
Se E.T. tornasse sulla Terra, magari alla ricerca del suo amico Elliot, che pianeta troverebbe? Che umanità troverebbe? Potrebbe essere un po’ questa la sinossi non ufficiale del nuovo D-Day diretto da Steven Spielberg, che questa volta non va in scena lungo le spiagge della Normandia ma sul nostro pianeta, una versione nemmeno troppo esasperata dell’anno 2026, visto che con tutti i fronti di guerra aperti nel mondo, questa è la parte meno di fantascienza di tutto “Disclosure Day”, che per inciso, è un filmone.
Ci troviamo di fronte a registi giovanissimi che con i loro film incassano soldi e complimenti anche dal nostro Stevie, e poi abbiamo questo signore, classe 1946 che torna per la quarta volta sul tema degli incontri con specie extraterrestri, proprio lui che più di tutti ha contribuito a creare l’immaginario intorno ad un primo contatto, un evento che Spielberg ha già fatto accadere al cinema prima nella realtà, lo ha fatto nel 1977, lo ha rifatto con E.T. e poi ancora con La guerra dei mondi, senza contare le apparizioni laterali degli UFO nei suoi film, a partire dall’introvabile “Firelight” (1964), il film casalingo di un regista allora, anche più giovane di quello di Backrooms.

Sapete cosa mi ha fatto ridere tantissimo durante l’attesa di questo nuovo D-Day? Molti commenti su “Infernet”, visto che l’attuale presidente degli Stati Uniti, tra i maggiori responsabile del mondo in fiamme in cui viviamo, nel tentativo disperato di distrarre dagli altri X-Files, quelli veramente caldi (gli Epstein file) ha desegretato informazioni sugli UFO, molti complottari in rete si sono scatenanti: Spielberg utilizzato per indottrinarci, il nuovo ordine mondiale e tutta una serie di menate spassosissime. Quando la verità è ben più semplice, l’argomento sta molto a cuore al buon Steven, fin dal 1964, questo film dimostra la capacità di quello che possiamo senza ombra di dubbio considerato uno dei migliori registi americani viventi in attività (dicono che Clint si sia ritirato, se non lo dice lui, io non ci credo), di fiutare l’aria e capire ancora in maniera così lucida il mondo che lo circonda, il pianeta su cui vive, per non parlare del fatto che, senza togliere niente a nessuno, e utilizzando un espressione un po’ tecnica – vi chiedo perdono in anticipo – che Spielberg a livello tecnico e come narratore gliele ammolla ancora, dando coppini a mano aperta sulla nuca di chiunque. Lo so, ho pescato dal vocabolario più specialistico, ma spero che il concetto sia arrivato lo stesso.
Ho dato un’occhiata veloce al trailer del film perché ehi, Spielberg, uno del gruppetto dei grandi della New Hollywood, non so ancora per quanto avremmo la possibilità di andare in sala a vedere l’ultima fatica di uno di quei ribelli che hanno salvato il cinema americano, quindi per Stevie vale tutto, dopodiché mi sono dimenticato della storia, anche se che gli alieni fossero della partita già si sapeva, e anche andando contro i miei interessi, io vi direi di affrontarlo così il film, senza sapere nulla, se vi va, o lo avete già visto come me (primo giorno, primo spettacolo, prima fila. Storia vera) da qui in poi sono io, in analisi a ruota libera su un film che parte alla grande e continua meglio.

