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Dolls (1987): c’era una volta un giocattolaio e le sue bambole (assassine)

Sono il solo a considerare sinistre le vecchie bambole? Di
solito quando uno comincia una domanda così sa già che riceverà conferme, forse
a contribuire a questo senso di inquietudine ci ha pensato il film di oggi, benvenuti
al nuovo capitolo della rubrica…  Above
and beyond!

Il cinema di Stuart Gordon è sempre passato un po’ troppo
sotto traccia, forse il vero barometro della passione per il cinema di genere
passa proprio dal sodalizio artistico composto da Gordon alla regia, Brian
Yuzna e Charles Band alla produzione. In particolare, Stuart e Brian insieme
hanno saputo dare un’energica spallata al cinema di genere sempre tenendosi ai
margini delle produzioni più famose, per comodità chiamiamole “commerciali”,
anche se non sopporto molto l’uso classista di questa parola.

Si potrebbe dire che Stuart Gordon ha diretto B-Movie come
questo “Dolls”, ma bisogna fare una distinzione che con l’uso (e l’abuso) di
questa espressione è stata data un po’ troppo per scontato. I B-Movie sono una
tipologia di cinema in cui mi sento a mio agio, perché il più delle volte
saranno anche realizzati con pochi mezzi, ma non con poche idee, non mi
riferisco a quei filmacci girati con controcampi tutti sbagliati, tanto
poi ci penserà Tarantino a metterci una buona parola e in coro tutti ad urlare
«Genio!», come tanti piccoli Renè Ferretti.

Non so voi, ma mi sento leggermente osservato.

Per certi versi, “Dolls” rappresenta il vero artigianato
cinematografico, un film del 1987 che ha anticipato molto e ha costruito il suo
culto lentamente e con il tempo, a lenta cottura potremmo dire, visto che alla
sua uscita non fu certo un enorme successo al botteghino. Costato due milioni
di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti, il film portò a casa
poco più di tre milioni, di certo non è stato il primo film con bambole,
bambolotti e marionette assassine (“Magic” e “Profondo Rosso” sono usciti
rispettivamente nel 1978 e nel 1979), ma a ben guardarlo “Dolls” sembra molto
più vecchio della sua età anagrafica.

Da un horror con bambole assassine degli anni ’80, il
pubblico potrebbe aspettarsi un certo utilizzo della musica, delle inquadrature
e della caratterizzazione dei personaggi, ad esclusione delle due autostoppiste
(una conciata come Madonna ai tempi di “Like a virgin”), il film di Stuart
Gordon sempre quasi arrivato da un decennio ancora precedente, fuori dal tempo,
ma in senso positivo, perché “Dolls” è un trionfo analogico, per restare
aderenti alla trama, un prodotto fatto a mano da un giocattolaio.

Titoli di testa (di bambola)

Sgombriamo subito il campo dai paragoni, lo vedremo ancora
nel corso della rubrica: Stuart Gordon è stato un anticipatore come pochi
altri, il piccolo “Dolls” è stato spazzato via dalla storia dall’enorme
successo commerciale di La bambola assassina, arrivato solo un anno dopo il film di Gordon e con alcuni temi
in comune. Lo sapete che da queste parti Chucky
può vantare enorme stima, ma se Tom Holland e Don Mancini si sono concentrati
più sulla satira sul consumismo per poi virare verso lo Slasher più spinto, Stuart
Gordon ha firmato un lavoro più intimo, Chucky è la bambola uscita dalla catena
di montaggio, le bambole assassine di Stuart, invece, sono burattini costruiti a
mano e con una missione precisa.

La natura di B-Movie di “Dolls” è chiara fin dalla sua
storia produttiva, perché se Gordon è stato un regista fondamentale, ma spesso
ignorato da buona parte del pubblico, non bisogna sottovalutare il
lavoro di produttore di Charles Band, la sua Empire Pictures era una casa di
produzione con sede a Roma, che ha contribuito ad avvicinare idealmente il
cinema di Gordon a quello di Roger Corman, sì, perché “Dolls” e From Beyond sono stato girati quasi in
contemporanea, entrambi in una villa poco fuori Roma di proprietà dello
stesso Band e del mitico Dino De laurentiis, infatti la leggenda vuole che i
cortili della casa fossero pieni di oggetti di scena avanzati da “Barbarella”
(1968).

“Aiuto! Gli oggetti di scena stanno cercando di uccidermi!”

