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Dirk Gently – Stagione 2: La lunga oscura pausa caffè di questa serie

Posso utilizzare
il tormentone che lo stesso Dirk Gently utilizza in questa seconda stagione? Ok,
ci provo: chiudere una serie che aveva ancora un sacco di cose da dire… Did it!

“Visto? Lo usa anche Cassidy il mio tormentone”.

Triste destino
quello della serie creata per la televisione da Max Landis, la prima stagione
ha fatto storcere il naso a molti fan del mitico Douglas Adams, ma con tutto l’amore
che ho per i romanzi del creatore della “Guida Galattica”, devo dire che a me è piaciuta molto.

Purtroppo, la
notizia della cancellazione è arrivata piuttosto presto ed è ironico il fatto
che ora dobbiamo tutti sperare in un salvataggio da parte di Netflix. Ironico perché
per prima cosa, sto ancora aspettando che la popolare piattaforma di streaming
salvi Hannibal, quindi aspetta e
spera. L’altra ragione molto buffa è che probabilmente se anche negli Stati Uniti, “Dirk Gently” fosse nata come serie Netflix, ora staremmo aspettando
tranquilli la terza stagione.



Quando ti cancellano la serie, persino Frodo Baggins si trasforma in Jack Crown.

Sì, perché la
natura molto articolata della trama forse sarebbe stata più semplice da seguire
dal pubblico in un’unica soluzione, alla moda di Netflix, piuttosto che un solo
episodio a settimana, bisogna anche dire, però, che l’effetto sorpresa della
prima stagione, fisiologicamente, viene a mancare arrivati alla seconda
stagione ed anche le premesse di questa nuova investigazioni olistica, ad una
prima occhiata appaiono molto più banali rispetto alla stagione d’esordio,
tutti fattori che non hanno giocato a favore di questa serie, peccato. Ah ve lo dico così lo sapete, potrebbe volare qualche SPOILER da qui in poi.

Peccato davvero perché
la seconda stagione sale di colpi prima e meglio di quanto non abbia fatto la
prima, Max Landis che una ne dice e cento ne sbaglia, con questa serie ha dimostrato che quando non pensa a che buffo
colore utilizzare per tingersi i capelli e resta concentrato, ricordandosi le
lezioni di sceneggiatura di papà John,
riesce anche a tirare fuori delle cosette non male. Classico caso di “Suo
figlio è bravo, ma non si applica”, insomma.



Max con quella camicia, potrai anche dire delle grandi verità, ma in pochi ti crederanno.

L’inizio non è
molto accattivante, al centro della storia l’universo magico dominato da due
famiglie, da una parti i nobili Dengdamor e dall’altra i più popolari Trost,
caratterizzati dai loro capelli rosa (quasi come Max Landis ora che ci penso),
nell’ombra a tirare le fila
per
aizzare la rivalità
, il solito mago (John Hannah).

La messa in scena
di questo mondo è volutamente infantile, una trovata che sulla lunga
distanza ha una sua logica ben precisa, ma che nei primi episodi rischia di
passare solo per sciatteria generale, anche se devo dire che le spade fatte a
forma di forbici giganti sono una bella idea, così come la stramba luna
antropomorfa di meliésiana memoria, forse una citazione cinematografica, in una
storia dove non mancano personaggi con cognomi di famosi registi, tipo Mona
Wilder (Alexia Fast) e Hugo Friedkin (Dustin Milligan). Ribadisco: ogni tanto
Max dimostra che il cognome che porta lo sa indossare.
Chiaro che
questo mondo Fantasy sia una presa per i fondelli dei classici canoni della
fiabe, ad esempio, anche qui c’è una coppia di innamorati divisi tra famiglie
rivali, solo che invece di essere dei novelli Romeo e Giulietta, sono due
Romeo, no, non il gatto del Colosseo.
Quando da
questo mondo fatato arriva una bacchetta magica, gli affari si complicano, perché
la bacchetta finisce nelle mani della casalinga disperata Suzie Boreton che
pensa di utilizzarla per migliorare la sua vita, quindi in un attimo si
trasforma nella (guardabile) Amanda Walsh e poi, siccome il potere logora (in
particolare chi non lo ha) la bionda si monta la testa e pensa di diventare la
nuova sanguinaria regina del reame fatato.



