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Die Hard 5 – Un buon giorno per morire (2013): Yippee Ki-Yay Mother Russia

Ho scoperto
che in Russia, Trappola di cristallo
uscì con il titolo, “Tough nut to crack”, ovviamente in russo (storia vera) ed
è proprio in Russia che è ambientato l’ultimo capitolo di “Die hard” e della
rubrica… MUORI DURO!

Vi ho già raccontato di come abbia qualche
problema a sentire davvero miei i capitoli più recenti della saga di “Die
Hard”, sicuramente perché sono quelli che ho visto meno volte, ma non è nemmeno
quello, per i primi tre film ho davvero esagerato con il numero di visioni, per
quanto mi riguarda c’è la trilogia di “Die hard” e poi, vabbè, sì, ci sono anche
gli altri due.
Quello che mi
è parso evidente fin alla prima visione del film nel 2013, ovviamente al cinema
(questa era la parte facile, no?) è che nemmeno la Twentieth Century Fox ci ha
creduto davvero molto a questo quinto capitolo, il precedente uscì nell’estate
del 2007, la risposta della Fox ai blockbuster miliardari e caciaroni,
infatti questo era, il tentativo di aggiornare McClane ad una nuova generazione
abituata ai super eroi.



“Super cosa? Io al massimo ho un super mal di testa”.

“A good day to
Die Hard”, da noi “Un buon giorno per morire” che traduce decentemente, ma perde il
gioco di parole e il significato generale, esce il 14 Febbraio, San Valentino. Ok,
che ogni volta che guardo “Die Hard” è una festa (di solito Natale), ma non
credo fosse un atto di romanticheria della Fox per celebrare l’amore del
pubblico per questa saga, a mio avviso, non credevano che questo quinto capitolo
potesse tirar su chissà che numeri, un’operazione che nasce modesta, infatti
viene affidata ad uno che non dirige blockbuster, ma a John Moore (“Behind
Enemy Lines”, quel casino di “Max Payne”) diciamolo pure, non proprio un
fenomeno.

Il vero dramma
è la sceneggiatura, la prima completamente originale scritta apposta per un
film di questa saga, non tratta da romanzi, o da articoli di Wired, una novità, insomma, a chi decidi di farla scrivere, a Skip
Woods, autore di roba moscia tipo “Codice: Swordfish”, l’osceno “X-Men le
origini – Wolverine” e il dimenticabile Hitman: Agent 47. Skip sembra il nome del ragazzino che porta le mazza durante una
partita di golf, io non gli affiderei nemmeno quelle, figuriamoci la saga di
“Die Hard”, ma, purtroppo, non sono il capo della Fox, sfiga!



Ancora la parte migliore del film (che però si vede solo nel trailer!).

Il fatto che
il film possa contare su meno sostegno da parte della major pagante è chiaro,
l’ambientazione Russa permette di assoldare manovalanza e attori di contorno ad
un costo minore, inoltre, il film con i suoi 97 minuti di durata è il più corto
di tutta la saga. Anche solo per le facce note, questo quinto capitolo va sotto
bevendo dall’idrante contro quello precedente, per cinque minuti non consecutivi
torna Mary Elizabeth Winstead, nei panni di Lucy McClane, i cattivi sono una
serie di illustri sconosciuti (carisma-lesi), mentre Jai Courtney, nei panni di
John (detto Jack) McClane Junior, fino a quel momento aveva fatto il cattivo
nel primo “Jack Reacher” e dopo questo film è riuscito nella non prodigiosa
impresa di recitare in quella cagata di “I, Frankenstein”, nella palla mortale Unbroken, di passare alla storia come il
Kyle Reese sbagliato di Terminator Genisys e del tizio con i basettoni di Suicide Squad. Jai, ragazzo mio, tu hai davvero bisogno di un nuovo agente!



Jai Courtney riassume la sua stessa carriera in un solo gesto.

Questa volta John
McClane (il monolitico Bruce Willis) decide di prendersi una vacanza in Russia,
vuole provare il dopo sbornia da Vodka? Forse, ma la sua vera missione è
ritrovare suo figlio, il Sucre di “Prision Break” lo informa che Jack è in una
prigione russa, quindi papà McClane parte per andare ad aiutarlo.

Le riunioni di famiglia in casa McClane.

In realtà, le cose sono diverse, Jack lavora per la CIA, da tre anni è sotto copertura e
deve proteggere Yuri Komorov (Sebastian Koch) ex trafficante di armi e uranio
pronto a collaborare con i servizi segreti americani, per recuperare dati
sensibili che potrebbero incriminare un politico loschissimo in odore di
Vladimir Putin. Se domani, passando di qui troverete un sito “Trova mogli Russe” ora sapete il perché, è stato bellissimo. Vi voglio bene.