Stessi set utilizzati per più film, stessa troupe e cast in
parte in comune, Gordon ha davvero utilizzato principi Cormaniani per girare
“Dolls” e From Beyond, ma tra i due
film ad uscire per ultimo fu proprio quello con le bambole che richiedevano
più tempo in post produzione per via degli effetti speciali, tutti
orgogliosamente analogici e prodotti con maestria da una squadra di tecnici
come Arturo Balceiro, Xavi Bastida, Víctor García e Juan Serrano. Il risultato
finale è minuzioso, fuori dal tempo ed ancora incredibilmente efficace, i
piccoli, a volte impercettibili movimenti del viso delle bambole, oltre ad essere
estremamente curati contribuiscono a rendere i variegati bambolotti (tutti
molto diversi uno dall’altro) sinistri, il piccolo dettaglio quasi secondario,
di mostrare per un breve frangente cosa si muove sotto la porcellana dei loro
volti, è un tocco di classe di Stuart Gordon, uno che da dimostrato di aver
fatto sua la lezione di H.P. Lovecraft, basta una sbirciata per suggerire un
orrore che viene da altrove e che, state pur certi, è arrivato in questo mondo
per restare.

“Dolls” forse non avrà la partenza a freddo micidiale di Re-Animator o di From Beyond, decide invece di gioca dei titoli di testa (con teste di bambole,
quindi sono dei titoli di teste) per poi puntare subito sui primi cinque minuti, quelli che determinano da subito
tutto l’andazzo della pellicola: Judy Bower (Carrie Lorraine, vista in
“Poltergeist II” ed oggi laureata in giurisprudenza, storia vera), suo padre
David (Ian Patrick Williams) e la matrigna Rosemary (l’immancabile Carolyn
Purdy-Gordon) sono in viaggio nella vecchia Inghilterra, sorpresi da una
pioggia torrenziale restano impantanati con l’auto e costretti a rifugiarsi
nella casa di un’anziana coppia composta dal giocattolaio Gabriel Hartwicke
(Guy Rolfe) e sua moglie Hilary (Hilary Mason).

Una bella gita in famiglia, sento la tensione nell’aria fin da qui.

Domanda secca: dove avete sentito utilizzare la parola
“matrigna” più spesso? Nelle favole. Bravi, le favole da sempre sono state la
prima forma di Horror, infatti Stuart Gordon tenendo fede a questa tradizione,
con “Dolls” ci racconta una fiaba nera con una bambina come protagonista, le
inquadrature ad altezza bambino che utilizza per buona parte del film sono la
scelta di regia perfetta per un film che ci chiede di ricordarci del piccoletto
che sta dentro di noi.

Tra l’auto impantanata e l’arrivo nella vecchia casa, Stuart
Gordon si gioca subito una scena chiave per definire i caratteri dei suoi
protagonisti, l’insopportabile matrigna che non fa nemmeno finta di sopportare
la figlia adottiva, lancia nel bosco l’amato orsetto Teddy di Judy che un
attimo dopo riemerge dalle fratte sotto forma di ringhiante Grizzly di pezza
pronto a sbranare gli insensibili genitori. Pronti via, “Dolls” si gioca subito
un mostro grosso realizzato alla grande che ci fa sospettare, sarà stato un
sogno di Judy oppure la manifestazione di una sua fantasia? Prima di Terry Gilliam e con un approccio decisamente più Horror, Stuart Gordon mette in
chiaro che in questo film solo chi ha una fervida fantasia (e per questo è più
pronto ad aprirsi all’impossibile) riuscirà a portare a casa la pelle.

Io la domenica sera…

… sempre io, il lunedì mattina.

Il quadretto di protagonisti si completa con l’arrivo nella
casa di Ralph (Stephen Lee) un ragazzone candido come un bimbo, insieme alle
due trucide autostoppiste che, come dicevo lassù, sembrano appena scappate dal
set di un video musicale degli anni ’80, non lo dico a caso considerando che
Bunty Bailey (che qui interpreta Isabel) era la ragazza nel video di “Take on
Me” degli A-Ha (storia vera).

“Visto che sei dell’ambiente, non potresti mettere una buona parola con Madonna?”

Per somma gioia di Judy, il sostituto temporaneo del
disperso Teddy che le viene regalato dal giocattolaio si chiama Mr. Punch
(Scarabocchio, nella versione doppiata, scelta che trovo impeccabile), ma la
piccola Judy (che a ben guardarla sempre una sorta di Howard Wolowitz con i
codini) sarà anche l’unica a trovare qualcosa di buono in questa casa, perché
se le bambole di “Dolls” sono realizzate con maestria, gli omicidi che arrivano
in serie sono uno più memorabile dell’altro.

That all started with the big bang! (cit.)

Abbiamo crani spaccati a colpi di capocciate contro il muro,
salti nel vuoto dalla finestra come migliore alternativa al farsi massacrare
dalle bambole e persino una fucilazione in diretta, eseguita con tanto di rullo
di tamburi da un plotone di soldati di piombo. Non solo le bambole del film
sono tante, variegate e spaventose, ma sanno anche uccidere in modo altrettanto
fantasioso!

