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Die Hard 2 – 58 minuti per morire (1990): il fantasma del Natale passato

Avevo minacciato possibili “Spin-Off” della rubrica su John McTiernan, il primo dei quali inizia proprio qui e mi darà occasione di parlare di una delle mie saghe cinematografiche preferite di sempre, un rubrichello che ho deciso di intitolare… “MUORI DURO”

Il primo Die Hard – Trappola di cristallo è una pietra miliare del cinema che ha lanciato McTiernan e Bruce Willis nell’empireo cinematografico, un trionfo di critica e pubblico che non poteva certo restare figlio unico. Pur seguendo alla lettera il “Manuale del buon sequel”, questo secondo capitolo resta un film magistrale, quindi ho deciso che alla fine anche lui si merita l’etichetta di Classido!

Non credo ci sia un caso più emblematico di “Die Hard 2” (noto anche come “Die Harder”) di seguito prodotto con lo stampino per replicare il successo del primo film, stesso identico cast, stesso sceneggiatore e, se vogliamo dirla tutta, anche stessa storia! Cambia l’ambientazione, cambio in stile cestistico tra l’assolata Los Angeles e il palazzo della Nakatomi e l’aeroporto internazionale di Dulles, in una Washington tempestata da una clamorosa tormenta di neve.

L’altro cambiamento fondamentale è il nome del regista, perché McTiernan, se pur interessato al progetto, non potè dirigere questo secondo capitolo del film, per motivi contrattuali era impegnato sul set di un altro capolavoro uscito sempre nel 1990, quella bomba di Caccia ad Ottobre Rosso, considerato il risultato direi che è la classica “Win-Win situation”, come direbbero gli Americani.
Dietro alla scelta del regista di “Die Hard 2” c’è un altro motivo contrattuale, come sapete, esattamente come McTiernan, Renny Harlin è stato seriamente preso in considerazione per dirigere Alien3, ma l’assenza di una sceneggiatura fatta e finita, ha fatto stizzire il regista di origini finlandesi, come buona uscita la Fox gli ha fatto dono proprio di “Die Hard 2”.

«Mi ci vedete a dirigere Alien3? Non era prevista nemmeno un esplosione!»

Harlin fino a quel momento era quasi un semi esordiente che aveva diretto solo uno Nightmare 4 – Il non risveglio, per capirci, quello dove la protagonista sfrutta il potere dei sogni per diventare bravissima ad usare i Nunchaku. Ok, che è una vita che non mi rivedo quel film, ma quello proprio non posso dimenticarlo!

Per assurdo, quell’adorabile pazzoide di Renny Harlin si trova immediatamente a suo agio a dirigere un film d’azione, cosa che non avrebbe più smesso di fare, mandando a segno almeno un altro gran titolo (“Cliffhanger”, 1993) prima di perdere la testa per Geena Davis, mi viene anche da aggiungere: chiamatelo scemo.
Siccome “Die Hard 2” ha tanti di quei corsi e ricorsi storici che nemmeno Giambattista Vico avrebbe potuto immaginare, anche questa volta la trama del film è tratta da un libro. Visto che Trappola di cristallo
era liberamente ispirato da uno dei tanti libri di Roderick Thorp con protagonista il poliziotto Joe Leland, sarebbe sensato pescare nuovamente dalla bibliografia di Thorp vero? NO! Troppo facile! Questa volta la scelta ricade sul romanzo “58 Minuti” (58 Minutes, 1987) di Walter Wager, lo stesso autore che si era già occupato della novelization del film Codice Magnum.

Poi dicono che i film d’azione non sono culturali, tzè!

Per tutti i dettagli sul libro, fate un salto su gli Archivi di Uruk dove Lucius ci parla del romanzo, invece la trama ve la posso raccontare a memoria, anche perché da bambino sul mio videoregistratore “58 minuti per morire” era una presenza fissa. E’ nuovamente Natale, ma non in casa Cupiello, bensì in casa McClane, il nostro John (il solito inossidabile Bruce) è all’aeroporto di Dulles in attesa che il volo di sua moglie Holly (Bonnie Bedelia) atterri sulla pista.

«Me ne sto seduto qui, bello comodo, per i prossimi 58 minuti, e chi m’ammazza?»

Un poliziotto vero è in servizio anche quando non lo è, infatti alcuni tipi sospetti fanno pizzicare il “Senso di guai” di McClane, in un attimo nella zona di smistamento bagagli si scatena una sparatoria, una dei cattivacci non arriva a mangiare il panettone («Per me questo non ce la fa mica»), mentre l’altro fugge in una chiesa vicina alle piste, base operativa di un gruppo di terroristi (un altro!) intenzionati a scatenare il panico tra gli aerei in volo sopra Dulles, con l’obbiettivo finale di liberare il generale Ramon Esperanza (Franco Nero, il mitico Django!) prigioniero politico proveniente da ValVerde… Se ve lo state chiedendo, sì, è la stessa ValVerde di Dutch e compagni!