“Disclosure Day” inizia, come dicono quelli bravi, In medias res, Josh O’Connor sta già scappando dagli uomini di Colin Firth, che hanno preso il suo zaino piano di MacGuffin. Il ragazzo, che scopriamo chiamarsi Daniel Kellner, tratta per riavere la sua ragazza Jane (Eve Hewson) e minaccia questi loschi tizi nero vestiti che sembrano usciti da X-Files con una specie di arma aliena, che non sappiamo cosa fa, ma dalle reazioni, è chiaro sia potentissima. Ecco, le reazioni, fin dal primo secondo del film, Spielberg ci chiede di acutizzare tutti i nostri sensi ed essendo un narratore per immagini sopraffino, ci fa capire, per puro e semplice linguaggio cinematografico, tutto quello che serve per iniziare la corsa.
Davanti alla prima mezz’ora di “Disclosure Day”, la sensazione è quella di stare guardando la seconda stagione di una serie tv, una di quelle belle, in un passaggio chiave della trama, solo che succede al cinema, con il gran montaggio di Sarah Broshar e i movimenti di macchina da presa, cinque stelle extra lusso di Spielberg. Sì, perché in un attimo abbiamo già recepito un quantitativo di nomi, informazioni, dinamiche tra personaggi e senso di urgenza, che di solito altrove, troviamo in una serie tv in corso da tempo. Un bombardamento di informazioni ben distribuite, che ti mette subito dentro alla storia e al senso di un film, che tra le altre cose, parla di essere aperti ed empatici verso gli altri, anche più della trovata alla Hitchcock a alla De Palma (amico di Spielberg per altro, l’inizio mi ha fatto pensare a questo) di “rompere” la soggettiva a colpi di calci in faccia da parte di un Wrestler, che è già un manifesto programmatico: credete alla immagini, che vanno liberate dal riquadro dell’inquadratura ma soprattutto apritevi a quel misto di immagini e parole che per Spielberg, sono la via verso la verità, quella che dovrebbe essere di dominio pubblico.

Visto che ho citato zio Hitch, da qui bisogna passare, “Disclosure Day” ha come Nord magnetico tutti quei titoli come “Intrigo internazionale” (1959) o gli altri film del Maestro inglese a cui Spielberg ha sempre fatto come riferimento, le informazioni sugli UFO contenute nello zaino di Daniel Kellner sono l’oggetto MacGuffin che mette in moto, qualcosa che zio Steven, ha sempre saputo dirigere alla grande, gli inseguimenti, non è un caso se poi ad un certo punto, O’Connor e Blunt si ritroveranno seduti sul retro di un camion dei pompieri, come Doris Day e Jimmy Stewart sul bus di “L’uomo che sapeva troppo” (1956) o una scena de “Il sipario strappato” (1966), perché quelle immagini Spielberg le ha fatto così tanto sue da renderle linguaggio comune e condiviso, in un film che parla a che di questo, ridare valore alle immagini.

Quando la trama rallenta, non lo fa mai, ripeto MAI, per portare in scena un momento espositivo parlato, gli “Spiegoni” sono banditi da questo film, diventa chiaro quando Daniel, per portare Jane dalla sua parte le dice: «Potrei spiegartelo, ma te lo farà vedere» ennesimo modo riuscitissimo con cui Spielberg da potere alla parola (cit.) tanto quanto da potere alle immagini, infatti tutto l’arco narrativo di Margaret Fairchild, la meteorologa Emily Blunt, che improvvisamente passa dal predire solo il tempo a poter anticipare ogni cosa, parlando agevolmente dal russo al coreano, si srotola sotto i nostri occhi in un misto di parole e immagini in movimento.
Sembra una sola lunghissima tirata la sua entrata in scena, la colazione con il fidanzato Jackson (Wyatt Russell), il cardellino, la migliore pubblicità del mondo fatta all’Alfa Romeo e il modo scientifico con cui Spielberg, autore del soggetto, e David Koepp, che ha firmato la sceneggiatura, riescono a posizionare sulla scacchiera tutti i personaggi e poi di farli interagire tra di loro alla grande, come? Per chiarire il legame tra Daniel e Margaret il nostro li rende protagonisti di due fughe rocambolesche, prima di farli incontrare e quindi… scappare, ancora una volta inseguiti, nella bellissima sequenza del treno. Ribadisco, classe 1946 e ancora gliele ammolla a tutti!

