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Doctor Who – 11×10 – The Battle of Ranskoor Av Kolos: tutto qua? Già finito?

Si possono fare alcune critiche a Chris Chibnall, e con l’undicesima
stagione di “Doctor Who” il nostro Chris qualcuna ne ha portata a casa, ma non
che non sia un tipo davvero coerente. Per concludere una stagione che prometteva
la rivoluzione e invece si è rivelata abbastanza sottotraccia, è arrivato il
finale di stagione più piatto da parecchio tempo a questa parte. Ed ora che me
ne accorgo, anche questo è un po’ una critica.

“Team Tardis” riceve un messaggio di aiuto dal pianeta Ranskoor
Av Kolos (salute!) meglio noto anche come il “Disintegratore di anime”, non ho
verificato, ma con una fama così, chissà che belle recensioni su Booking. Per
sopravvivere agli attacchi psichici del pianeta, Doctor e soci devono indossare
dei bilanciatori neurali che li fanno somigliare tutti quanti a dei piccoli
cosplayer dei Borg di Star Trek.
Una volta atterrati i nostri fanno la conoscenza di Patraki,
pilota in cerca del suo equipaggio e della sua memoria a breve termine
temporaneamente cancellata, ma soprattutto incontrano una nuova razza aliena,
che come ci ha abituato questa undicesima stagione, consiste nei soliti umani
con della stramba roba appiccicata sulla faccia, perché il make-up costa.
Si tratta degli UX (che Jodie Whittaker con il suo accento
pronuncia proprio così, “UX” non “AX” come fa il resto del cast e per altro,
anche gli stessi alieni quando si presentano), il popolo più sfigato della
galassia, perché non solo sono una razza composta da due soli membri (se uno
dovesse suicidarsi commetterebbe un genocidio) ma sono anche la razza più
facilmente assoggettabile dell’universo, basta che chiunque, fingendo un minimo
di autorevolezza, arrivi a dichiarare di essere il loro Dio, oppure che so, che
è tutta colpa degli immigrati, o magari che il loro pianeta è piatto e una
buona porzione della popolazione gli crederà senza reclamare. No aspettate, considerando
che sono solamente due persone mi correggo, gli UX sono la SECONDA razza più
sfigata della galassia.

“Andiamo Cass! Guarda che tu ci devi vivere su questo pianeta”.

Il “mistero” ruota intorno ad alcuni strani oggetti (fatti
di plexiglass) e al nuovo “Dio” degli UX, che altri non è che una vecchia
conoscenza di “Team Tardis” ovvero l’alieno Stenza visto nella puntata d’esordio di Thirteen, quel
ragazzaccio battezzato dal Dottore con il nomignolo di Tim Shaw.

Mi pare piuttosto chiaro che questo finale di stagione fosse
già stato almeno scritto (ma quasi sicuramente anche completato in fase di post
produzione) quando The woman who fell to earth
è andato in onda, perché il dentuto Tim Shaw è stato proprio una delle trovate
più criticate del nuovo corso di Chris Chibnall. Gli Stenza sembravano
destinati a diventare i nuovi grandi avversari del Dottore e invece? Invece
ciccia, alla luce di questo, riprendere il personaggio di Tim Shaw in questo
finale di stagione, non solo non è stata una gran mossa, ma nemmeno tutta
questa grande minaccia, visto che (escluso nonno Graham) i nostri protagonisti
quasi non si ricordavano più di lui.
Oh, visto che ne stiamo parlando, vi ricordate il Timeless
Child? Sembrava uno degli argomenti più promettenti di questo nuovo corso, ma
alla fine, che fine ha fatto? Bah torniamo alla puntata.
Tim Shaw è un tale sfigato, che serve giusto a beccarsi qualche
battutaccia da parte del Doctor («Non hai un gran bell’aspetto, mentre io ho un
cappotto nuovo») in generale poi, sia Russell T. Davies che Steven Moffat
avevano la capacità di scrivere dei dialoghi in cui, lunghe tirate sugli
elementi più fantascientifici erano così riusciti, da dare più solidità anche
alle trame più basilari, facendole sembrare più intricate di quello che poi
erano in realtà, una capacità che a Chris Chibnall manca, tanto che sentire
Doctor parlare di polarità da invertire (un classico di “Doctor Who”) oppure di
bilanciatori neurali da utilizzare come inibitori neurali sembra quasi una
forzatura, un elemento estraneo rispetto al ritmo dell’episodio.

