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Dick Tracy (1990): trent’anni da cinecomics (quando ancora nessuno li chiamava così)

Ah questi “Cinecomics” basta! Ormai tutti gli attori sono impegnati a recitare personaggi tratti da fumetto che diamine signora mia! Beh perché prima i film tratti da fumetto non esistevano? Cavolo se esistevano e muovevano anche bei soldoni! Oggi aggiungo un capitolo alla mia non-rubrica dal nome provvisorio “Prima che fossero super”, giusto in tempo per fare gli auguri di compleanno a “Dick Tracy”, che compie trent’anni!

Sono molto legato al formato delle strisce a fumetti, un modo di intendere le storie a fumetti che richiede una creatività particolare da parte degli autori, immaginate di dover sfornare una microstoria a puntate nuova ogni giorno, che sia leggibile a sé stante, ma anche come parte di una trama più lunga, Chester Gould questa arte la dominava a piacimento. Nell’ottobre del 1931, sulle pagine del Chicago Tribune Syndicate esordì il suo detective dalla mascella possente, il Fedora giallo in testa e il piglio da duro necessario a spezzare in due la criminalità. Dick Tracy è stato un successo di culto capace di diventare da subito un’icona americana, ma la vera innovazione portata da Chester Gould è stato far irrompere nel fumetto per tutti, quello disponibile nell’ultima pagina dei quotidiani, un tipo di violenza grafica che fino a quel momento, si era vista solo al cinema, che ha reso “Dick Tracy” uno dei capostipiti del fumetto poliziesco.

Dick Tracy era tosto ma i suoi nemici richiedevano tale inflessibilità, seguendo i precetti di Cesare Lombroso, gli avversari del Detective erano brutti e cattivi tanto quanto le loro intenzioni criminali e il più delle volte, riassunti dal loro colorito nome, gentaglia come Facciadiprugna, per via del volto raggrinzito, Sopracciglia (nessuna parentela con il cestista Anthony Davis) oppure Testapiatta. Lo stile di Gould era incredibilmente cinematografico e ha fatto scuola, ancora oggi nei fumetti Marvel compare il gangster Testa di martello, ma a ben guardare tutto lo stile e la mascella dell’Uomo Pipistrello in “Batman: the animated series” deve molto al lavoro di Gould.

Il pugno di ferro (in piena faccia) con cui Dick Tracy combatte la criminalità.

Sapete chi ha più o meno la stessa età di Dick Tracy? Warren Beatty, Divo con la “D” maiuscola, stracciamutande di livello olimpionico, uno che da quando ha cominciato a recitare sul piccolo schermo negli anni ’50 non si è mai fermato, collezionando due Oscar e una notevole capacità di restare meno in vista di altri attori, ma sempre sulla cresta dell’onda, basta dire che Warren Beatty era lì il giorno in cui la forza degli uomini dell’Accademy venne meno.

«Ehi tu dici a me? Ho letto solo il contenuto della busta»

I suoi due amici Jack Nicholson e Dustin Hoffman, in momenti diversi della carriera, hanno aperto a grandi ruoli “pop” con risultati incredibili, Warren Beatty lo ha fatto nel 1990 e il suo “Dick Tracy” sta a metà tra i due film degli amici, perché ha preso il compositore e l’enorme tam tam pubblicitario dal Batman di Tim Burton, mentre da Hook ha preso idealmente in prestito Charlie Korsmo, ex ragazzo meraviglia, oggi laureato all’MIT e finito a fare chissà cosa nella vita, sicuramente a rispondere a tutti: «Si, ero io il ragazzino di Dick Tracy e Hook».

Kid e le inquadrature ardite di Warren Beatty.

Nello stesso anno, Sam Raimi doveva arrangiarsi, non potendo mettere le mani sui diritti di sfruttamento di The Shadow, creò Darkman, il personaggio con cui omaggiare i classici horror e pulp. Warren Beatty invece poteva permettersi di far valere il suo stato di celebrità, quando si è detto interessato ad interpretare Dick Tracy al cinema, qualcuno era già pronto a stendere tappeti rossi sotto i suoi piedi. Povero Sam, qualcuno nasce con la camicia che ci vuoi fare?