Chiaro poi che “Disclosure Day” sia un film che guarda al passato, lo fa con quella sua aria da complotto alla X-Files, guidato da un cattivissimo ma comunque carismatico Noah Scanlon (Colin Firth da applausi) lui e la sua compagnia rappresentano i conservatori dello Status Quo, un personaggio che con il suo rimbalzare tra un personaggio e l’altro (se avete visto il film capirete) mi ha ricordato molto il Nolan di Ready Player One, con due pregi in più, non solo, sempre utilizzando il racconto per immagini e mai uno spiegone, il regista ci spiega come mai sia il capo dell’organizzazione ad agire lui, in prima linea sul campo, il secondo? In una scena molto toccante il regista riesce a farci capire il cambiamento del personaggio, che si apre agli altri, grazie al grimaldello che Spielberg riesce a raccontare così bene utilizzando gli strumenti del cinema, ovvero l’empatia, parola molto utilizzata nei nostri tempi, ma applicata poco.

In un’epoca in cui siamo bombardati da immagini, in cui il pubblico ormai è abituato a seguire le serie tv ascoltandole (perché il naso è attaccato allo schermo del telefono), Spielberg ridà valore alla narrazione, proprio riprendendosi il possesso delle immagini, ribadendone la loro importanza, un esempio? Quando, anche grazie all’impeccabile fotografia del fidato Janusz Kamiński, Spielberg ci mostra la testa dell’agente dell’FBI dietro al vetro, e il primo piano di Emilia Canna riflesso, basta quello per farci capire che la donna è letteralmente scivolata nella mente dell’uomo e il film è tutto così, ci sono elementi non spiegati per filo e per segno (le tre pietre) di cui però comprendiamo perfettamente il funzionamento, questo permette a “Disclosure Day” di non alzare mai il piede dall’acceleratore, risultando una gran tirata di 145 minuti, che dialoga alla grande con la filmografia di cui fa parte.
Jane e Daniel sono altri due ragazzi in fuga in macchina dopo Sugarland Express, il personaggio di Colman Domingo, ovvero Hugo, è un altro “regista” intento a costruire un set cinematografico da utilizzare per ristabilire il contatto con gli alieni, proprio come lo era François Truffaut in Incontri Ravvicinati, e a volerla dire proprio tutta, Margaret diventa una sorta di precognitiva perché questo film ha moltissimi punti di contatto anche con Minority Report, visto che Spielberg utilizza ancora la fantascienza per parlarci del mondo contemporaneo e a suo modo, è un altro film sullo sguardo, risultare ancora coerenti con una filmografia così vasta, non è certo cosa da poco, avere John Williams a fare da collante poi, aiuta, aiuta moltissimo.

John Williams, classe 1932, cose da dover ancora dimostrare a qualcuno: Zero. Qui sforna un’altra colonna sonora clamorosa che non ha il minimo bisogno di risultare ruffiano o auto referenziale (proprio come Spielberg) e che spazia tra i momenti d’azione e quelli più emotivi come se lui e il regista di Cincinnati, siano scivolati uno dentro la mente dell’altro, io personalmente ho finito gli aggettivi, se la scena in cui Margaret convince tutti i soldati a lasciarla andare pensavo che Williams avesse raggiunto il massimo, nell’ultimo atto del film il Maestro si supera ancora.
“Disclosure Day” riesce benissimo nell’impresa di convincere il proprio pubblico a “sentire” gli altri, convinto che l’empatia sia davvero l’unica cosa che potrà fermare l’incendio che si allarga sul pianeta, che ad un certo punto, ho avuto un’esperienza di slittamento a mia volta, quando nella scena della casetta ho visto gli animali, ho pensato: «Sono degli artefatti, manifestazioni degli alieni», un secondo prima che Hugo dicesse che è l’aspetto tranquillizzante con cui hanno scelto di farsi vedere da noi, in pratica per due secondi sono stato Emilia Canna (storia vera). Ed è normale che il Primo Contatto per Spielberg, possa avvenire solo recuperando quello sguardo ad altezza bambino, quel senso di stupore intrinseco nella “Spielberg Face” (la posa degli eroi del regista) che ancora una volta, sono persone normali, in circostanze straordinarie, solo tornare idealmente all’età che aveva Elliot allora, ci apre a “sentire” gli altri, anche se gli altri sono grigi e vengono dalle stelle.

