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Die Hard – Trappola di cristallo (1988): Hippy ya-ye pezzo di classido!

Si può
spiegare un film perfetto a qualcuno? Non si corre forse il rischio di sembrare
esagerati perdendo obbiettività? Forse, ma non aspettatevi mezze misure da me,
non quando devo parlarvi di “Trappola di cristallo” il più grande film della
storia del cinema, così, tanto per toccarla piano, ma anche il fiore
all’occhiello della rubrica…  John
McTiernan had a gun! (Hippy ya-ye)

Piccolo passo
indietro, andiamo tutti in un tempo indefinito da qualche parte nella mia
“bambinezza”: interno giorno, mio padre
entra in soggiorno, io sono davanti alla tv, il fedele videoregistratore di
famiglia srotola implacabile nastro di VHS, mio padre mi chiede che cosa sto
guardando, io rispondo: “Trappola di cristallo” che ora si chiama “Die Hard”, ma
scusatemi se mi sentirete spesso chiamarlo con il nome con cui l’ho conosciuto.

La risposta di
mio padre è significativa: “Ah, stai guardando un classico”, che poi, nelle
nostra parlata padre-figlio, un “classico” (o in alternativa “film culturale”) è
il nostro modo di descrivere quei film che hai visto solo quelle tre o
quattrocento volte, dove le gente si spara e le cose esplodono a ripetizione.
Avete presente, no? I film belli.
Non credo
esista un film più giusto di “Trappola di cristallo” per descrivere questa
categoria, un classico, sia per come lo intendete voi, sia per la nostra
parlata di famiglia. Quel pomeriggio associo il concetto di “classico” a questo
film, il momento esatto in cui nella mia testa ha iniziato germogliare un’idea
balzana che quasi trent’anni dopo ha un nome e un logo rosso, oggi chiudo il
cerchio. Non possono esistere i CLASSSIDY senza questo film!




Non so quando
sia successo, ma un bel giorno, John McTiernan si trova per le mani il romanzo
“Nothing Lasts Forever” (“Nulla è eterno, Joe”) di Roderick Thorp, è la storia
di un vecchio poliziotto che in visita alla figlia, si fa sorprendere senza
scarpe da un attacco terroristico, qui il nostro Joe Leland, vede l’occasione
per fare qualcosa di buono, raddrizzare qualche torto e magari trovare un
minimo di redenzione per se stesso, quindi s’impegna a mettere i bastoni tra
le ruote ai terroristi in ogni modo possibile. McTiernan chiude il libro e
probabilmente lo rimette sul comodino pensando “Marò che palle!” che poi è
grossomodo quello che ha risposto quando gli hanno proposto di dirigere
l’adattamento cinematografico del libro. La prima volta.

Se volete, potete anche leggero scalzi, per immedesimarsi meglio.

Per sapere tutto del romanzo originale, fate un salto su gli Archivi di Uruk, dove Lucius ci parla del libro.

Sì, perché
McTiernan fresco di Predator, non ne
voleva sapere nulla del vecchio Joe Leland, ma cambiò idea dopo aver apportato
le giuste modifiche al romanzo, smussandone parecchi angoli e gettando su tutto
un grosso quantitativo di umorismo ed esplosioni. Anche perché, parliamoci
chiaro: uno dei motivi per cui “Trappola di cristallo” è un film perfetto, è
proprio la sceneggiatura ad orologeria scritta da Steven E. de Souza.

Da quel testone sono usciti molti dei vostri film preferiti. Tipo questo.

Al pari di
McTiernan, pochi sono disposti a riconoscere il cristallino talento di de Souza,
uno che si è dedicato in carriera ad un sacco di progetti in tv e al cinema e
che con grande spirito operaio ha firmato un sacco di divertentissime cazzate che
amo più del loro effettivo valore, ma che con tre film, in particolare, ha dato
forma all’action moderno, fatto di eroi tosti, ma ironici. Titoli gloriosi come “48
ore” (1982), Commando (1985) e, appunto, questo “Die Hard”, in cui tutto è
perfetto. Potete guardare il film cento volte e vi assicuro che l’ho fatto
anche più di cento volte ed ogni volta l’intreccio è ad orologeria, la
caratterizzazione dei personaggi da manuale e la cura per i piccoli dettagli maniacale,
da imparare a memoria per chiunque ami vedere i bei film, o voglia fare del
cinema.

