
Ogni palinsesto del ToHorror porta con sé delle scelte, la mia, durante l’ultima edizione è stata quella di dare priorità a Flush in sala… Non mi pento di nulla! Anche se nella sala accanto proiettavano questo gustoso “Doll” che mi è rimasto sul gozzo da allora, poco male, ho rimediato.
Quando si parla di slasher ambientati nei boschi, con assassini mascherati e atmosfere rurali marce, il rischio di ritrovarsi davanti all’ennesimo compitino derivativo è sempre dietro l’angolo. “Dolly” è il “lungo” tratto dal “corto” diretto dallo stesso Rod Blackhurst nel 2022, intitolato “Babygirl”, un film che non fa molto per nascondere le proprie influenze, ma sceglie un percorso preciso: prendere una singola idea, ridurla all’osso e martellarla per tutta la durata del film, fino a trasformarla in un’esperienza sgradevole e volutamente monotona, che per un Horror ha anche un senso.

La trama è talmente semplice che riassumerla richiede poche parole: Macy e il fidanzato Chase (Stifler di “American Pie” ma con la barba) vanno in montagna per una gita romantica che dovrebbe culminare con una proposta di matrimonio. Ovviamente va tutto storto, Chase viene aggredito brutalmente da una figura gigantesca, muta, che indossa una maschera da bambola (il ripieno? La Wrestler Max the Impaler), mentre Macy viene catturata e trascinata in una casa isolata nel bosco. Qui scoprirà di essere stata scelta come nuova “figlia” da questa creatura disturbata, che la sottopone a giochi infantili, prove di obbedienza e punizioni improvvise, in un perverso teatrino di maternità.
Blackhurst costruisce “Dolly” come una lunga estensione della celebre sequenza della “cena” di Non aprite quella porta, eliminando qualsiasi atra tentazione, la casa nel bosco è un luogo lurido e decadente come l’interno della mente distorta della bambola gigante che perseguita la protagonista.
Il rapporto tra Macy e la “mamma” è il cuore del film, ed è anche il suo limite più evidente, Blackhurst insiste sull’umiliazione, sulla regressione forzata, sul gioco di ruoli imposto, ma lo fa senza variazioni significative. La ripetizione diventa parte integrante dell’esperienza: lo spettatore è chiamato a condividere lo stesso senso di stallo e di esasperazione della protagonista. Va detto, una scelta coerente, ma che rischia di logorare anche chi guarda.

Dal punto di vista visivo, “Dolly” lavora bene sullo sporco e sul rudimentale, senza mai indulgere davvero nel gore estremo, risulta sporco anche grazie alla scelta del formato, quei 16mm che rimando agli esordi di tanti registi Horror, la violenza poi, è presente, ma non diventa mai compiaciuta o spettacolare, siamo lontani dalla crudeltà esasperata della New French Extremity, e più vicini a un orrore da film indie, con il gusto per usi alternative di una pala.
Il problema, semmai, è che il film prende terribilmente sul serio il proprio contenuto, anche troppo, rimanendo cupo e oppressivo fino alla ripetitività questo fa di “Dolly” tutto tranne che un brutto film, ma uno molto ostinato nel perseguire la sua strada, vuole mettere a disagio e ci riesce, ma pagando il prezzo di una certa staticità con il risultato che rimane addosso più per atmosfera che per altro.
Quindi sono felice di aver dato priorità a Flush, ma ci tenevo molto a recuperare anche questo titolo che conferma il buongusto del ToHorror, o il suo cattivo gusto, vabbè ci siamo capiti, no?


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