Tremate tremate, le streghe son tornate.

Oh! Ma Max Landis
che problema ha con le bacchette magiche? Fa parte di una Lobby per riportarle
al centro della storie di fantasia? No, perché dopo Bright è già la seconda storia che ruota attorno allo stesso
orpello magico.

“Prima l’Unico anello, ora questo, devo smetterla con il fantasy!”.

In tutto questo, s’incastrano alla perfezione i personaggi di Dirk Gently (Samuel Barnett) e Todd
Brotzman (Elijah Wood), come al solito coadiuvati dalla tostissima Farah Black
(Jade Eshete) e a distanza da Amanda Brotzman (Hannah Marks) ormai a capo del
trio Chiassoso e ancora in fuga dagli agenti dell’Ala Nera, che in questa
stagione guadagnano un apprezzato nuovo arrivato, Alan Tudyk il mitico Wash di “Firefly”
che, però, qui non ha niente da spartire con il pilota della Serenity, visto
che Tudyk si diverte nei panni di uno sgherro fuori di testa abilissimo a dare
la caccia ai fuggitivi.

Alan non è colpa tua se la seria ha fatto la fine di “Firefly”.

Dirk Gently,
oltre che cercare di lanciare il tormentone “Did it!” è alle prese con un’indagine che parte dagli anni ’60 e per certi versi ricorda un po’ l’episodio
di “Ai confini della realtà” intitolato “Prigionieri di Anthony” (forse lo
ricordate nel film del 1983, diretto da Joe Dante), ma dove questa serie sale davvero di colpi e nelle
caratterizzazione dei suoi personaggi, qui Max Landis fa davvero un ottimo lavoro.

Samuel Barnett, Elijah
Wood e Hannah Marks si vede che ormai conoscono i loro personaggi, sono i primi
a divertirsi e anzi, a ben guardare, se questa serie avesse avuto un futuro, forse sarebbe stata proprio la sorellina Amanda quella ad avere la
crescita maggiore, destinata probabilmente a diventare il capo di tutti gli
strambi personaggi raccolti per strada, tipo l’adorabile (a modo suo) Bestia
che perseguita Dirk Gently per tutta la stagione, sul serio uno spasso, sembra
la figlia adolescente di Blanka di “Street Fighter”.



Dirk fa la stessa faccia dei miei cani, quando li spaciocco dentro la loro cuccia.

Max Landis ha il
coraggio di far svoltare i suoi personaggi verso direzioni anche opposte a
quelle canoniche, cosa che accade, ad esempio, a Ken (Mpho Koaho) e anche i
personaggi secondari riescono a calamitare l’attenzione.

Ad esempio, Bart
l’assassina Olistica che nella prima stagione ha dato parecchio filo da torcere ai protagonisti, qui diventa il
personaggio che incarna meglio i dubbi morali che chi più e chi meno, tutti i
personaggi della serie devono affrontare. Qui Bart, ad esempio, passa un’intera
stagione sforzandosi di non uccidere nessuno, poi, però, si ritrova con una
motosega in mano e qui Fiona Dourif con
i suoi capelli tutti sparati per aria, ti fa rimpiangere che questa serie sia
finita, perché non sapremo più come andrà avanti la storia di questa assassina
Olistica che da sola si mangia spesso la scena.



Posso almeno sperare in uno spin-off su Bart e la sua motosega!?

Insomma, si
arriva a fine stagione tutto sommato soddisfatti per l’intreccio, ma soprattutto
ancora interessati ai tanti personaggi che a questo punto della storia avevano
ancora un sacco di cose da raccontarci, invece? Invece niente, per lo meno non
mi hanno messo la scritta “To be continued” come l’ultimo episodio della quarta
stagione di “My name is Earl”, io sto ancora aspettando la puntata 5×01, eh!?! Non
mi sono mica dimenticato bastardi!!

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