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Dillinger (1973): Fare il tifo per i tipi giusti

Altro giro, altra corsa, altro Milius in questa lunga maratona. Il 1973 vede l’esordio del nostro dietro la macchina da presa… Ho visto esordi peggiori in vita mia. Benvenuti ad un nuovo capitolo di…

In questi giorni sono fissato con i minuti iniziali dei film che ne determinano l’intero andamento, è una cosa che tendo a notare, ecco anche questo, nelle prime scene devasta tutto, ti dice subito chiaro e forte i suoi intenti e, in buona sostanza, ti compra.

Di questa
pellicola avevo visto solo un pezzo svariati anni fa, si trattava delle scena
della sparatoria (mica pizza e fichi) me lo sono appuntato nella mente, “Dillinger”
di John Milius, ci ho messo un po’, ma posso dire di essere felice di aver
colmato questa lacuna.
John Milius
non si limita ad essere uno sceneggiatore prestato alla regia, uno che inquadra
gli attori mentre recitano le sue battute, lui scrive già pensando alla scena
finita (i dissidi con John Huston per L’uomo dai sette capestri sono un
indizio). La scena iniziale di questo film come detto è micidiale, siamo in una
banca, che poi, se stai facendo un film sul più grande rapinatore di banche di sempre,
è anche un modo logico per cominciare?



“Mani in alto, questo è un filmone!”.

Dillinger ha
“Il sorriso mangiamerda” (Cit.) di Warren Oates, una di quelle facce da Cinema
che viene spontaneo chiedersi come mai non ne facciano più così: cappello di
paglia da giornata estiva degli anni ‘30, baffo sì, ma non ditegli che somiglia
a Douglas Fairbanks altrimenti si incazza (malamente). Con la lingua sempre in
movimento, si rivolge al banchiere parlando da una piccola finestrella e in un
secondo ci salta letteralmente dentro con la 45 in mano, come se la stesse
puntando verso noi spettatori. La scena si conclude con il personaggio che dice:
“Questo potrebbe essere uno dei momenti migliori della vostra vita”, titoli di
testa, con charleston allegrone che parla del denaro. Ecco, questo è l’inizio
di quel film che mi ero appuntato mentalmente: “Dillinger” di John Milius.



Dillinger, tieni a mente il nome cocco”.
Il film è
classico, cosa c’è di più classico di raccontare la storia di John Dillinger? Milius
che come tanti registi della sua generazione (e come molti di noi) è cresciuto
a pane e Western, vede nel personaggio l’ultimo bandito di frontiera, che usa
la Ford al posto del cavallo e “Mitra Thompson” al posto del Winchester, ma se
escludete questi elementi, il film è assolutamente un Western.
Siccome Milius
è un’ira di Dio a scrivere, il solito dualismo Buono/Cattivo ha dinamiche
differenti rispetto al solito, il regista non si trincea dietro il classico
Poliziotti (=Buoni) contro banditi (=Cattivi), non utilizza nemmeno il facile
ribaltamento di fronte (tutti i banditi sono bravi, tutti i poliziotti sono
stronzi), no, lui ci mostra personaggi che affrontano la vita a testa alta, lo farà per tutto il suo Cinema e quindi nella sua distinzione
non manichea, ci sta che i soci di Dillinger siano dei cialtroni.
Pretty Boy
Floyd entra nella banda da sbruffone, fa il grosso con Dillinger, finisce
inseguito, piagnucolante e preso a calci nel sedere (letteralmente) da John,
che lo rimette in riga.
Homer,
interpretato da Harry Dean Stanton (Il Numero Uno!!) è protagonista di una
scena apparentemente fine a se stessa, ma rappresentativa degli intenti di
Milius:
cercando di
fare il duro di fronte ai suoi soci, Homer se la prende con un signore anziano,
seduto nel portico davanti al suo negozio, il vecchio non si smuove, nemmeno
quando il criminale tira fuori il ferro, in un tripudio di “E quindi tu saresti
quello armato?” il vecchio fa fare una figura di niente ad Homer, che raccoglie
solo risate. Questo illustra la posizione di Milius rispetto ai personaggi e lo fa con lunghi monologhi e spiegoni? No, ci mostra le cose mentre
succedono, le parole al massimo le usiamo per fare altro.



Harry Dean Stanton è talmente un mito che può indossare la pelliccia anche il 15 di Agosto.
Per un film
che si intitola “Dillinger” è abbastanza logico che ad un criminale segua un
uomo di legge. L’altra faccia della medaglia è Melvin Purvis, l’agente dell’FBI
che dava la caccia a John Dillinger, i due sono simili nei modi, ma si trovano
su lati opposti della barricata.
Purvis è interpretato
da Ben Johnson, un’altra di quelle facce per cui lo stampo è andato perso anni
fa, se quello che dà il titolo al film è un criminale smargiasso per cui
facciamo subito il tifo, Purvis sarà sicuramente un viscido bastardo che tutto
il pubblico deve odiare dal primo minuto del film giusto? Invece no!