«Comincia a prendere questi, per i primi minuti del film dovrebbero bastare»

Per la Touchstone Pictures, “Dick Tracy” erano soldi in banca, il personaggio era già stato adattato con successo sul piccolo schermo ed era popolarissimo, ma Warren Beatty aveva le idee chiare, ci voleva un regista con le sue stesse idee per il personaggio, infatti il film venne proposto a Martin Scorsese, che rifiutò perché durante una notte molto tormentata, in cui zio Martino non riusciva a prendere sonno, il regista ricevette la visita del “Fantasma dello Scorsese futuro” che gli rivelò: «Non accettare un film tratto da fumetto! Un giorno tanti presunti cinefili useranno le tue parole per farsi forti contro i Cinecomics, ricorda Martin… non è cinema!» (storia NON vera). Però mie caSSate a parte, se vi sembra una scelta assurda Martin Scorsese alla regia di un film tratto da fumetto, provate ad andare a riguardarvi i costumi volutamente esagerati e alcune soluzioni visive di “New York, New York” (1977), poi ne riparliamo.

Ragazza che limoni sola, limona con fierezza (cit.)

L’unico che davvero poteva portare al cinema “Dick Tracy” era un regista che i fumetti invece, ha sempre dichiarato di amarli, tanto da averne scritto anche qualcuno, mi riferisco a uno dei miei preferiti di sempre, Walter Hill. Il Re della collina fresco della sua favola Rock Strade di fuoco aveva le idee chiarissime: lui la striscia a fumetti di Chester Gould la conosceva benissimo e quella storie violente, con bulli e pupe erano proprio il tipo di materiale che Hill avrebbe saputo trasformare in dinamite al cinema, ma Warren Beatty non voleva venire oscurato né associato ad un film del genere, quindi il Divo di “Gangster Story” (1967) finì per dirigersela lui la sua storia di Gangster fumettistici.

Bisogna dare atto a Warren Beatty però, di essere stato quasi geniale nella sua gestione del film, fu il primo a mettere in giro voci – del tutto false – sul fatto che le riprese del film abbiano richiesto sette faticosi mesi. Beatty da vero gentiluomo non confermava e non smentiva le voci su una sua storia con la coprotagonista Madonna, anche se tutti sapevano, perché tanto Beatty da vecchio leone di Hollywood conosceva la regola: non importa come, basta che se ne parli.

Who’s that girl? Senorita, mas fina (perdonatemi, non ho potuto resistere)

Il mistero del budget di “Dick Tracy” permane, ufficialmente pare sia costato 47 milioni di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti, gli addetti ai lavori sostengono che la spesa finale fu più bassa, attorno ai 30 milioni di dollari. Al botteghino incassò “solo” 105 milioni negli Stati Uniti e circa 162 nel mondo, quasi una delusione, visto che l’aspettativa era quella di replicare i 200 e passa portati a casa da Batman solo l’anno prima, ma il colpo di genio di Beatty fu quello di strizzare ogni centesimo, riducendo al minimo – per quanto possibile con una produzione di questa portata – le spese, in modo da essere sicuro di andare in positivo già dal primo fine settimana di programmazione.

Per un set ricorrente venne riciclato quello della scena della rapina di Ispettore Callaghan: il caso “Scorpio” è tuo, mentre buona parte della pellicola venne girata in bianco e nero e poi ricolorata in post produzione, ma utilizzando solo quattro colori giallo, verde, rosso e blu, una scelta che rendeva il risultato finale estremamente fumettistico, ma anche economico, visto che le sfumature intermedie sono quelle più costose da realizzare (storia vera).

Rendere omaggio alla quadricromia dei fumetti, lo state facendo bene.

Ma se la lineare trama è stata scritta dagli sceneggiatori di Top Gun, il vero colpo di genio di Warren Beatty fu quello di trovarsi dei soci in affari pronti a portare lustro al film e a dividere gli incassi. Come coprire il suo cachet, quello di Madonna e di un nome come Al Pacino? Impossibile, quindi i tre si accordarono per figurare in compartecipazione, di fatto non pesando sul bilancio finale della pellicola, perché i tre compari sapevano che i soldi veri sarebbero arrivati da altrove.