Da domani qui ci chiamiamo: Letayushchiy гроб.ru

Chiaro che tra
un inseguimento, un’esplosione, una sparatoria, un’esplosione, un’altra
esplosione degli spari e qualche esplosione padre e figlio troveranno il tempo
di chiarirsi, anche se non è ben chiaro perché abbiano litigato, ma si sa che
la pace in casa McClane passa per qualche attacco terroristico da sventare.

Devo dirvi che
“A good day to Die Hard” è un bel film? No, non lo è, però devo dire che al
netto del suo non eccezionale talento, John Moore ha fatto il meglio che poteva
con le carte che gli hanno messo in mano, se non altro ha il buon gusto di
dirigere un film che non snatura il protagonista, certo la sceneggiatura è
piena di difetti, ma quello che vediamo qui è il nostro solito John McClane,
non un indistruttibile super eroe capace di abbattere F-35 a mani nude.

In “Die Hard” nessuno usa le scale, sempre e solo ascensori.

Dopo
l’inevitabile premessa iniziale e due minuti “Simpatia” (si fa per dire) con
il taxista locale che canta Sinatra (grande passione di Bruce Willis), il film
entra nel vivo con un grosso inseguimento stradale forse un po’ confusionario
della coreografia, ma sicuramente “Old school”, giusto per utilizzare un
concetto espresso durante il film (e non tradotto dal doppiaggio italiano).
Certo, bisogna dire che McClane (padre) provoca un numero di incidenti tale da
fare la gioia di tutti i carrozzieri di Mosca e dintorni, però la scena
iniziale si lascia guardare e quando John si lancia con l’auto dal cavalcavia
ringhiando “Io ci provo!” tutto sommato sono contento, meglio questo
inseguimento con tutti i suoi difetti (tipo la telefonata alla figlia della
serie “Facce ridè”) che le auto volanti in computer grafica del film
precedente.



La soluzione ai vostri problemi di traffico.

Se devo
proprio dirla tutta, non mi è dispiaciuta nemmeno la scena successiva di mega
sparatoria nel palazzo, con la squadra McClane schierata contro i cattivacci
armati prima e contro un elicottero da combattimento dopo, l’idea di sfruttare
uno spazio chiuso permette di controllare i costi e ammicca sia al primo film,
che alla sparatoria nella nuova ala del terminal del secondo, l’idea della scivolo per i rifiuti è la classica
trovata tutta matta tipica di John McClane.

Visto che ho
parlato di ammiccare, se escludiamo il rallenti del cattivo che per scendere
non prende le scale, i colpi di mitra contro la vetrata (anche se i cattivi
hanno la scarpe a differenza del nostro John), ci sono decisamente meno
strizzate d’occhio rispetto al film precedente, il che per me è quasi sempre
positivo.



Die Hard & Figli: Frantumiamo vetrate a colpi di proiettile dal 1988.

Inoltre, Jai
Courtney non sarà un fenomeno e nei primi minuti è sull’irritante andante, ma è
un dettaglio che si ridimensiona presto e alla fine non dico che si tifa per
lui, anche se c’è più chimica in quei due minuti in cui Bruce Willis recita con
Mary Elizabeth Winstead, che in tutto il tempo che passa con Jai, ma in
generale risulta credibile come figlio di un’icona cinematografica della nostra
infanzia. Sapete che non amo fare i paragoni con il peggio, è una cosa che in
generale serve a poco, però ho uno strano senso di dejà vu che non riesco a spiegare,
cavolo che sensazione strana! Non so bene per quale motivo, ma sento che a
questo punto del commento, devo fare il nome di Steven Spielberg, però non capisco proprio il perché

“Ti è andata bene pà, Indy non è stato così fortunato”.

Passiamo,
invece, alle note dolenti tutte legate alla sceneggiatura del porta mazze Skip,
qua è là ci sono delle forzature che fanno venir voglia di strizzare gli occhi
così forte, che si arriva a fine film con il rischio di congiuntivite, quando i
due protagonisti sono a corto di armi McClane scova (non si sa come) le chiavi
di una Bentley parcheggiata fuori dalla discoteca che, guarda caso, ha il
bagagliaio pieno di fucili, la spiegazione di Jack è un tentativo di
giustificare una trovata forzata, l’assurdo è che nel bagagliaio non ci sono
solo armi per un esercito, ma giacche e giubbotti proprio della taglia dei due
McClane, io non so come si dica FACCIAPALMO in Russo, ma è la parola che ci
vorrebbe ora.

La parte
peggiore è che dietro alle solite motivazioni dei terroristi che poi si
rivelano completamente diverse (ormai una tradizione della serie) Skip Woods
pensa bene di completare la sceneggiature pescando dal manuale degli stereotipi
sulla Russia, siccome si è già giocato la carta del politico losco, dei mafiosi
discotecari con la macchine da papponi piene di armi, pensa bene di utilizzare
anche l’ultimo luogo comune. Ad un certo punto, scopriamo che il cattivo che
Jack sta cercando di incastrare… Ah, sì, ha provocato il disastro di Chernobyl,
non te lo avevo detto?