«Cari nipoti, qui è quando vostro nonno ha conosciuto Django»

McClane prima deve fare amicizia con il capo della polizia aereoportuale il Capitano Lorenzo (Dennis Franz), attraverso uno scambio di convenevoli in linea con lo spirito Natalizio (devo ripetervi la battuta del metal detector? Guardate che lo so tutto a memoria questo film!) e poi, ovviamente, dovrà fare tutto il possibile per cercare di fermare i cattivi e far atterrare l’aereo di sua moglie prima che rimanga senza carburante.

I “58 minuti per morire” del titolo italiano, non solo riprendono il titolo del romanzo di Walter Wager, ma sono anche il poco tempo a disposizione, prima che il volo del Generale Esperanza raggiunga il suolo americano e venga liberato dai suoi compari guidati dal cattivissimo Colonello Stuart (William Sadler).

L’Uomo che ha insegnato la “Magnum” a Derek Zoolander.

Non mi disturba molto il cambio di titolo italiano, ha una sua logica e poi ci sono affezionato, quello che, invece, trovo OSCENO è il doppiaggio del film, se Trappola di cristallo, amo guardarlo indifferentemente in Italiano e in Inglese, questo Die Hard 2 è inguardabile con il nostro doppiaggio, per due ragioni principali: il fatto che la mitica «Yippee Ki-yay motherfucker!», il vero marchio di fabbrica della saga, scompaia sostituita da una simpatica, ma non altrettanto mitica «Buon decollo figlio di puttana». Ma la cosa che proprio non sopporto è la scelta del doppiatore, in Italiano sembra di sentire Bill Murray imitare John McClane, no sul serio, non si può sentire! Mi consola che anche l’esperto di doppiaggio, Evit la pensi come me su questo punto.

Quello che dico, mentre dal menù del DVD seleziono la lingua originale.

Natale, Holly in pericolo, i terroristi, il Natale, il giornalista stronzo (sempre con la faccia da schiaffi di William Atherton) che scatena nuovamente il panico per fare uno scoop, l’ambientazione natalizia, Al Powell al telefono che aiuta John nella sua indagine, “Let it snow” cantata da Dean Martin, McClane che mette i bastoni tra le ruote ai terroristi rischiando la pelle e poi, beh… Il Natale!

“58 minuti per morire” non si scosta di un millimetro dallo schema del primo film, però riesce a sfruttare bene l’effetto “Signora in giallo”, facendo battute sul fatto che ad ogni Natale, ovunque lui si trovi, John McClane è costretto a combattere terroristi incazzati. Sulla carta sarebbe un’operazione nata morta per sfruttare il successo del primo capitolo, ma bisogna essere onesti: “Die hard 2” è talmente riuscito che è impossibile per chiunque ami questa saga, restare veramente deluso da un film come questo!

Eh si John, è di nuovo Natale come cantava Tom Petty.

La sceneggiatura di Steven E. de Souza e Doug Richardson funziona alla grande, anche grazie al valzer di cattivi e al riuscito colpo di scena dietro i loro ruoli, il film, inoltre, ha un gran ritmo, l’intreccio funziona e le battute memorabili non mancano, qui troviamo la frase manifesto, quella che riassume tutto il personaggio di John McClane e la sua (sfigata) filosofia di vita, mi riferisco al geniale botta e risposta «Tu sei l’uomo sbagliato, nel posto sbagliato, nel momento sbagliato!», «La storia della mia vita!» che ancora oggi è una delle frasi che più spesso mi scappa di utilizzare nei miei casini quotidiani.

Mi sembra giusto elencare quelli che ho sempre considerato dei difettucci, ad esempio, il personaggio di Marvin, il vecchio archivista solitario, una specie di jolly della sceneggiatura, che spunta sempre quando McClane ha bisogno del suggerimento giusto per spostarsi velocemente nel labirintico aeroporto. Non dico che il personaggio sia antipatico (anzi!), purtroppo, Marvin non è un’alternativa valida a Powell che, infatti, in quella gigioneggiante scena in cui compare, illumina i dialoghi, grazie anche alle risposte telefoniche di un Bruce Willis più sornione che mai.

«Non è colpa mia se non sono Powell amico! Non prendertela con me»

Inoltre, mancano le zone grigie, John e Holly sembrano due sposini, vero, il loro matrimonio è stato rinsaldato dagli eventi del Natale precedente, ma, purtroppo, l’ex Signorina Gennaro, qui è relegata a damigella in pericolo senza un ruolo attivo come nel primo film, se non quello di mettere nuovamente KO l’odioso giornalista, Richard Thornberg qui più odioso che mai.

Richard “Dick” Thornburg, il diminutivo dice tutto.

Ultima nota negativa: il Capitano Stuart non ha lo stesso carisma di Hans Gruber. Il personaggio di Alan Rickman bucava lo schermo ed entrava in scena sulle note di Beethoven, quello di William Sadler appena facciamo la sua conoscenza, sta nudo in una stanza d’albergo a colpire l’aria con movimenti marziali, una scena al limite del tragicomico che mi ha sempre lasciato dubbioso e non solo a me, lo stesso William Sadler era bene poco convinto di questa scelta di Renny Harlin.