Usare quest’immagine nel post, un vergognoso tentativo di acchiappare due click in più (se lo fa Warren Beatty però non dite nulla!)

Tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90 i film tratti da fumetti esistevano, ma Beatty non ambiva a produzioni spartane come quella di Il Vendicatore, il suo obbiettivo era lanciare una “Dicktracymania” (perché solo “Dickmania” potrebbe risultare una parola ambigua) come la “Batmania” che aveva incendiato il mondo, un piano da super cattivo dei fumetti che si alimentava di pettegolezzi e voci di corridoio e che pagò i suoi dividendi, nel 1990 persino in uno strambo Paese a forma di scarpa, da sempre ai margini dell’impero, si trovavano gadget e giocattoli ispirati al film, a beneficiare della politica di Beatty sono stati tutti, a partire dai suoi soci in affari.

Come dovrebbe sempre essere rappresentata al cinema, una città uscita dai fumetti.

Al Pacino nel film ha la fissa di “cementare” tutto e tutti, ma a sua volta per entrare nei panni di Big Boy doveva sprofondare sotto i pesanti e bellissimi effetti speciali realizzati da John Caglione Jr. e Doug Drexler (premiati con un Oscar per miglior trucco). La sua prova esagerata e parlata, infinitamente parlata – Pacino non si sta zitto un minuto in questo film – gli è valsa una nomination agli Oscar, anche se poi la statuetta la portò a casa Joe Pesci per “Quei bravi ragazzi” (1990).

E il giudice Dredd… MUTO!

Madonna invece dalla sua esperienza per “Dick Tracy” portò a casa oltre all’ammiccante canzone “Sooner Or Later” di Stephen Sondheim (anche lui premiato con statuetta), anche i cinque chili messi su per suggerire delle forme femminili per la sua Mozzafiato Mahoney, non è un caso se del successivo “Blond Ambition Tour” e dell’album “Vogue”, tutti ricordino la Madonna più sexy di sempre. Spero che non si offenda nessun appassionato della cantante se dico che non è sempre stato così, icona, cantante mitica ma personalmente, non mi ha mai detto molto in termini di “sesso a pile”.

Insomma “Dick Tracy” è stato costruito ad arte per fare un botto clamoroso, ma dove Warren Beatty si giocò al meglio le sue carte fu sulla parte tecnica della pellicola, la messa in scena rende ancora oggi “Dick Tracy” un orgogliosissimo gioiellino analogico, caratterizzato da colori sparati e acidissimi curati alla perfezione dal direttore della fotografia Vittorio Storaro, che da solo ha saputo omaggiare le inquadrature ardite e le soluzioni grafiche, già cinematografiche della striscia di Chester Gould, anche meglio della regia dello stesso Beatty, che comunque dimostra di aver capito come trattare il materiale originale al cinema.

Boom, Bang, Bam, Crash!

Dico sempre che Danny Elfman è il compositore dell’immaginario per eccellenza, quando gli viene chiesto di entrare nel grande campo da gioco dei fumetti, trova sempre il modo di brillare. BatmanDarkmanSpider-Man e anche Dick Tracy non sarebbero stati gli stessi al cinema senza una colonna sonora all’altezza, quella di “Dick Tracy” riassume le atmosfere poliziesche e la grandezza che Beatty desiderava per il personaggio.

I costumi poi da soli tengono su la baracca, Milena Canonero ha fatto un lavoro incredibile. Ogni personaggio sfoggia un campionario di abiti che contribuiscono a caratterizzare, almeno quanto il nome buffo oppure il pesante trucco sotto cui sono stati sepolti tutti, ma dico proprio TUTTI. Fate il nome di un attore? Facile che fosse nel cast di “Dick Tracy”.

Nel film anche il più grande attore del mondo: Mitra Thompson!

Michael J. Pollard (direttamente da “Gangster Story”) nei panni di Cimice e Dick Van Dyke sono i nomi per scaldarci. Perché questo film riesce a rimettere insieme la coppia di Misery, visto che Kathy Bates si vede per pochi secondi così come James Caan, che però muore molto presto, tenendo fede alla tradizione del suo Sonny Corleone.