In pratica un punching ball per le “Frasi maschie” del Doctor.

Ho trovato anche poco coerente con la filosofia del
personaggio, la distribuzione di armi fatta dal Doctor ai suoi compagni, per
assurdo uno dei pochi motivi di interesse dell’episodio arriva da nonno Graham,
l’unico nuovo arrivato che ci ha regalato gioie per tutta la stagione.

Graham promette vendetta, se ne avrà l’occasione ucciderà
Tim Shaw per vendicare la morte della sua Grace, una rabbia del tutto
comprensibile ma che il Doctor non condivide, potete immaginare facilmente come
finirà lo scontro tra i due (che infatti termina proprio in modo prevedibile),
con Ryan a coprire un ruolo fondamentale, anche se a piccoli passi, nonno e
nipote si sono costruiti un rapporto in questi dieci episodi, ed ora celebrano
la vittoria a colpi di “Bro-Fist”, cosa che qui sulla Bara Volante è sempre ben
vista, così come nonno Graham che cita John McClane al grido di Yippee ki-yay!

“Vieni su Ranskoor Av Kolos, vedrai che bello, ci divertiremo da matti…” (Quasi-Cit.)

Se non fosse stato piazzato in coda a tutti gli altri “The
Battle of Ranskoor Av Kolos” (ma alla fine la battaglia? Sparita come il Timeless
Child?) sarebbe indistinguibile da qualunque degli episodi precedenti di questa
undicesima stagione, fosse stato la seconda parte di un episodio doppio, o
almeno pensato per concludere qualche trama e alcuni archi narrativi, avrebbe
almeno potuto essere sufficiente, ma così è davvero poca cosa, troppo anonimo
per gli standard a cui questa serie ci ha abituati negli anni.

Purtroppo tirando le somme, questo finale di stagione ha
tutti i difetti e i pochi pregi del nuovo corso di Chris Chibnall, un vero
peccato notare che il nuovo compositore Segun Akinola non possa (per ora)
nemmeno allacciare le scarpe a Murray Gold, oppure che il baricentro morale del
nuovo Doctor sia ancora parecchio ballerino.

Ryan e Graham si esibiscono nel saluto ufficiale della Bara Volante.

Yaz e Ryan non sono ancora due personaggi che vivono di vita
propria, a differenza di Graham che invece, come già detto, è uno dei punti a
favore della nuova gestione, incredibilmente in tutto questa rivoluzione, che
di rivoluzionario ha avuto davvero poco, l’elemento davvero nuovo dopo un
inutile polverone iniziale, è stato anche il meno criticato.

Jodie Whittaker passando indenne tra le “polemiche”
(virgolette obbligatorie, perché il mugugnare dei leoni da tastiera del web riscuote
sempre fin troppa attenzione) ha trovano il suo Doctor, già ben definito nel
look e nella parlata, e al netto di quel grosso problemino sulla sua moralità,
su cui sarà obbligatorio lavorare ancora tanto, il risultato è un personaggio con
una forte propensione all’empatia che la Whittaker ha indossato con grande
naturalezza. Mi sto anche quasi abituando alla sua continua smorfia, quella in
cui sfoggia gli incisivi e arriccia il naso che fa di continuo.
Insomma, quando mi chiederanno tra qualche tempo come
terminava l’undicesima stagione, potrei avere delle difficoltà a ricordarlo, ma
per fortuna Thirteen è un personaggio con un potenziale enorme, non è ancora
arrivato il momento che mi ha fatto esclamare: «Eccolo! Questo è il mio Doctor!»
ma ho la sensazione che quando accadrà, sarà clamoroso, e a proposito di
sensazione, penso che sia un momento che tutti i Whooviani stanno aspettando a
braccia aperte.

Noi siamo fiduciosi Doc, lo siamo moltissimo!

Succederà nello speciale di Natale Capodanno? Non lo
so perché non è ancora il primo gennaio 2019 ed io non ho un Tardis (ho una
Bara Volante, se può bastare) e soprattutto come faccio sempre, mi sono
rifiutato di vedere il trailer perché meno so, meglio campo. Ma state certi che
non lo perderò per niente al mondo, anche perché l’attesa per la stagione
dodici (in programma per GULP! … Il 2020) sarà mooooooolto lunga, spero che Chris
Chibnall ci lasci almeno con un ultimo episodio buono, perché questo finale di
stagione è stato davvero insipido.

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