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Dogman (2023): più gente conosco e più apprezzo il mio cane

«Ovunque ci sia un infelice, Dio manda un cane», questa è la frase del poeta francese Alphonse de Lamartine che apre “Dogman”, ma anche la frase ripetuta dal suo regista Luc Besson, durante le interviste rilasciate a Venezia, dove il suo film è stato presentato in anteprima.

A dirla tutta è anche la frase che arrivata all’orecchio della Wing-woman lei ha commentato così: «Gli basta una frase così per vendere il film a chiunque». Mai scommettere contro gli epitaffi della Wing-woman che sono il più delle volte profetici.

Cinofili o cinefili? Mi sento più parte della prima categoria ma le rappresento (male) entrambe.

Luc Besson, lo sapete perché lo ripeto in ogni post che scrivo su di lui, a pochi registi ho voluto più artisticamente bene che a quel cicciotto transalpino con i capelli brutti, fino a quando non è impazzito con quei cazzo di Minimei era tranquillamente uno dei miei prediletti, da allora, alti e bassi, alcuni suoi bei lavori sono stati ingiustamente snobbati mentre altri, come “Anna” (2019) mi hanno fatto seriamente dubitare della lucidità del regista, un computer portatile in una storia ambientata nel 1985? Essù Luc fai il bravo!

Poi di colpo dopo la proiezione a Venezia di “Dogman”, molti hanno urlano al capolavoro, altri invece sono stati più cauti, quasi tutti concordano sul fatto che “Dogman”, sia il più bel film di Besson dai tempi di Léon, vincendo di colpo il premio G.A.C. (Grazie Al Cazzo Cane) perché di mezzo ci sono stati appunto i cazzarola di Minimei. Quello che stupisce è che Venezia, che consegnò la coppa volpi al Gioacchino Fenice di Joker, non abbia fatto lo stesso con Caleb Landry Jones, qui autore di una prova che non ha nulla da invidiare, se non il “Fattore J”, quello che fa diventare tutto il mondo più pazzarello.

Besson si è trovato un attore con capelli più brutti dei suoi (per una volta)

Mi sono giocato subito il paragone con il film di Todd Phillips perché credo che “Dogman” potrebbe piacere a tutti i J-fanatici (a proposito, che fine hanno fatto?), Besson qui firma un titolo paragonabile che allo stesso tempo, ha anche poco da spartire, perché astuto come una vecchia volpe il buon Luc ha firmato un titolo in grado di accalappiare parecchio pubblico.

Fin dal titolo ricorda “Er Canaro” di Matteo Garrone del 2018, ma mi stupisce invece che nessuno si sia ricordato di “Danny the dog” (2005) di Louis Leterrier, forse perché molti dei cinefili che frequentano di norma Venezia non guardano i film con Jet Li, ma il film scritto e prodotto, pensate un po’, proprio da Luc Besson, è la prova che l’idea dell’uomo cane (il miglior amico di se stesso) girava nella testa del regista da diverso tempo, forse aver visto Joker deve averla fatta riaffiorare, oppure molto più semplicemente Besson, che di fumetti è sempre stato appassionato, ha sempre fatto dei suoi film dei “fumettoni”, non i famigerati “Cinecomics” che tutti odiano, intendo proprio dire che uno stile fumettistico, fatti di storie e personaggi stilizzati e di passaggi narrativi ammantanti nella pura immaginazione più che ancorati al realismo, sono da sempre una delle cifre stilistiche del cinema di Besson, il più americano dei registi francesi e se non fosse chiaro, questo per me è un complimento, proprio come dire che un film è un “fumettone”, avercene di film fumettosi, meglio di quelli che razionalizzano e serializzano un media che nasce libero, creativo e popolare.

«Ah quindi non ti piacciono i fumetti eh?»

I primi cinque minuti, quello che determinano tutto l’andamento di un film, Besson se li gioca con il protagonista che scopriremo chiamarsi Douglas (detto Doug, che suona volutamente come Dog) arrestato alla guida del suo furgone carico di una muta di cani, mentre al volante il nostro è en travesti, se non proprio in Drag. Il successivo interrogatorio, una lunga seduta-monologo con la psichiatra Evelyn (Jojo T. Gibbs) servirà a portare noi spettatori nei vari flashback sul passato del personaggio interpretato da Caleb Landry Jones, per una soluzione che a me ha in parte ricordato la seduta di Rorschach con lo psicologo in Watchmen, giusto per restare in quella zona “Fumettone” di cui sopra.

«Lo hai letto Watchmen oppure hai guardato solo le figure come ha fatto Snyder?»

