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Django (1966): Uomo morto che trascina (una bara)

Trascinare una bara, lo facciamo tutti a
nostro modo, dal giorno in cui nasciamo, certo alcune bare volano, ma non
pensate che siano più facili da trasportare. Django e la sua bara, un’icona del
cinema e degli Spaghetti Western in particolare, un’icona che oggi compie 50
anni.

Questo è il primo 50enario celebrato qui
alla Bara volante, non penso potessero capitare un film e un personaggio più
azzeccato, d’altra parte, è uno dei santi protettori di questo blog, veglia sulla sezione FILM già da tempo,
quando il grande Lucius mi ha proposto di partecipare al Blogtour celebrativo, era
un “Sì” automatico ed ora beccatevi il banner festoso!



Qui trovate tutti i blog che partecipano alla festa! Fate un salto a trovarli:

Dico sempre che i primi cinque minuti di un
film, ne influenzano tutto l’andamento, quelli di “Django” sono micidiali:
l’ambientazione è brutta, sporca e cattiva, con quel fango che impiastra tutto
il film dall’inizio alla fine, Django ha una silhouette immediatamente
riconoscibile, non lo vediamo in faccia, è vestito di nero dalla testa ai piedi
e si trascina dietro una bara, con il suo misterioso contenuto, esattamente
come farà anni dopo Ken Shiro, uno dei tanti personaggi che deve qualcosa al
pistolero creato da Sergio Corbucci. Per questo motivo, questo film si merita
un altro cartello stradale… Quello dei Classidy!



Già… Sergio Corbucci, uno dei maestri di
quel cinema italiano di genere che non si fa più, ancora oggi, ad Ovest di
Sergio Leone, è il nome più grosso quando si parla di Spaghetti Western. Autore
di film fondamentali come “Il Mercenario”, “Il grande silenzio”, il fighissimo
“Vamos a matar compañeros”, ma anche di un’infinità di titoli di ogni tipo,
perché ai tempi era normale che un regista passasse da un horror ad una
commedia con Franco e Ciccio (basta dire che uno dei miei film di culto di
Corbucci è “Il bestione” con Giancarlo Giannini), ma è proprio “Django” il
titolo che lo ha reso celebre ed insieme a lui il suo attore feticcio: Franco
Nero.
Chissà se ne avevano idea ai tempi,
Corbucci e Franco Nero, che quella bara sarebbe entrata nell’immaginario
collettivo planetario, con il senno di poi, potremmo dire che
quella bara conteneva quintali di iconografia, ma in quei fatidici cinque
minuti iniziali, scanditi dalle note della riuscita (appena appena direi)
colonna sonora di Luis Enríquez Bacalov, Django è un uomo morto che cammina,
forse è la morte stessa e considerando il numero di cadaveri che si lascerà
alle spalle, potrebbe davvero essere così.



…Il suo nome era morte Django, e l’inferno lo seguiva.
Django è un uomo condannato, nel corso del
film scopriamo qualcosa del suo passato e della sua voglia di vendetta nei
confronti del Maggiore Jackson, ma il personaggio pare votato alla morte come
un Ronin, tanto che nel saloon, quando una delle prostitute gli chiede cosa
trasporta nella cassa da morto, lui risponde: “Un tale di nome Django”.
Al confine con il Messico, pochi anni dopo
la fine della guerra di secessione, il reduce Nordista Django e la sua
misteriosa bara, raggiungono una cittadina semi fantasma, ma solo dopo aver
salvato dalle torture di quattro messicani, Maria, metà yankee, metà messicana,
anche se ha i capelli rossi di Loredana Nusciak. Fin da questa scena sul ponte
sospeso, capiamo subito che Django non è uno che scherza, ma soprattutto è
veloce a sparare.



La vostra classica mezza messicana (con i capelli rossi).
Il pistolero e Maria raggiungono il saloon
del paese, qui l’albergatore Nataniele (Angel Alvarez) li aggiorna sullo stato
della cittadina, divisa a metà tra la paura e i ricatti del perfido maggiore
Jackson (Eduardo Fajardo) veterano confederato alla guida di una setta di
razzisti, riconoscibili dai caratteristici fazzoletti o cappucci rossi (che
fanno subito KKK) e le incursioni dei ribelli messicani guidati dal generale
Hugo Rodríguez (José Bódalo).