Penso ci sia più grande cinema in tutto l’ultimo atto di “Disclosure Day” che negli ultimi mesi di film e serie tv che ho visto, la conclusione ribadisce quello in cui Spielberg crede, l’empatia è un super potere che l’umanità deve usare, non solo citare a caso, solo con quello immagini e musica possono coesistere, la “matematica” delle parole può trovare un senso. X-Files ha reso celebre il detto, la verità è là fuori, vero, ma per prima cosa Spielberg ci ricorda che non possiamo capire nessuna verità, nemmeno la più lapalissiana se non sappiamo sentire gli altri, a partire da quelli della nostra specie, non è un caso se il film termina con una parola: «Ascoltate.»

L’unico (non)difetto che riesco a trovare un film così, è che nel 2026, la televisione non è più il media preferenziale nel mondo, la verità qui parte da uno studio televisivo di provincia, in quello che è una sorta di Incontri ravvicinati del quinto potere (che poi voglio dire, brutto?) ma è proprio il modo utilizzato da Spielberg per ribadire l’importanza di tornare a dare peso e valore alle immagini, in un’epoca in cui siamo bombardati da esse, tanto che Spielberg riesce anche a parlare di fede in maniera etica e non banale, attraverso il personaggio di Eve Hewson, che forse scivola fuori dalla storia un po’ troppo presto, così come quello di Wyatt Russell ma anche questi, sono non problemi in un film dove funziona tutto, perché il messaggio arriva, forte e chiaro: in un momento storico in cui chi controlla le immagini controlla il potere, e in cui le immagini stesse possono essere facilmente manipolate, Spielberg, che da quando era un pupo ha sempre dato valore ed etica ad immagini finte (quelle cinematografiche) usate per parlare al cuore delle persone, qui, con questo film, in questo momento storico, ribadisce quanto siano importanti quelle immagini, se sostenute da persone in grado di ragionare e soprattutto… Ascoltare.
Persino gli zigomi da “aliena” di Emily Blunt hanno cittadinanza in questa storia, dove l’attrice per altro offre quella che potrebbe essere la sua miglior prova di sempre, costantemente in equilibrio tra momenti leggeri e cambi di tono e registro, a volte anche tanti e nel giro di pochi secondi uno dall’altro, ci voleva un’attrice in stato di grazia per far funzionare questo film, Emilia Canna è la nuova adulta/bambina del cinema di Spielberg, la migliore che potesse avere a disposizione in questo momento.

“Disclosure Day” è un film avvincente, narrato in maniera sopraffina da qualcuno che conosce il linguaggio del cinema meglio di quasi tutti su questo gnocco minerale che ruota attorno al sole, non è una storia che parla ai cinici, come molto del cinema di Spielberg, che in troppi (cinici appunto) bollano frettolosamente come caramelloso perché spararsi le pose da fighi in rete lì fa sentire grandi, io parlerei più di cinema etico, nessuno si salva da solo tantomeno se non sei disposto a sentire chi condivide questo pianeta con te.
Se un invecchiato E.T. tornasse sulla terra oggi – e per certi versi, qui lo fa per davvero – come ci troverebbe? Cosa avrebbe da raccontargli Elliot sulla sua vita e sul suo mondo? Probabilmente proprio quello che vediamo accadere qui. Ma io ho la certezza che se mai esistesse una civiltà aliena, e per qualche ragione volesse comunicare con noi, io so da chi vorrei farmi rappresentare: I want to believe (in Steven Spielberg).


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