L’infanzia di Doug è stata un tripudio di vessazioni e violenze da parte di un padre bastardo e di un fratello sadico e connivente, recluso in gabbia il protagonista ha capito di avere più in comune con i cani del canile gestito dalla sua famiglia piuttosto che con i bipedi della sua specie, e fino qui non vedo errori, considerando il fatto che è un concetto che espongo a voce alta dalle due alle quattrocento volte a settimana (storia vera).

Casa Cassidy, se ci date ancora qualche anno.

In 114 minuti, che a tratti sembrano di più, non per mancanza di ritmo ma per densità di eventi, Besson ci rende testimoni della perdita dell’uso delle gambe di Doug, del modo in cui eredita e si prodiga a salvare cani e canile, e della scoperta dell’arte, la bellezza delle opere teatrali di William Shakespeare e della bella attrice per cui Doug si prende più di una cotta (perché in un film di Besson, le donne devono avere SEMPRE un ruolo chiave, questa è una delle poche certezze della vita) mentre il regista porta il protagonista ad evolversi e trasformarsi, si passa dall’avanspettacolo, alle esibizioni quasi da Drag Queen cantando pezzi di Edith Piaf vestito come le grandi dive di Hollywood, lungo il cammino che culmina in un tentativo di cercare un contatto con Dio, che in inglese si dice God (che poi è Dog al contrario) fino a diventare un novello Robin Hood, anti eroe, cane da guardia pronto a difendere gli innocenti dalle vessazioni di un criminale di quartiere. Tanta roba? Ve l’ho detto che era una trama abbastanza densa.

Come gestisti un protagonista in sedia a rotelle, vestito come Marlene Dietrich, dal passato traumatico e sembra uno dei personaggi dell’universo di John Wick per come pare comunicare telepaticamente con i cani? Te la giochi con il fumettone, il fumettone accalappione, perché un personaggio così è il sogno di qualunque attore, Caleb Landry Jones si carica il film sulle spalle ed offre una prova splendida, lui che ha iniziato proprio con un fumetto, ovvero Banshee degli uomini-pareggio e che io mi ricordo fondamentalmente solo per l’esordio alla regia del figlio di David Cronenberg in “Antiviral” (2012), qui regala una prova che metterà il suo nome sulle mappe geografiche, per un film che ha tutto per accalappiare il pubblico.

Bello in rosa (quasi-cit.) 

«Amo più i cani che gli umani», «I cani hanno tutte le qualità degli uomini senza i loro difetti», «I cani hanno un solo limite: si fidano degli uomini», io che oltre che cinefilo sono anche cinofilo con queste frasi epitaffio da scrivere sulla Smemoranda (esiste ancora?) ci vado a nozze, ed è innegabile che Besson sappia con questo film potrebbe convincere anche i più fieri gattofili delle virtù della concorrenza. Ci sono cani di ogni taglia, colore e tipologia in “Dogman” e nessuno risulta essere, nemmeno per un momento, minimamente realistico, sono tipici cani del cinema che fanno cose che i cani veri non farebbero mai, questo è lo spirito da “fumettone” di “Dogman” che ad una prima occhiata sembra un film realistico, in realtà è strapieno di trovate da fumetto come la soluzione utilizzata per far camminare (o meglio zoppicare) Doug, perché fin dal titolo, “Dog-Man”, questo film sembra la genesi, non tanto di un supereroe, quanto di un anti-eroe, oppure di uno che proprio come Joker, potrebbe essere uno degli avversari di Batman. Per traumi e animali di contorno, il personaggio di Caleb Landry Jones sembra il Danny DeVito di Tim Burton ma con i cagnolini al posto dei pinguini.

Vi sfido ad entrare in quella stanza ed urlare “PAPPA!”

Ma più che Marvel o Distinta Concorrenza, per quella voglia di scavare nelle origini dei personaggi con volontà di realismo travestito da fumetto (o viceversa), ricorda un po’ di più l’universo di anti-eroi tormentati di M. Night Shyamalan, oppure una delle trame a budget minimo e creatività alta che mi propone sempre Crepascolo nei commenti qui sulla Bara. Manifestati, perché secondo me Besson a questo giro ti ha chiesto consulenza.

Il più americano dei registi francesi poi ci mette dentro il carico, “Dogman” parla di solitudine, di vita ai margini, di un distacco sempre più netto tra il protagonista e gli altri bipedi della sua specie, il rapporto tra cane e padrone diventa un METAFORONE di quello tra l’uomo e Dio. Per il canone cinematografico un uomo è una divinità per il proprio cane (vi lascio mezza giornata con Nanà, convinta che la gerarchia sia al contrario, poi ne riparliamo) ma i cani non parlano e stanno in silenzio come l’Onnipotente con cui Doug cerca un contatto, delle risposte, infatti senza rovinarvi la visione, l’ultima scena di “Dogman”, la conclusione dell’arco narrativo del personaggio doveva per forza prevedere una chiesa.