Paul Sorvino grazie al trucco diventa il disgustoso Labbra Manlis, R.G. Armstrong scompare sotto le rughe di Grinza, mentre Mandy Patinkin è il pianista 88 Tasti. Basta così? Fermi che ora arrivano i pezzi da novanta, perché gli sgherri di Big Boy sono il meglio (o il peggio fate voi) delle facce brutte cinematografiche, roba da “Bad to the Bone” onorario, anzi qualcuno è già passato nella rubrica come Ed O’Ross che qui interpreta Grilletto.

La faccia da pazzo di William Forsythe è perfetta e spaventosa anche sotto l’assurda testa di Zucca Piatta, la scena che mi ha fatto sciogliere la prima volta che ho visto questo film da bambino, è stata sicuramente quella in cui il criminale dalla strana capoccia, scrive una dedica sul muro per il protagonista (“Eat Lead Tracy”) usando le pallottole sparata dal suo Mitra Thompson.

Una vita a recitare per Sergio Leone e Walter Hill, per ritrovarsi con un’incudine al posto della testa.

Ma stiamo parlando di un film dove tra i cattivi spicca comunque uno dei più grandi cattivi cinematografici di sempre, uno come Henry Silva, mentre una delle scene più divertenti resta l’interrogatorio di Borbotto, interpretato dal boffonchiare sommesso di Dustin Hoffman. Quindi se per caso vi venisse voglia di lamentarvi del fatto che oggi, anno di grazia 2020, tutti gli attori famosi di Hollywood recitano solo e soltanto in film tratti da fumetto, ricordatevi di “Dick Tracy”.

«Un po’ d’acqua, dopo aver letto tutto questo post ti servirà»

Grazie alla fotografia di Storaro, al trucco di John Caglione Jr. e Doug Drexler e ai costumi di Milena Canonero, “Dick Tracy” ha letteralmente dato vita sul grande schermo ai cattivi Lombrosiani e alle vignette di Chester Gould, utilizzando tutte le armi che sono proprie del cinema, a partire anche da tre grandi divi come Al Pacino, Madonna e Warren Beatty, li metto proprio in questo ordine perché Pacino si divora ogni scena in cui compare, Madonna è mozzafiato come il nome del suo personaggio le richiede e per assurdo, alla fine è proprio Beatty a non sembrare abbastanza tosto per la mandibola quadrata di Dick Tracy. Ma in fondo non ne ha bisogno, il Divo ha lasciato in panchina Walter Hill perché sognava di giocare a fare Dick Tracy in un’atmosfera dove tutti, non fanno altro che ricordare al Detective quanto è figo, insomma Beatty si è giocato la partita proprio come voleva lui.

DICK TRACY, Bella in rosa Figo in giallo.

A trent’anni di distanza dalla sua uscita “Dick Tracy” è ancora una trama lineare (degna delle strisce di Chester Gould) applicata ad una messa in scena che non lascia indifferenti e che in quanto orgogliosamente analogica, è invecchiata anche molto bene. Per vedere un’altra operazione simile a questa, abbiamo dovuto aspettare il “Sin City” (2005) di Robert Rodriguez, che con il suo trionfo di schermo verde e serietà congenita (frutto di “papà” Frank Miller), non so se arriverà al compleanno dei suoi primi trent’anni bene come il film di Warren Beatty. Lo scopriremo nel 2035, per ora di sicuro quella vecchia volpe di Beatty l’ha avuta vinta, bravo Warren ma soprattutto… auguri Dick Tracy! Ma visto che ci siamo, non perdetevi il post di Cinematografia patologica dedicato a questo film.

Sepolto in precedenza martedì 6 ottobre 2020

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  1. Gli dovrò dare una occhiata, al cinema all’epoca non mi entusiasmò, forse a causa dell’atmosfera patinata che non ho capito. Comunque a Dick Tracy gli preferisco la sua parodia Fearless Fosdick.

    • Mitico Fearless Fosdick! 😉 Cheers

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