Puntare, pronti… mirare… fuoco!

Basta dire che la bambola senza occhi dell’iconica locandina
(quante volte mi ha fissato dagli scaffali della sezione horror della mia
videoteca dove mi rifornivo da ragazzino) è stata disegnata prima che la
sceneggiatura scritta da Ed Naha fosse completata, talmente riuscita da
giustificare una scena creata appositamente, pur di poterla giustificare
all’interno del film, per essere una porzione di film aggiunta in corso
d’opera, il risultato non è affatto male visto che resta uno degli omicidi più
memorabili, in un film pieno di morti ad effetto.

A me gli occhi!

So cosa state pensando: la solita storia di sconosciuti
costretti in una casa, massacrati dal mostro di turno in questo caso
rappresentato da una giocattolosa minaccia… Invece no, Stuart Gordon con
“Dolls” lavora molto più di fino, il messaggio è chiaro ed esplicito, in linea
con la natura di B-Movie del film: chi ha una visione della vita vuota, avida
ed egoistica diventerà il bersaglio delle bambole, ma ad un’analisi più attenta
è chiaro che “Dolls” è un film molto più intelligente, meno scontato e moralista
di quello che potrebbe sembrare ad un occhio disastrato.

Nelle mani di qualunque altro regista, “Dolls” sarebbe
risultato un film molto più convenzionale, oserei dire quasi più rassicurante,
con i cattivi puniti sarebbe bastato che so, un incendio a distruggere anche il
giocattolaio e le sue sinistre creature con il volto di porcellana, ma il
cinema di Gordon, sempre con uno sguardo satirico rivolto alle grottesche
deformità dell’animo umano, non ha quasi mai concesso niente allo status quo
che una volta alterato da un elemento (horror) arrivato da altrove, quasi mai
tornerà ad essere come prima, alla faccia dell’hastag #Andrà tutto bene,
Gordon ha sempre dimostrato in tutti i suoi film di saper essere Lovecraftiano
fino al midollo.

Andrà tutto ben… ehm, forse non proprio.

Ecco perché in “Dolls”, le bambole del titolo sono
l’elemento che provoca il terrore nello spettatore, ma per certi versi si
finisce a fare il tifo per loro, anche perché davanti a certe tipologie di
umani, se non altro le bambole, spaventose ed inquietanti quanto volete, hanno una morale. Ed è qui che sta la vera forza di “Dolls”: se come
spettatori riuscivamo a fare quello che per Judy è istintivo (in quanto
bambina) e per Ralph diventerà naturale nel corso del film, allora potremmo
salvarci anche noi dalla “notte più lunga del mondo” raccontata da Stuart
Gordon in questo film.

“Sono tutte così carine, posso tenerle?”

Perché il giocattolaio un po’ come Jigsaw (ma molti anni
prima, perché Gordon è un anticipatore) ci offre una possibilità di salvarci,
tutto quello che dobbiamo fare è aprirci all’impossibile come solo i bambini
per loro stessa natura sono capaci di fare. Per certi versi, “Dolls” ci ricorda
l’importanza della fantasia, ma anche del restare in contatto con quel bambino
che eravamo fino all’altro ieri.

Quando Ralph ha il suo momento di lucidità, improvvisamente
si ricorda di quando da bambino era convinto che i suoi giocattoli si
animassero in sua assenza, di fronte alla sua confessione da spettatori,
diventa davvero impossibile non pensare a Toy Story. Sarebbe assurdo considerare Stuart Gordon tra le fonti d’ispirazione
della Pixar, ma intanto mettete a referto anche questo tra i tanti concetti che
il regista di Chicago ha saputo portare al cinema prima di tutti.

Andy aveva ragione, io lo sapevo!”

Certo, poi altri (come Don Mancini con Chucky) hanno saputo monetizzare meglio di Gordon, ma il nostro
Stuardo, mai davvero legato ad un titolo con cui il grande pubblico potesse
facilmente identificarlo, ha sempre potuto portare avanti il suo cinema, armato
di grande competenza, enorme passione per il cinema e una cura quasi artigianale
per le sue opere, insomma come un vero giocattolaio.

Venerdì prossimo vedremo un’altra della sua creazioni,
perché Stuart Gordon predicava bene e razzolava alla stessa maniera, il bambino
dentro di lui ha continuato ad ascoltarlo, anzi tenete gli occhi aperti perché
presto (molto presto!) potrebbe anche arrivare un capitolo a sorpresa di questa
rubrica sempre su questo argomento.

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