Ci sono tanti attori cani e poi abbiamo un attore bravissimo circondato da cani.

Nell’allontanarsi dalla condizione che il protagonista platealmente schifa, perché gli ha causato solo dolore, ovvero quella dell’essere umano, Doug passa una serie di fasi, una per altro spudoratamente in linea con la poetica di Luc Besson. Normale che il regista che per decenni ha saputo ritratte alla perfezione personaggi femminili forti anche nelle loro fragilità (prima che fosse una moda farlo e comunque meglio di come lo fa la moda oggi) ci metta anche questo nel suo film. Le donne sono sempre stati diversi passi avanti ai maschietti nei film di Besson, gli esempi sono innumerevoli, nel suo percorso per allontanarsi dagli uomini e avvicinarsi a Dio, Doug diventa prima un Uomo-cane e poi si gioca il gradino successivo, l’uomo-donna elevato dalla sua condizione di miseria dall’arte (e qui torna “Danny the dog” che a questo punto dovrebbe almeno essere rivisto da molti degli entusiasti di questo film), perché per Besson le donne sono sempre state meglio degli uomini, e qui bisognerebbe aspettare al varco i fanatici dei piatti cucinati con il “Woke” che con questo film potrebbero rosolarsi il fegato, anche se sono accuse che non stanno né in cielo né in terra, perché Besson resta fedele alle sue tematiche dai tempi di “Le Dernier Combat” (1983).

Uno che di “combat” ne ha combattute molte.

Piuttosto, quello che mi ha convinto di meno di “Dogman” è il modo in cui Besson mescola tutti questi temi, tematiche, influenze e trovate accalappione, cercare un contatto con Dio è il punto di arrivo, il desiderio finale di Doug ma è come ci arriva che mi ha sicuramente intrattenuto, anche coinvolto, ma continuo a trovare tutto un po’ poco coeso o non troppo ben mescolato insieme.

La perdita dell’uso delle gambe e la conquista di una muta di fedeli cani l’ho paragonata al Pinguino di Burton, tanto che il nostro “Dogman” sembra quasi comunicare telepaticamente con gli unici animali al mondo che lo capiscono per davvero. Tutta la fase en travesti ci sta, puro Besson la comprendo senza troppi problemi, sul perché invece il protagonista decida di diventare l’anti-eroe del quartiere, più che per un suo generico odio per i violenti e i prepotenti non lo si spiega più di tanto. La sensazione che ho avuto è che Besson abbia messo insieme nello stesso film una serie di spunti, magari anche scene madri che era intenzionato a girare, che stanno abbastanza bene insieme pur non avendo troppa cittadinanza.

Potete pensare di essere fighi e smilzi, ma non sarete mai fighi e smilzi come un Saluki.

Questo in parte spiegherebbe come mai, partendo da uno spunto che sembra un “Danny the dog” più vicino alla sensibilità del pubblico medio del festival di Venezia (post coppa colpi a Joker), Besson ci abbia messo dentro momenti come Caleb Landry Jones, che dopo essersi preparato con la stessa cantante che ha trasformato Marion Cotillard in Edith Piaf nella sua celebre prova, canta interamente La Foule, un momento liberatorio, catartico e chiave per il personaggio, ma era davvero necessario farci sentire tutta l’esibizione? Il concetto è arrivato forte lo stesso Luc, anche meno eh?

Allo stesso modo, visto che Besson è anche quello di Nikita e Lèon, vuoi non metterci anche una resa dei conti, un momento uno contro tanti in odore di film da Gangster? La sensazione che ho avuto guardando “Dogman” è stata un po’ questa, una storia con tutto per accalappiare il pubblico, riuscita, coinvolgente, con una prova maiuscola di Caleb Landry Jones in un film che spero, vi farà venire la voglia di andare nel canile più vicino per portarvi a casa un nuovo amico scodinzolante, però anche un film pensato per incollare insieme scene madri che funzionano, anche se bisogna ricorrere alla sospensione dell’incredulità tipica del “fumettone” per non notare quanto siano un po’ scollate tra di loro.

Divina, anche sparando a pallettoni.

Cambia poco, “Dogman” mi è piaciuto e mi mette sempre di buon umore poter scrivere bene di Luc Besson, non succede più tanto spesso quanto una volta, quindi va bene così, fanne di più di questi titoli in grado di farmi scodinzolare Luc!

«Più gente conosco e più apprezzo il mio cane.» (Socrate)

Sepolto in precedenza giovedì 2 novembre 2023

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