Ora che ci penso,
altro che cento volte! Per me “Trappola di cristallo” è stato una presenza
costante durante l’infanzia, guardavo i primi due film della saga sul mio
videoregistratore in continuazione, quando, poi, sono andato al cinema a vedere
il terzo film, è stata una delle esperienze cinematografiche più esaltanti
della mia vita (tranquilli, ne parleremo, consideratevi avvisati!), eppure
“Trappola di cristallo” è sempre stato il mio preferito di tutti, mettevo su la
VHS a metà pomeriggio anche solo per vedere dieci minuti di film e finivo
sempre per rivedermelo tutto ripetendo le battute a memoria. Ho rivisto il film
pochi giorni fa e vi assicuro che posso ancora ridoppiarvi quasi tutte le
battute, fatemi dire una cosa molto virile adesso, io da bambino guardavo
“Trappola di cristallo” come le vostre figlie e le vostre nipotine oggi
guardano “Frozen”. Ecco magari poteva venirmi un po’ più “maschia” questa
frase, ma dovrei aver reso l’idea.



“Bruce tirami il dito” , “Pure questa? Non avevo già avuto una giornata abbastanza brutta?”.

Per me
“Trappola di cristallo” è il film che ha cambiato tutto, quello che ha reso lo
spasso di guardare un film, un vero amore viscerale, quello che mi ha fatto
pensare “mica male questa faccenda del cinema”, la spallata definitiva verso
una vita dedicata alla ricerca del mio prossimo film preferito, se sto qua a
scrivervi da qui, ora sapete a chi dare la colpa (a me) e il merito (a Die
Hard).

Un culto che
ruota intorno ad un film perfetto e al suo perfetto protagonista, sì, perché il
merito di questo film va diviso in parti uguali tra Steven E. de Souza, dalla
regia ispirata e tiratissima di John McTiernan e a Bruce Willis, che ora, anno
2016, è facile pensare a Bruce Willis come al perfetto eroe d’azione, ma nel
1988 era un’intuizione geniale che solo un grande uomo di cinema come McTiernan
poteva avere.

Bruce arrivava
dalla serie tv “Moonlighting”, ma soprattutto da qualche commedia di basso
profilo tipo “Appuntamento al buio” (1987). Scartata l’idea di usare il romanzo
di Roderick Thorp come bozza per un seguito di Commando (sì, abbiamo rischiato
che Schwarzenegger, facesse il poker e diventasse anche il titolare nella saga
di Die Hard!), McTiernan capisce che ormai il vento è cambiato e sceglie
proprio Bruce Willis per la parte di John McClane.



Mito. Icona. Esempio di classe e portamento. In poche parole un eroe.

Vi devo pure
raccontare la trama? Vabbè, portate pazienza… 

Hans Gruber (un enorme Alan
Rickman) è un terrorista di origini tedesche, con la sua preparatissima squadra,
si muove sulle note della nona di Beethoven, pronto a mettere in atto un piano
criminale studiato nei minimi dettagli per diventare la più grande rapina della
storia, l’obbiettivo sono i 640 milioni di ex presidenti morti stampati in
titoli al portatore, contenuti nel caveau del palazzo della Nakatomi (la vera
sede della Twenty century Fox nella sua migliore interpretazione di sempre!).
Un finto attacco terroristico pensato per seminare il panico, sfruttare
l’incapacità della polizia americana e fuggire con il malloppo, un piano
perfetto, in cui nulla può andare storto, se non un poliziotto di New York, in
visita alla moglie per le feste di Natale, che fuma e dice troppe parolacce,
che sarà pure rimasto senza scarpe (ma in canottiera!), ma è fermamente
intenzionato a fare tutto quello che può. John McClane, la variante impazzita
che non puoi calcolare, la sabbia negli ingranaggi, uno di noi, in definitiva:
un eroe.

Il colore della canotta cambia in base al grado di difficoltà.

Commando prima e Arma letale dopo, avevano cambiato tutto, Arnoldone aveva aperto con
successo alle commedie, Stallone, invece, ci ha messo più tempo ad adattarsi e
questo (forse) spiega l’insuccesso commerciale di “Rambo 3”, in tutto questo
Bruce Willis era una novità assoluta, un tizio normale che si trova in una situazione
più grossa di lui ed è costretto a fare tutto quello che può per salvare sua moglie
e fermare i cattivi.

Un nuovo tipo
di eroe che, invece di snocciolare “Frasi maschie” aggressive, spesso
sdrammatizza le sue sfighe usando l’ironia, non un Mr. Muscolo, ma uno
qualunque, vulnerabile, che si fa male e resta senza scarpe, uno che, come il
tempo ha dimostrato, perde i capelli… I capelli! Cazzo, vi rendere conto!?


