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Doctor Who – 11×06 – Demons of the Punjab: un grosso grasso matrimonio Indiano

Oh finalmente una boccata di ossigeno! Dopo l’episodio piuttosto deludente della scorsa settimana,
sembra che il “Doctor Who” dell’era Chris Chibnall funzioni meglio quando sposta le storie nel passato,  dopo Rosa, un altro evento storico con cui fare i conti.

Yaz è al centro dell’attenzione, non male l’idea di dedicare
un episodio a questo personaggio, spero che venga fatto lo stesso anche per gli
altri Companion di Thirteen. La scusa è il compleanno della nonna di Yaz, prima
mussulmana a sposarsi in Pakistan, che però di raccontare la sua storia alla
nipote, non ha proprio voglia, in compenso le regala un oggetto molto
importante per lei, un orologio da polso rotto. Dopo questa non potrete più
lamentarvi del maglione che vostra zia vi rifila tutti gli anni a Natale.
Non fatelo sapere a Real Time, altrimenti si compra “Doctor Who” come serie sui matrimoni!

Ma perché farsi raccontare le vecchie storie del passato
quando puoi viverle? Quindi Yaz convince Thirteen a farsi portare con il TARDIS
dritta in India, per assistere al matrimonio della nonna, e qui bisogna dirlo,
il Doctor fa una leggerezza imperdonabile, non controlla la data e capisce
troppo tardi che il matrimonio è in programma il 17 agosto del 1947, in
compenso si lascia distrarre dei “Demoni del Punjabi” creature aliene che
sembrano una minaccia, quando invece il vero pericolo, arriverà da molto più
vicino.

Thirteen alla ricerca di una rete Wi-Fi.

Tanto di cappello allo scrittore della puntata, Vinay Patel,
al suo esordio con “Doctor Who”, sceglie di raccontarci una pagina del suo
Paese che ammetto candidamente, non conoscevo affatto. Si perché il 17 agosto
del 1947 è stata dichiarata, non con pochi drammi, rivolte e morti, la
separazione tra India e Pakistan, un momento chiave in cui la minaccia degli
alieni Thijarian sembra destinata ad alterare le sorti, quindi partiamo proprio
da loro.

Mi lamentavo nel commento alla scorsa puntata del taglio dagli effetti speciali per le nuove razze
aliene, e per fortuna sono stato subito smentito, i Thijarian sono fighi, hanno
la testa come quella di un grosso pipistrello, ma con tanti occhi e tanti
denti, ma soprattutto Vinay Patel è bravo a farci concentrare su di loro,
svelandoli poco a poco, attraverso i racconti di guerra di Prem, per poi
rivelarci la loro vera natura.
I Thijarian sono cacciatori spaziali, difficile non pensare
agli Yautja, tornati a casa dopo una battuta di caccia solo per trovare il loro
pianeta distrutto, e quindi convertiti ad una missione più pacifica, essere
testimoni di tutti quelle morti che avvengono in silenzio, dimenticate dalla
storia, questo fa di loro dei Predator misericordiosi
che purtroppo nella divisione tra India e Pakistan del 1947, avranno parecchio
da fare.

Ora che li guardo, sembrano anche un po’ il cattivo di She-Ra.

Già perché la gestione Chibnall ha una differenza
sostanziale rispetto a quella di Moffat, forse la prima emersa sul serio, se il
precedente Showrunner pescava nemici da lontanissimo, il nuovo arrivato
utilizza l’elemento fantastico per sottolineare che la minaccia, i veri nemici,
siamo noi stessi, il modo in cui ci (mal) trattiamo gli uni con gli altri,
quasi una direzione Romeriana nella
sua gestione, che non posso non apprezzare.

Fino a questo momento, la mano è qualche volta scappata,
come abbiamo visto negli episodi Arachnids in the UK e nello scorso The Tsuranga Conundrum, qui invece l’idea di utilizzare il Doctor per incanalare messaggi,
funziona decisamente meglio. In Rosa
l’attenzione era tutta intorno ad un solo personaggio, qui è esattamente il
contrario, la minaccia vera è senza volto, colpisce attraverso una voce alla
radio che annuncia i nuovi confini, e da qui le vite delle persone vengono
travolte, basta una linea tracciata su una cartina e persino i fratelli si
rivoltano uno contro l’altro come accade a Prem e Manish.