Hans Gruber avrebbe un paio di cosette da spiegarti su come si deve vestire il cattivo.

Ma l’attore meno convinto di tutti del regista finlandese naturalizzato americano, è stato sicuramente John Leguizamo, come dite? Non vi ricordate che ruolo interpretava in questo film? Lo credo bene, visto che è stato completamente tagliato dal montaggio finale del film, quando Harlin si è reso conto che il suo Burke, aveva troppi pochi minuti, ha pensato bene di azzerarli completamente, mi spiace John è andata male per questa volta!

Se non vi ricordate di lui, date la colpa al montaggio finale del film.

Malgrado quello che possono pensare Sadler e Leguizamo, il lavoro di Renny Harlin è ottimo, anche se la trama specialmente nella parte iniziale non ha lo stesso ritmo e densità di eventi del primo film, quel biondo pazzoide con il passare dei minuti impone un ritmo micidiale al film, moltiplica il numero di esplosioni e, forse, anche di tamarraggine del film e riesce, comunque, a portare a casa il risultato. Ribadisco: è impossibile criticare un film d’azione come “Die Hard 2”, anche perché contiene tutto quello che uno vorrebbe sempre vedere in un film spara-spara-esplodi-esplodi.

Renny Harlin è sicuramente più caciarone e meno raffinato di McTiernan, i cultori della legge di gravità potrebbero avere qualcosa da eccepire sull’utilizzo che McClane fa del sedile eiettabile dell’aereo di Esperanza, quella che a tutti gli effetti sembra una riedizione della mitica scena “Sparate alle vetrate” del primo film, solo molto più spaccona che poi, forse, è anche il riassunto di tutta la carriera di Harlin.

Sorridete, state per essere fotografati.

Tutta la sparatoria nella nuova ala del terminal che inizia in sordina e finisce… Con un’esplosione! Per me è un manuale su come si dovrebbero sempre girare le scene d’azione, la suspense della Beretta presa al volo sul tapis roulant, il mascellone storto del T-1000 Robert Patrick che risponde “con un bersaglio!” alla domanda “Con chi credi di avere a che fare?”. Per me quella scena lì resta una delle migliori del film.

Quando vorresti fare come Groucho e lanciare la pistola al protagonista.

Ma forse la migliore e subito dopo arrivano l’inseguimento sulle motoslitte (le motoslitte! Vi rendete conto!?) e naturalmente la scena dell’aereo che ogni volta mi fa pensare: «Vediamo se anche questa volta la fiamma di uno Zippo è più veloce di un Antonov in fase di decollo?»

Però, bisogna dire che quel pazzoide biondo ha fatto un lavorone, anche considerando il fatto che con una mano dirigeva “Die Hard 2” e con l’altra finiva la post produzione di “Le avventure di Ford Fairlane” uscito nella sale lo stesso anno. Cosa che non ha fatto rinunciare il regista alla sua mania di dettaglio, basta dire che l’esaltante scena finale, è stata girata in quattro momenti diversi e in quattro location differenti: Granada Hills, California (McClain che si arrampica sulla scaletta), Los Angeles, California (i primi piani di Franco Nero impegnato a pilotare l’aereo), il deserto del Mojave (tutte le inquadrature sull’aereo in partenza) e Alpena nel Michigan (gli esterni e i combattimenti sull’ala dell’aereo).

«Che c’è scritto? tenere fuori dalla portata dei bambini…»

Lo so, poi manca come l’aria la frase «Yippee Ki-yay motherfucker!», ma vi assicuro che ad ogni visione del film (e vi giuro che nella mia vita sono state proprio tante), ogni volta mi sono esaltato tantissimo urlando in coro con McClane: «Holly!! Ti ho accesso le luci della pista!»

La mia idea di finale romantico con i fuochi d’artificio.

In tutto questo, Bruce Willis recita come uno sa di essere nuovamente nei panni del personaggio della sua vita, la Hostess di terra ci prova e lui risponde facendo dondolare l’anello nuziale sul dito, snocciola battutacce e gestisce alla grande i momenti drammatici, nella scena del volo «Windsor Uno-Uno-Quattro», quella che ogni volta mi fa gridare «Siete a ottocento piedi! Ottocento!», Willis manda a segno forse il singolo momento più esaltante di tutta la saga («Cosa vuoi fare?», «Tutto quello che posso»), salvo poi disperarsi per il mancato salvataggio.

John McClane, icona di resistenza cinematografica.

Il suo McClane fa nuovamente fronte alle sfighe della vita, facendo appunto tutto quello che può, le prende, le dà, si dispera e risponde con una frase smargiassa, sempre lamentandosi che una volta ogni tanto, non sarebbe male fare un Natale normale, un’icona di resistenza umana per cui è fisicamente impossibile non fare il tifo, anche solo perché ci conferma una regola aurea, quella che lo rende a pieno titolo uno di noi: mai muoversi da casa, per passare le vacanze Natalizie con i propri suoceri!

Just once, I’d like a regular, normal Christmas. Eggnog, a fuckin’ Christmas tree, a little turkey. But, no! I gotta crawl around in this motherfuckin’ tin can!
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