“Meglio senza capelli che senza scarpe no?” (quasi-Cit.)

Un nuovo
modello capace d’incarnare il fascino implacabile di un Callaghan, interpretato da uno convincente come eroe d’azione che
recita quasi tutte le battute con la sigaretta in bocca e gli occhi socchiusi
alla Robert Mitchum, il tutto, però, armato di più ironia, più battute pronte per
sdrammatizzare che numero di pallottole (“Giuro su Dio che finché campo non
voglio più salire neanche sul tetto di una macchina!” occhio che posso
citarvelo tutto a memoria), uno che alla sfiga e alle mazzate risponde con la
faccia da schiaffi, aspettando il momento per restituire il favore.



Se fate i bravi, Babbo McClane vi porterà il un fucile mitragliatore. Lui è stato cattivo.

Iconico anche
nell’aspetto, la combinazione piedi scalzi, canottiera (che cambia colore in
base allo sporco e alle difficoltà) e zippo, fanno di lui una specie di
pistolero moderno, un John Wayne particolarmente scanzonato, o forse dovrei dire
Roy Rogers. (“Mi piacevano le sue giacche con i lustrini”).

Tra le cento
scene mitiche che vedono John McClane protagonista, un paio le amo in
particolare, perché sottolineano la sua diversità rispetto a tutti gli altri
eroi dei film d’azione. Quando i terroristi sparano alle vetrate per metterlo
in difficoltà costringendolo a camminare sui vetri rotti, McClane mormora quel
“Basta” sofferto che lo avvicina a voi o a me, quando le sfighe iniziano ad
accumularsi come la neve a Natale.



Brutta giornata in ufficio oggi John?

Ma il motivo
per cui lo considero il MIO action hero del cuore è sicuramente l’ironia e la
faccia come il culo. McClane è un eroe popolare, un “colletto blu” che si
sporca mani e canottiera per fare le cosa giusta, uno che sa come muoversi e
prende a male parole tutti quelli che gli mettono i bastoni tra le ruote,
specialmente l’autorità che mal sopporta e spesso è incompetente (“Devo darti
una brutta notizia Dwayne, a giudicare da qui come direttore fai schifo”), il
tutto con un umorismo irriverente. E’ una vita che aspetto l’occasione giusta
per rispondere a qualcuno dicendo: “Ma che cazzo dici?? Ho il tono di chi
ordina una pizza?!?”.

Quando vi lamentate del Natale con i parenti, fatevi venire in mente LUI!

Sly e Swarzy
erano già giganti quando io ero bambino, per la prima volta con “Die Hard” ho
trovato un eroe vecchia scuola che, però, facesse parte della mia generazione,
anche per questa ragione, John McClane è stato l’uomo giusto, nel posto giusto,
al momento giusto.

Ma per ogni
eroe deve esserci un cattivo di pari livello e Hans Gruber ha alzato
l’asticella della cattiveria cinematografica a livelli olimpionici!



Bad to the bone (ta naa na na na).

A pensarci
bene, McClane e Gruber sono molto simili, sono due che “Muoiono duro”,
traducendo alla mia maniera il titolo del film, due duri da uccidere che
vendono cara la pelle, ma sono opposti nei metodi, tanto è rozzo, zozzo e scalzo
il primo, quanto è ben vestito e amante dei completi da uomo (costosi) il
secondo, uno parla di Roy Rogers e Stevie Wonder e tocca le poppe alle foto
delle playmate appese al muro, l’altro cita a memoria Alessandro Magno (“…i
vantaggi di un ‘struzione classica” cit.) e fa analisi sulla decadenza della
società occidentale paragonandola alla spacconeria dei suoi personaggi
cinematografici (“Voi americani siete tutti uguali, ma stavolta John Wayne non cavalcherà verso il tramonto con Grace Kelly”, “Era Gary Cooper coglione!” frase che ripeto SEMPRE in coro a Bruce Willis ad ogni visione del film).

“Cassidy fa troppo il furbo, lo voglio morto”.