Have no fear… Melvin is here!

La prima scena
di cui è protagonista Purvis è micidiale: la polizia tiene sotto assedio una
casa in mezzo alla campagna, dentro un criminale con un ostaggio, lo sbirro arriva,
non alza la voce, si infila l’antiproiettile sopra la giacca, sistema il
cappello e indossa i guanti, impugna una 45 automatica per ogni mano e chiede a
qualcuno di accendergli il sigaro, un sigaro da fumare per ogni componente
della banda di Dillinger da catturare o uccidere.

Va verso la
casa da solo, non c’è colonna sonora, entra in casa, si sentono solo degli
spari. Vediamo uscire prima il criminale crivellato di colpi, poi esce Purvis,
con in braccio l’ostaggio.



In qualunque altro film, questa sarebbe stata la scena finale…
Più avanti nel
film c’è una mega sparatoria girata come gli Dei del Cinema comandano, un
tripudio di revolver e Mitra Thompson (Olè!) Purvis qui concede il Bis: trova
la ragazza di Dillinger ferita ad un piede, la toglie dalla mani di uno dei
poliziotti, la prende in braccio e la porta via, come se fosse l’ultimo
Gentlemen della Terra. Oh! Questo sarebbe il Cattivo del film eh?
Lasciatemi
l’icona aperta, perché più avanti in questa pagina, per tutti voi Lupi Manniani
all’ascolto, ho almeno un’altra cosa da dire…
Per essere un
film classico, di classico c’è ben poco: il buono è un rapinatore di banche
romantico e senza paura, mentre il cattivo è un tostissimo Monte Rushmore per il quale in qualunque altro film faresti il tifo subito. Per tutto il tempo i due si
sfidano a distanza, entrambi in momenti diversi della pellicola fanno i conti
con il loro ruolo e con il lascito del loro avversario (Purvis parla con il
bambino, che però è un ammiratore di Dillinger). Entrambi fanno riflessioni sul
loro ruolo nella società e sulla loro condizione di outsider rispetto alla
massa, addirittura hanno una riga di dialogo uguale identica (“Il tempo è
l’unica cosa che possiede in abbondanza”).
Insomma,
Dillinger e Purvis sono due veri, dritti contro il vento, rispettosi del loro
avversario perché lo riconoscono come un loro simile, nel loro duello c’è onore,
quando si incontrano al ristorante a Chicago, Purvis manda un biglietto al
tavolo dell’avversario e rimanda lo scontro per un luogo e un momento consono. Questo è preso da pagina quattro del manuale del duellante modello.
I due hanno un
codice morale simile, anche se sono su due schieramenti diversi, tanto che
persino Pretty Boy Floyd è sollevato di venire ucciso da uno come Purvis, un
uomo da cui non è disonorevole essere ammazzati.



I due attori Richard Dreyfuss e Mitra Thompson in una scena del film…

John Milius
inizia a marcare un sentiero che poi altri avrebbero seguito, giusto per non
fare nomi, lo scontro tra Buono/Cattivi simili, ma su schieramenti opposti, di
fatto è “Heat” di Michael Mann: poca musica, immagini forti, nessun eccesso di
virtuosismo, cura degli effetti sonori realistici, spari, urla, stridere di
gomme, dialoghi pochi, ma incisivi, e molta cura per le scene d’azione. Non è un
caso se i due registi abbiano dato la stessa interpretazione di una scena,
quella in cui Purvis porta via la ragazza di Dillinger tra le braccia…

Dedicato ai Lupi Manniani la fuori…

John Milius è più interessato a queste cose che al mito di Dillinger in sè, non
che il film non sia rigoroso nella ricostruzione storica, si trova tutto: lo
sforzo dell’FBI per contrastare la forza mediatica di Dillinger (attraverso la
creazione dei G-Men), Dillinger come un novello Robin Hood con i
giornalisti che pendono dalle sue labbra… In questo film troviamo tutto, ma non
è il centro della pellicola.

Milius dirige
alla grande, come detto, le sparatorie sono un crescendo di figoseria e
se Milius è un destrorso (SPOILER: Lo è. E neppure poco) nel film non si vede,
perché i suoi personaggi sono per prima cosa puro materiale da Cinema, gente
con valori forti. Dillinger con la sua spacconeria romantica incarna la gioia
di una vita vissuta a tavoletta, mentre Purvis quella passata nel rigore della
legge, sentendosi vivo solo quando è impegnato in una caccia fumando il sigaro
(dettaglio sottolineato dalla didascalia a fine film, che ci descrive il destino
che Purvis ha scelto per sè).
Di fatto, i
personaggi più riusciti di John Milius sono tutti così: dritti tosti e fatti
alla loro maniera, il mondo deve piegarsi alla loro volontà o ai loro desideri,
non viceversa.
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