I cattivi veri (no, non i cavalli).

Bisogna dire che Patel trova anche il modo di inserire nell’episodio
un momento chiave di “Doctor Who” che mancava da un pezzo: Un bel monologo!

A pronunciarlo tocca all’ispirato Prem, che riflette sul
fatto che basta pochissimo a dimenticare cosa unisce tutti, Hindu, Musulmani e
Sikh per dar peso solamente alle differenze, la sua domanda «Non so come
possiamo proteggere le persone quando l’odio arriva da ogni lato», trova una
risposta, o almeno un tentativo di risposta, per bocca del migliore, che poi è
sempre lui, Graham: «Beh… tutto ciò che possiamo fare è sforzarci di essere
brave persone».

“Potete ammetterlo, sono il miglior companion di sempre”.

Spero soltanto che l’idea di caricare di emotività un
monologo, non sia dettata dal fatto che questo espediente sia ormai considerato
un classico della serie, badate bene sono un grande fan delle tirare
motivazionali del Dottore (chi ha detto The Zygon Inversion? Chi!? Anzi, Who?!) spero solo non diventi un’abitudine, ma
finché, come in questo caso, il monologo coincide con qualcosa di davvero
potente da comunicare allo spettatore, posso accettarlo senza problemi.

Ho ancora dei dubbi sul fatto che Thirteen in sei episodi,
abbia lasciato a terra più cadaveri di molti dei suoi predecessori, mi sembra
che questa versione del Doctor si limiti a reagire agli eventi, non la vedo mai
anticiparli, certo, qui non si poteva fare moltissimo per non interferire con
il futuro, ma anche qui un cambio di strategia non mi dispiacerebbe. Per altro,
in questo episodi mi sono accorto che Jodie Whittaker ha iniziato a giocarsi
una mossa tipica, che per ora chiameremo “Naso da maiale”, vado a spiegare.

“Che cavolo stai dicendo Cassidy?”.

Arricciate il naso come se doveste imitar il grugnito di un
maiale? Mostrare gli incisivi anteriori? Bravi, state facendo l’imitazione
della tipica espressione Interrogativa e allo stesso tempo di disgusto di Jodie
Whittaker! Nello scorso episodio la faceva guardando i ragni nella teca, qui si
esibisce in questa mossa ben cinque volte (cinque volte e mezza, se contiamo
anche che mentre pronuncia un «What!?» un po’ ha arricciato il naso), ci sono
gli estremi per un giochino alcolico!

“Cattivo Cassidy! Niente stella dorata per te”.

Detto questo, ho trovato “Demons of the Punjab” tutto
sommato valido, nonno Graham, che è l’unico con l’età giusta per farlo,
fornisce a Yaz la giusta chiave di interpretazione per capire sua nonna,
confermando così il fatto che l’attore Bradley Walsh, è di sicuro uno dei lati più
positivi della gestione Chibnall, inoltre la trovata dell’orologio rotto, l’ho
trovata molto poetica, un modo per una coppia per determinare per sempre il
loro “A fixed moment in time”.

Comunque anche un orologio rotto, due volte al giorno segna l’ora giusta.

Chibnall ha già dichiarato che tutte le puntate della
stagione saranno auto conclusive, temo solo che utilizzare l’elemento fantastico
come metafora, sia qualcosa che per sortire gli effetti sperati nel pubblico,
debba essere scritto davvero molto bene. Non vorrei Chibnall ci lasciasse tutti
a fine stagione, con tanti piccoli assaggi magari anche gustosi, ma ancora
affamati, per ora questo episodio dai sapori Indiani mi è piaciuto, io invece
devo smetterla di scrivere a stomaco vuoto, che poi mi vengono fuori queste metafore
mangerecce!

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