Inoltre, Hans
Gruber è incredibilmente pronto, non solo nello smantellare tutte le procedure
della polizia (e dell’FBI), restando sempre un passo avanti a tutti, ma è
capace d’improvvisare proprio come McClane. La scena sul tetto, quando faccia
a faccia con il poliziotto, s’inventa un’identità fittizia pur di salvarsi
(“Clay. Bill Clay”) resta ancora oggi, a distanza di quasi trent’anni, una
delle più clamorose astuzie da parte di un cattivo cinematografico, resa possibile
solo dalla cura dei dettagli della sceneggiatura, ma anche dall’ennesima
intuizione di McTiernan che ha inserito la scena in corsa, per dare maggiore
spazio ad un Alan Rickman in stato di grazia (storia vera!).

Rickman qui recita per la leggenda, in molti film si fa vagamente il tifo per il cattivo,
specialmente se carismatico, qui, invece, è fisicamente impossibile patteggiare
per lui. Lo avevo già raccontato, ad
ogni visione esulto per la sua (spettacolare) morte, eppure di attori completi
e magnetici come Alan Rickman non ne fanno davvero più, la parte del
cattivissimo Sceriffo di Nottingham, in “Robin Hood principe dei ladri” si
metteva in scia alla sua magnifica prova qui in “Die Hard”, ma quale Professor
Piton, quando penso ad un cattivo io ho in mente il ghigno di Hans Gruber
mentre dice: “Lieto di fare la sua conoscenza signora McClane”.



Non è Natale, finchè non vedo Hans volare giù dal palazzo della Nakatomi.

A ben
guardarlo, “Trappola di cristallo” è un ritrovo di grandi facce (brutte) da
cinema, quell’idiota dell’ispettore Capo Dwayne T. Robinson (Paul Gleaso) che
somiglia troppo a tanti capo ufficio della vostra vita, è la spia viscida dei Clarence
Beeks, quello di Una poltrona per due.

Uno dei due
agenti Johnson (quello speciale) dell’FBI è il mitico Robert Davi, uno che
nella mia mente di bambino è passato dalla Banda Fratelli dei Goonies al bureau senza passare dal via.
Ma il capolavoro è il giornalista stronzo che fa saltare la copertura
della signora Holly Gennaro (in McClane) solo per fare uno scoop, lo interpreta
William Atherton che, non pago di farsi prendere a pugni nei bar, per il suo
ruolo gemello in Ghostbusters (storia
vera!), qui torna a fare la stessa cosa… Due volte! Visto che il personaggio
compare anche nel seguito del film. William ragazzo mio, questo è vero
masochismo!



Esistono modi meno dolorosi per suicidarsi William.

Vogliamo
parlare di Al Leong? Una vita da sgherro cinese nei film e mai una singola linea di dialogo recitata, qui al
massimo, in attesa della SWAT, si guarda intorno prima di rubare un croccante
dalla teca dei dolciumi.



Dopo una vita da sgherro baffuto, almeno un dolcetto ti è concesso Al.

Menzione
speciale per il personaggio più odioso e sfigato mai visto al cinema, sì, sto
proprio parlando del  fastidioso cocainomane Ellis, un pallone gonfiato vestito
e calzato ripieno di boria. Hart Bochner si chiama gli schiaffi fin dalla prima
inquadratura, la leggenda vuole che durante il monologo con cui cerca di
convincere Hans, Bochner si sia inventato quel “Bubby” gettandolo dentro a caso
senza preavviso, infatti l’espressione sorpresa di Alan Rickman è la sua
autentica reazione a quell’amichevole (e fuori luogo) deviazione rispetto al
copione. Il doppiaggio italiano, invece di tradurre “Bubby” con un più logico
“bello mio”, fa un errore che, però, a mio avviso, diventa un colpo di genio
memorabile, infatti la frase “Hans, bubi! Sono il tuo salvatore!” è talmente
fuori luogo da diventare una delle duecento mitiche di questo film.

“Ragà tutto rego, ci pensa il vostro Ellis”.

Ma per la
questione doppiaggio del film, lascio la parola all’esperto, Evit di Doppiaggi Italioti ci spiega tutto, ma proprio tutto (sì, anche il mitico “Yippee
ki-yay Motherfucker” mezzo improvvisato da Willis per far ridere la troupe sul set, che diventa l’altrettanto mitico “Hippy ya-ye
pezzo di merda!”) sul doppiaggio del film!

Frasi mitiche? Provate a fare meglio di Bruce!

Voi direte: “Sì,
ok, il cattivo bastardo, il buono fighissimo, ma il resto dei personaggi
saranno le solite macchiette scritte a tirar via ed interpretare peggio” e qui
immaginatemi con la faccia da McClane mentre vi sventolo il ditone a
tergicristallo davanti alla faccia.