“Ho detto rosso il fazzoletto, questo è più arancione scuro!”.
“Django” è uno dei tanti film nati
sull’onda del successo di “Per un pugno di Dollari” (1964) di Sergio Leone.
Potreste averne sentito parlare come di uno dei più grandi registi della
storia. Punto. Non accetto discussioni in merito.
Django è una versione più ciarliera del
pistolero senza nome di Leone, ma è molto meno avvezzo al sorriso rispetto al
Trinità/Nessuno di Terence Hill (lasciatemi l’icona aperta che ripasso…), il
personaggio che ha rappresentato meglio di altri la versione per famiglie dello
Spaghetti Western. Lo schema della storia è sempre lo stesso: lo straniero
astuto e letale che arriva in una cittadina divisa e fa piazza pulita delle due
fazioni che la tengono in pugno, proprio come nel film di Sergio Leone e
proprio come in “La sfida del samurai” (Yojimbo) di Akira Kurosawa (sempre sia
lodato), il titolo che di fatto è fatto da stampo per il genere spaghetti
western.
Corbucci, l’altro Sergio, con il suo Django
ha saputo distinguersi dalla miriade di imitatori del film di Leone, grazie
all’utilizzo della violenza enfatica e spettacolarizzata, ad un buon montaggio,
al ritmo giusto per questa storia, le fantastiche musiche di Bacalov e la prova
iconica dell’emiliano dagli occhi di ghiaccio, Franco Nero, al suo secondo, ma
non ultimo, Western in carriera.



“Oh ma che ferro c’hai? Sembra un giocattolo, va che non c’e’ pezza!”.
Il nome del personaggio, invece, lo dobbiamo
al Jazzista Belga Django Reinhardt, di cui Corbucci era una grande ammiratore,
tanto celebre che nel campo musicale era noto solamente come Django, un nome
una garanzia, insomma!
Quello che ho sempre apprezzato di
“Django” è proprio come il suo protagonista sia l’incarnazione del tristo
mietitore, nel tentativo di vendicare sua moglie, uccisa dagli uomini di
Jackson, il personaggio pare non curarsi minimamente della possibilità di
lasciarci le penne lungo il cammino, in questo senso somiglia più all’Eric
Draven de “Il Corvo”, che al vostro classico pistolero da Spaghetti Western.



Non può piovere per sempre… Anche perchè dopo sai che fango!
I cattivi sono un po’ dei cliché bisogna
dirlo, ma con la loro cattiveria sottolineano la sfida impossibile che un eroe
meno votato alla morte di Django, non potrebbe mai sconfiggere. Il sadico maggiore
Jackson che utilizza Messicani per fare tiro a segno e i ribelli, alleati e
crudeli nemici, tutti sombrero e sorrisi prima e torture dopo.
Il film richiede un alto livello di
sospensione dell’incredulità, eppure Corbucci e Franco Nero gestiscono il tutto
alla grande, più la possibilità di morire è alta, più Django uscirà a testa
alta, l’apice di tutto questo è lo strafottente guanto di sfida lanciato dal
pistolero all’odiato Jackson, prima manda al creatore cinque dei suoi uomini,
poi, invece di ucciderlo, lo sfida a tornare con la sua banda al completo, più
di quaranta uomini, perché la vendetta non è sufficiente, deve essere un
annichilimento totale.
Lo scontro tra Django e la banda dei
cappucci rossi resta uno dei momenti più epici di tutto il genere Spaghetti
Western, quando il pistolero dalla sua bara, tira fuori una mitragliatrice, si
ritaglia un posto d’onore nella cultura popolare e nella storia del cinema.



“Sconto sul piombo rovente, oggi spari due ammazzi tre!”
Alla sua uscita in sala nel 1966, “Django”
venne bollato come film ultra violento, anche perché Corbucci non tira via la
mano quando è ora di portare in scena momenti grondanti sangue, come quando i Messicani tagliano l’orecchio al predicatore, uno degli uomini di Jackson,
scena che Tarantino ha candidamente ammesso di aver omaggiato nel suo film di
esordio “Le Iene” (Reservoir Dogs, 1992), ma ovviamente l’omaggio più palese al
personaggio, riservato dal regista di Knoxville resta “Django Unchained”
(2013), totale reinterpretazione del pistolero creato da Corbucci ed ottimo
esempio di celebrazione dell’eroe cinematografico.



