fumetto che si legge veloce, con qualche
buon colpo di scena [le sorelle Giussani lo hanno pensato anche come lettura per i pendolari, che partivano dalla stazione nord poco distante dalla prima sede della Astorina, storia vera e nota Cassidiana]. Qui di colpi di scena neanche l’ombra, così come della
tensione per il destino dei personaggi. Ma lasciando stare il fumetto, due ore
sono troppe con quei dialoghi, quella discontinuità. Nel finale arriva del tutto
a caso un montaggio musicale con split screen, messo per dare un’illusione di
ritmo, ma del tutto fine a se stesso.
stato giusto, nel 2020 avevamo sofferto abbastanza.
stile, ma non riesce ad essere nemmeno questo, non fino in fondo. Credevo fosse
cinema, invece è un calesse impantanato nello stile da vecchio sceneggiato tv,
spesso ingessato e fuori da un linguaggio cinematografico solido.
| Hanno progettato due sequel (ottimisti!) e uno lo stanno già girando. Ora scusate ma in quella macchina ci sono i Manetti Bros. Ho da fare. |