“Dovremmo avere dei fucili per cose di questo tipo” (Cit.)

Qui Skip Woods
dimostra di non avere idea di cosa siano le radiazioni e di ignorare
completamente i loro effetti sul corpo umano, i cattivoni dentro le loro tute
anti radiazioni sparano un gas che le fa scomparire (Magia! Un colpo di spugna e
la radioattività va via!), a quel punto possiamo allegramente sbattercene
dell’argomento, basta giusto una battuta finale per ironizzare sul tuffo nella
vasca, che tanto Jack sa essere piena di acqua piovana NON radioattiva. Glielo
avrà rivelato il contatore Geiger da polso che porta sempre con sé, era in
regalo collezionando numeri di Topolino.



“Dopo questo bagno radioattivo, possiamo dire addio ai nipotini McClane”.

“Die Hard – Un
buon giorno per morire” sembra uno di quei film d’azione che di solito escono
solo per il mercato dell’Home video, dà tutto subito e si tiene da parte i
soldini necessari per mandare a segno la scena dell’elicottero (con le sue pale
posteriori indistruttibili) in modo da avere il finale spettacolare che il
pubblico pretende, una scena che in generale risulta ben poco credibile, ma
dopo l’F-35 abbattuto a mani nude sembra una trovata assolutamente logica, per
questo sostengo che Moore abbia cercato di mantenere lo spirito originale di
questa saga, aggiustandosi con quello che aveva. Len Wiseman con queste
limitazioni avrebbe fatto ben di peggio, basta guardare i titoli della sua
filmografia.

La credibilità sfoggia più lividi di John McClane.

Ma più che
l’uso sbarazzino delle leggi della fisica (nucleare) quello che per me è il
vero difetto del film è l’assenza di dialoghi davvero meritevoli, alcune
battute sono forzate (“Cosa ti ricorda?”, “Newark”), altre semplicemente
non fanno ridere. L’unica trovata simpatica, ovviamente, arriva dal nostro John
che appioppa nomi famosi ai cattivoni di cui non riesce a pronunciare il nome,
quindi è tutto un “Fermo li Karamazov”, anche se il migliore resta il Nureyev,
appiccicato addosso al russo con la passione per il ballo, in generale, comunque,
pochissima roba rispetto agli standard di questa serie.

In un’ipotetica classifica “Die Hard – Un buon giorno per morire” batte ai punti il
suo predecessore, perché ha il buon gusto di far esplodere un sacco
di cose e di farlo quasi alla vecchia maniera, anche se in classifica generale,
non può permettersi nemmeno di allacciare le scarpe al secondo capitolo.


“Pà, è questo il momento in cui Dean Martin inizia a cantare?”.

Bruce Willis
non si lancia in stunt impossibili per un uomo della sua età, il più delle
volte mette mano ad un mitra gigante, mette su il grugno da Bulldog e fa esplodere
qualcosa, il che per me va sempre bene e, a ben pensarci, era quello che faceva anche
Stallone in “Rambo 4”. Dove non arriva l’età arriverà un fucile mitragliatore
oh-oh-oh.



Il vincitore del premio “Padre dell’anno” è…

Sarà anche per
i Rolling Stones sui titoli di coda, che sono vecchi e sempre affidabili come
McClane, ma tutto sommato il film è caciarone abbastanza da divertirmi, i tempi
di McTiernan sono lontanissimi, lasciatemi aggiungere, però, che nella scena in
cui Jack distrugge il cellulare al padre e lui risponde: “Avevo un contratto di
tre anni”, mi è venuto da sorridere pensando ad una certa società
telefonica che sfoggia Bruce Willis come una scimmia ammaestrata.

L’Esercito delle dodici scimmie (ammaestrate).

Sapete che c’è
Hippie ya ye figli di puttana, voi e la vostra fibra! Non c’è scenetta scema o
comico idiota che possa scalfire la passione di una vita, anzi io ci spero
ancora che il desiderio di Willis di concludere la saga con un sesto capitolo
si possa realizzare, ho un sacco di idee per un sesto capitolo, basta dire che
il protagonista del romanzo di Roderick Thorp che ha ispirato “Die Hard” era un
vecchio poliziotto in pensione, sarebbe un modo perfetto di chiudere il cerchio
anche per Bruce Willis.


Concludendo
questa retrospettiva e questa rubrica dedicata a “Die Hard” lasciatemi dire una
cosa che ho imparato in tanti anni di passione per questi film, una grande
certezza, anche se non è ancora Natale: John McClane kicks ass!



Alzate il volume, e tutti in piedi per il ritornello…

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