Per fare certe cose, ci vuole orecchio!
Non so se è un caso, ma l’aiuto regista del
film era Ruggero Deodato, padrino del genere Cannibale e forse questo spiega
il motivo di tanta violenza, in ogni caso, quando vedo quella tonalità di
rosso, utilizzato per il sangue finto, mi sciolgo, è proprio il rosso
palesemente posticcio che faceva bella mostra di sè in tutti i film di genere
italiani degli anni ’60 e ’70, ogni volta che vedo quel colore, vado giù di
testa, che ci posso fare? E’ una mia debolezza, inoltre, aiuta moltissimo a
sospendere l’incredulità anche in vista del finale del film.
Allora parliamo di questo gran finale: dopo
la scena del furto dell’oro, raggiunto dalla bella Maria, il nostro eroe pare
potersi sistemare e tornare finalmente a vivere, ma la sua vendetta non è
ancora stata portata a termine e ci pensano i Messicani a far calare la
pietra tombale su ogni possibilità di vita normale per Django. Lo graziano
memori di un vecchio debito con lui, ma gli riservano la punizione dei ladri,
fracassandogli entrambe le mani con il calcio del fucile e lasciandolo alla
mercé di Jackson.
Per uno come Django, perfetta incarnazione
della morte, lo scontro finale non può che avvenire in un cimitero, quello di
Tombstone, dove il nostro viene raggiunto da Jackson e da cinque uomini.
Appoggiando (con gran fatica) la pistola sulla croce della moglie, Mercedes
Zaro, arriva il duello finale tra il buono e i cattivi.



Se sei vivo… Spara!
Con le mani ridotte in quel modo Django
riesce a mandare a segno lo stesso sette colpi, anche se la sua colt ne ha
solamente sei (come si ricordava Clint Eastwood in un altro Spaghetti western
piuttosto riuscito), le ragione del settimo colpo si perdono tra realtà e
leggenda, un metaforico ultimo colpo sparato per vendetta dalla moglie o un
semplice errore del rumorista? Non è chiaro e forse non lo voglio nemmeno
sapere, fa parte della bellezza di un modo di fare cinema che purtroppo è
scomparso come il continente di Atlantide…



Django quando arrivi a cento fermati però eh!
Il finale è quasi circolare, sulle note del
tema principale del film di Luis Enríquez Bacalov, senza essere inquadrato in
faccia, Django com’è arrivato se ne va, senza bara ma in un cimitero, ancora
una volta, un uomo morto che cammina, o forse, l’incarnazione della morte
stessa. Visto finali peggiori in vita mia.



My fate decided, I’m a dead man walking…
Il film è stato un tale successo che ha
generato circa due o trecento sequel, quasi tutti apocrifi, produzioni non
legate al film originale che, però, sfruttavano sfacciatamente il nome del
personaggio, qualche esempio?
“Django spara per primo” (1967), “Pochi
dollari per Django” (1967), “Django il bastardo” (1969) di Sergio Garrone,
Django sfida Sartana (1970), ma anche “Django VS Godzilla”, “Django spara la
polizia risponde” e “Una colt 45 per l’Ispettore Django”… No, non è vero, gli
ultimi tre me li sono inventanti, ma avete capito l’andazzo. In ogni caso
esiste (sul serio!) un sequel apocrifo intitolato “Preparati la bara! (1968) di
Ferdinando Baldi, con Terence Hill nel ruolo di Django, attore scelto per
l’incredibile somiglianza con Franco Nero, così posso chiudere quell’icona
lasciata aperta lassù in alto.



Non ho afferrato il nome, come hai detto di chiamarti?
L’unico seguito ufficiale è “Django 2 – Il
grande ritorno” (1987) di Nello Rossati (in arte Ted Archer), ambientato in
Colombia, ma questa, è un’altra storia…

Oltre al già citato film di Tarantino,
impossibile non citare il film del 2007 “Sukiyaki Western Django” diretto da
quel genio pazzo di Takashi Miike, che omaggiando Django ha idealmente chiuso
il cerchio, iniziato da Akira Kurosawa e portato avanti alla grande da Sergio
Leone.



Django, you must face another day… DJANGO!
Facciamo gli auguri a questo pezzo di
storia del cinema, portarsi dietro una bara non è una faccenda semplice, Django
la sua la trascina da cinquant’anni, per altro con grande stile!
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