Sì, perché
Bruce Willis, fiaccato dalla riprese diurne della serie tv “Moonlighting” e da
quelle notturne di “Die Hard” chiede a Steven E. de Souza di dare più spazio ai
personaggi secondari e, di conseguenza, più respiro a lui, il risultato è un
miracolo: Holly Gennaro (o Gennero, o McClane, insomma lei!) diventa
tostissima, i terroristi guadagnano spessore e una personalità e poi c’è lui,
il sergente Al Powell, la spalla dell’eroe definitiva.



Se vedendo lui pensate “Powell” e non ad una sit-com, datemi il cinque!

Reginald
VelJohnson che faceva un ruolo gemello nella sit-com “Otto sotto un tetto”,
diventa un personaggio complesso e sfaccettato, il classico sbirro ciccio che
compra merendine nella prima scena, uno da lavoro d’ufficio e da “finiamo
presto che torno a casa dalla moglie”. Ma a sua volta come McClane un “Colletto
blu”, uno che fa e, quindi, a differenza di chi comanda, sa come funzionano le
cose. Uno che riconosce John solo dal modo di parlare, due personaggi che senza
vedersi si annusano, si capiscono e si ritrovano simili (“Se sei chi penso che
tu sia sai qual è il momento giu… No dai la smetto!).

Infatti, Powell
prende coraggio, risponde male al suo capo incompetente e cementa l’amicizia
con McClane, raccontando a uno sconosciuto (di cui però si fida e in fondo
ammira), il momento più buio della sua vita. Amicizia virile al suo massimo, se
non avessi un’immagine da mantenere piangerei.



“Adesso non posso parlare John, qui stanno per aprirsi gli idranti”.

“Trappola di
cristallo” è un capolavoro perché le parti che normalmente criticherei qui
funzionano, il terrorista biondone che McClane faticosamente appende per il
collo torna in vita? Normalmente direi che si tratta di una trovata da Slasher
movie fuori luogo, qui, invece, funziona alla grande perché conclude l’arco
narrativo di Powell, della sua amicizia con McClane ed è perfettamente in
linea con il clima di festa natalizio del film. Sono poco obbiettivo no, no no,
non è colpa mia, è “Die Hard” ad essere un fottuto capolavoro!

In tutto
questo, McTiernan dirige come si fa in paradiso, impone al film un ritmo da
battaglia impeccabile, sottolinea alla perfezione i tempi comici di Bruce Willis
e dirige l’azione alla grande, con una gestione degli spazi invidiabili, il
palazzo della Nakatomi diventa un pianeta fatto di cunicoli e piani in
costruzione che costringono il protagonista a sfide sempre più impossibili, senza
mai il tempo di tirare il fiato, il salto nel vuoto legato alla manichetta dell’idrante
è una follia anche dopo mille visioni del film, ma appena pensi che sia finita,
lo stesso idrante che ti ha salvato la vita, diventa l’ancora che rischia di
tirarti giù verso morte certa. Insomma, come portare il concetto di “vendere
cara la pelle” ai massimi livelli!



“Le scale? Perchè nessuno mi ha detto che ci sono le scale!?”.
Il finale
non ve lo sto nemmeno a descrivere, per me resta il miglior duello finale, mai
visto in un film western moderno (ovvero senza cavalli), un buono, del nastro
da pacchi natalizio, due cattivi e altrettante pallottole, John McClane come un
pistolero, estrae veloce e spara dritto, poi soffia sulla canna della pistola
e conclude tutto con quel “Happy trails, Hans” (“Fai buon viaggio Hans”), che
altro non è che la sigla finale del “Roy Rogers Show”. Che altro vogliamo
aggiungere ad un finale così? Forse solo un bell’Hippy ya-ye pezzo di merda!


L’Eroe Western della mia generazione.

Dopo un finale
così, può esserci solo la celebrazione, per la vittoria dei buoni e del Natale,
perché “Trappola di cristallo” è un classico di Natale che si conclude con Vaughn Monroe che canta “Let it snow!”, ma in senso più ampio per me, non esiste un classico
natalizio migliore di questo che sia il 25 Dicembre, il 7 Marzo o il 15 di
Agosto, ogni volta che guardo “Die Hard” per me è sempre come la mattina di
Natale! Se fate i bravi Babbo Natale vi porterà un fucile mitragliatore… Buon
Natale a tutti!

«Se
festeggiano così il Natale, figuriamoci il Capodanno!»
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